venerdì 2 novembre 2018

Seattle e dintorni



La prima volta che ascoltai Smells like teen spirit (1) rimasi folgorato.

Ecco, pensai, è proprio quello che sto cercando di suonare da anni. Ma qualcuno ci era arrivato prima di me.

Essenziale, rabbiosa, dritta al cuore.

Era la canzone – icona del grunge, forse dell'intera musica rock, qualcosa di molto viscerale, senza sovrastrutture, artifici e inganni. Non ve n'era bisogno. Era la canzone universale (2).

L'icona e la bandiera, dicevo, del grunge, l'ultimo vero movimento rock, io credo. L'ultima vera ventata di novità.

Dalle parti di Seattle sapevano il fatto loro, mi dissi, avevano trovato la formula giusta, la tempesta perfetta scatenata dal Dio del Rock: chitarre distorte su amplificatori tirati al limite, versi la cui ruvidezza faceva concorrenza alla carta vetrata, urlati su melodie improbabili e il giusto equilibrio fra ironia e cinismo. Un ibrido di punk e metal, che andava oltre il punk e il metal.

In Molise le mode e i trend arrivavano sempre in ritardo. Alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso, imperversava ancora la dark-wave (e il punk non è mai arrivato), mentre il resto del mondo, da tempo, si stava dedicando a qualcos'altro. Perciò, affermare che restammo sopraffatti e quasi scandalizzati è un eufemismo. Ma l'impermanenza non è caratteristica del solo buddismo. Appartiene anche al rock. Niente dura per sempre.

Non durò, infatti. Soltanto il tempo di uno sparo, il volo di una pallottola. Il calibro 12 che si sparò in faccia Kurt Cobain e i miei sogni di giovane con addosso vent'anni che pesavano come cento andarono in pezzi e morirono con lui. Qualcuno lo imitò, forse per altri motivi, forse per lo stesso motivo atroce di quando hai poco più di vent'anni – la consapevolezza dell'impossibilità della vita – e non so se fu fortunato, o sfortunato, a non riuscirvi.

In qualche modo morii anch'io. Smisi per anni di ascoltare rock e suonare la chitarra, mi dedicai alla musica classica (almeno i compositori non si potevano suicidare. Non c'era il rischio che si sparassero in testa. Erano tutti morti da tempo) e al folk celtico – irlandese. Cercai di imparare a suonare il violino (!). Per fortuna non vi riuscii.

Un altro suicidio mancato.

Ho raccontato in altri post di questo blog come e perchè ricominciai a suonare e comporre musica. Ma questa è un'altra storia. Chi mi segue – quei pochi coraggiosi – sa bene che questo è avvenuto da molto tempo e per parte mia aggiungo soltanto che mi pare di avere trovato la mia strada musicale, sotto forma di versi levigati, urlati su una rumorosa foschia di chitarre distorte.

Ma non è questo il punto, come dicevo. Il punto è questo bel libro (3) che mi è capitato per caso e forse per sbaglio fra le mani, proprio quando stavo per uscire sconsolato dalla libreria senza avere trovato, come al solito, quello che stavo cercando. I still haven't found what I'm looking for. il ritornello della mia vita

Qualcuno dice che il caso non esiste e neppure gli sbagli, che sono premeditati scherzi del subconscio. Ora ne sono convinto anch'io. E' il potere della eachiness di William Jones. C'è del sacro in tutte le cose, anche nei frammenti insignificanti di tempo. Ed è quel sacro a sconfiggere il caso.

Sono in auto e sto andando al lavoro. La selezione random del lettore mp3 estrae dalla lotteria sonora un altro classico dei Nirvana. Stavolta tocca a Rape me. Non sorrido neppure pensando all'ironia della sorte. Stamattina il giorno nascente è stato come un oltraggio. Svegliarmi è stato come stuprare i sogni uno a uno. Non sorrido perchè, in fondo, me l'aspettavo.

La musica scorre sopra i pattern di luoghi comuni, scivola senza sforzo sui fast food, i centri commerciali, le catene dei negozi, lo scialbo grigiore dei capannoni industriali, il paesaggio della monotonia urbana.

Sono vivo e vegeto e lui è morto. Ma chi di noi due è morto davvero? Chi di noi due ha vissuto davvero (4)? Io che sorvolo la superficie delle cose e vi rimbalzo sopra come un sasso, o lui che la superficie non l'ha soltanto attraversata, ma l'ha fracassata come uno specchio, mandandola in frantumi nelle mille schegge dell'illusione. Attraversare la superficie e andare a fondo, trascendere il duale, aggrovigliare i giochi infiniti di Maya, dea dell'illusione e della morte e confonderla al punto da farle scambiare la verità per l'apparenza.




(1) Era l'inverno 1991, erano i Nirvana e fu all'interno di una Panda troppo affollata, nel bel mezzo di una profonda conversazione esistenziale. Ci misi più tempo a scoprire Pearl Jam, Alice in chains e Soundgarden/Audioslave del mai troppo compianto Chris Cornell. Ma intanto una porta era stata aperta. Anzi, sfondata.

(2) E a tutt'oggi è ancora viva e palpitante. Provate ad ascoltarla nelle infinite versioni dello spazio profondo del web, in particolare quella dei Think up anger. Funziona sempre.

(3) Grunge. Il rock dalle strade di Seattle di Claudio Todesco.

(4) Ogni artista è un individuo asociale. Non perchè lo voglia, ma perchè non può proprio fare diversamente (Pablo Picasso).


domenica 26 agosto 2018

Pastorale americana



Dream when the day is thru, dream and they might come true. Things never are as bad as they seem, so dream, dream, dream...

Sogna quando il giorno volge al termine, sogna e i sogni potrebbero avverarsi. Le cose non sono mai così brutte come sembrano, così sogna, sogna, sogna... (1)

Un capolavoro acquista profondità, spessore e significato più gli anni passano e gli eventi si confrontano con la massa mutevole delle parole, con la sua potenza immutabile, con le sue verità, sfuggenti o rivelate, scritte sull'acqua o sulla sabbia, oppure scolpite sulle pagine come un testo sacro. Un libro di pietra, Pastorale americana, romanzo di fine millennio di Philip Roth, è un buon libro – molto più di un buon libro - e un buon libro non è mai immobile e ha sempre qualcosa di nuovo da dire a ogni lettura, qualcosa che ci era sfuggito o che magari prima non significava nulla e ora ha un valore esiziale.

Un romanzo sul buon pastore, una figura quasi irreale per quanto colma di valori morali, che col vincastro guida il suo gregge, ma si accorge troppo tardi che proprio fra le pecore che accudisce così amorevolmente si nasconde il lupo che le sbranerà.

Si era aperta una breccia nel loro fortilizio e ora che si era aperta non si sarebbe più chiusa. I fuorilegge sono dappertutto. Hanno varcato la soglia. (2)

Un romanzo sulla relazione, speciale e ambigua, fra padre e figlia. Un padre che si consuma in un atroce dilemma, stritolato fra i doveri inconciliabili verso la società e i doveri, altrettanto inconciliabili, verso la famiglia. Quali sono destinati a prevalere? Decidere è impossibile e il buon pastore non sceglie, ma è scelto. E' scelto dal precipitare degli eventi per il ruolo di muto spettatore. Da quella scomoda poltrona assiste impotente alla devastazione della sua famiglia, del suo mondo, della sua vita. Alla deflagrazione del sogno americano. La felicità che era a due passi, pronta per essere raggiunta, è spazzata via da una bomba che devasta e annienta ogni possibilità.

Fra padri e figli ci sono abissi e catene, evitiamo gli abissi ma non riusciamo a sciogliere le catene, anche quando ci accorgiamo di aver generato un mostro, o, da figlio – ruolo che non mi è mai stato congeniale; sono nato padre, il figlio proprio non lo so fare -, si diventa consapevoli che il nostro genitore non è mai stato capace di guidare il gregge e il vincastro era solo un peso morto che si trascinava dietro.

La sua faccia era vuota di tutto tranne che dello sforzo per trattenere le lacrime. Non poteva impedire più nulla. Non aveva mai potuto farlo. Credi di poter proteggere una famiglia e non riesci a proteggere nemmeno te stesso. (2)

Un romanzo sulla decadenza, sulla decomposizione e lo sfacelo del sogno americano, il Paradiso perduto. E la sfiducia nel prossimo, la lieve corteccia delle apparenze - Ma che razza di maschera portano tutti! (2) -, scrostata la quale appare il tradimento e l'inganno, la vera natura degli uomini e il nostro inferno.

Roth ha avuto la capacità – e il coraggio – di scrivere la conclusione oltre la conclusione, proprio nel momento in cui tutti, scrittori e lettori, me compreso, si sarebbero fermati, sospesi in un silenzio incerto.

Geniale escogitare per il finale la soluzione più inverosimile. E liquidarla in quattro righe, una per ogni bomba, una per ogni omicidio, laddove qualunque altro scrittore ci avrebbe ricamato su pagine e pagine. Ma per Roth è sufficiente. Ogni cosa è stata detta, ogni cosa è stata svelata. Tutto si è compiuto. Cala il sipario, su quelle quattro righe.

E così, un errore dopo l'altro, la storia può precipitare nelle nostre anime con tutto lo strepito e il fracasso che si conviene a un masso scagliato dove fa più male.

Ecco come sappiamo di essere vivi: sbagliando. (2)


(1) Dream, vecchia canzone di Johnny Mercer. A volte gli dei puniscono gli uomini facendo avverare i loro sogni. Non mi ricordo chi l'ha scritto.

(2) Passi scelti dal romanzo, nell'ottima ed efficace traduzione di Vincenzo Mantovani, sempre all'altezza. E non dev'essere stato facile.






sabato 3 marzo 2018

Dago Red


Torno di buona lena a occuparmi delle vicende di Nicolas Fante e Mary Capoluongo, i genitori di John Fante, immortalati, e a volte amorevolmente dileggiati, attraverso la lente (deformante o abbellente) della scrittura e lo faccio mediante la lettura critica (poco critica e molto ammirata) della raccolta di racconti Dago Red. Preavviso che quando ho a che fare con Fante, non mi riesce di essere imparziale. Vagolanti accenni di principi emozionali, che noi umani chiamiamo brividi di piacere, vibrazioni neurali che si dipartono dalle radici spinali rivelano quanto mi sia caro questo scrittore.

Perchè?

Provo a rispondere.

Sarà l'origine in quel di Torricella Peligna (CH), dalle parti nostre, come si dice, appunto, dalle parti mie. E poi quel Nick Fante - così burbero, ruvido e grinzoso che pare intagliato nel legno - che mi ricorda mio padre per certi aspetti, solo per certi aspetti. Tanto avaro di parole, quanto capace di sciogliersi in lacrime, come la neve sulle cime dei monti d'Abruzzo a primavera, alla nascita del suo primo nipote.

Sarà perchè John Fante scriveva come un dio ed è stato ingiustamente dimenticato per anni come un'oscura divinità pagana scalzata dai ben più potenti epigoni della religione del dio unico. Lo stesso che pregava sua madre Mary nei giorni d'angoscia, fra conti che non tornavano e soldi che non bastavano, con quell'approccio semplice e diretto al Signore di tutte le cose, tipico del meridione (1). Sono le parole con cui ci si rivolge a un vecchio e venerando avo parcheggiato a spugnarsi le ossa davanti al focolare o a santi del Paradiso come rispettabili ma permalosi zii di cui fosse necessario propiziarsi le grazie.

Merito di Charles Bukowski (altro dio-scrittore del mio pantheon personale) averlo strappato alle sale buie e polverose delle biblioteche pubbliche americane e svelato dagli immensi depositi dei libri invenduti delle case editrici, un momento prima che arrivasse il camion dei volumi destinati al macero.

Dago Red è il vino prodotto dagli emigranti italiani, wop (2) nello slang d'oltreoceano. Insomma il vino degli italiani, dei dago (3) e qualcuno lo ha efficacemente tradotto con Rosso del Terrone (4). L'originale titolo conferisce il giusto complemento ai racconti, come un buon vinello rosso rubino a un delizioso piatto di spaghetti al pomodoro. E le portate che Fante ci serve sono quadretti familiari, a volte irresistibilmente comici, altre inusitatamente drammatici, ritratti dalla sua personale esperienza.

Un mondo in cui italiani e irlandesi frequentavano le stesse scuole e le stesse chiese - anche se la religiosità dei primi era a volte considerata un misto di superstizione e paganesimo da questi ultimi - e giocavano nella stessa squadra di football, gli irlandesi in attacco e gli italiani in difesa. Però il capitano della squadra era dei nostri.

Su tutti si staglia la sagoma paterna, osservata da un punto di vista basso, ma certamente privilegiato, quello del figlio. Figura a volte esaminata con compassione: Le macchie di calce sulle mani e le braccia rivelavano che aveva lavorato duro quel giorno. Sotto il cappello una ciocca di capelli era incollata sulla fronte, dura di sudore rappreso, patetica. Papà mi fece pena, allungato lì davanti a me, le ossa doloranti, le mani deformate, così coraggiose, offese da anni di fatica. Provai un dolore acuto nel petto, come un pianto segreto, un gemito che avrei voluto mandare nella sera calda (Una moglie per Dino Rossi). Altre con raffinato sarcasmo: Papà brontolava e si lamentava, ma era un buon segno, significava che era in buoni rapporti con l'universo (ibidem), altre ancora con precisione psicologica: Dormiva malamente; il suo corpo aveva bisogno d'esser fiaccato dal sole, i suoi muscoli dovevano esser doloranti di fatica. Stando così in ozio, il cervello gli si rivoltava contro, dando origine a un'agitazione che non riusciva a controllare (Muratore nella neve). E il conto finale: Mio padre continuerà a riempirmi il bicchiere, e insieme berremo; sempre sentiremo quel legame come un abisso dal quale non possiamo scappare. Parlerò di me. Provocherò la sua invidia. Lui lo sa che anche in me c'è il seme di una grandezza, ma crede che sia soffocato dalla slealtà. Le mie speranze gridano al cielo, le sue si sono trasformate in disperazione (Casa, dolce casa).

La figura di Mary ne risulta schiacciata, questa donna munita, religiosa e dolcissima è appiattita dalla mole invadente e invasiva, torrenziale e incontenibile, di un uomo irascibile e dolcissimo, capace di passare da un opposto all'altro senza alcun apparente motivo. Fante tenta di adorarla in un infantile, scanzonato, ma sincero complesso edipico: Fissavo quella strana fotografia, baciandola e piangendoci sopra, felice che un tempo fosse stata reale. E mi ricordo di un pomeriggio che me la portai in riva al mio ruscello, la sistemai su una pietra e ci pregai davanti. Mamma, però, era in cucina, prigioniera di pentole e pignatte: una donna qualunque. Eccola là, mia madre: la signora col cappello. Decisi che se avessi mai visto mia madre bella com'era in quella foto, le avrei chiesto immediatamente di sposarmi. Non mi aveva mai rifiutato nulla, e sentivo che non mi avrebbe rifiutato come marito. Consultai il catechismo per vedere se c'era una legge che vietava alle madri di sposarsi coi propri figli. Non trovai nulla sull'argomento, e ne fui soddisfatto (Rapimento in famiglia).

E irresistibili quadretti d'infanzia: Rossa come una barbabietola suor Cecilia alzò la mano per imporre il silenzio come fa Mussolini nel cinegiornale “Pathè”...Suor Cecilia si arrotolò le maniche nere, prese una specie di rincorsa, fece un suono lamentoso e con tutta la forza mi appioppò uno schiaffone... Anche suor Cecilia piangeva e io pensai, è matta, lo schiaffo l'ho avuto io, non lei (Chierichetto).

E il malessere, la malinconia che afferra la gola all'incontro con una donna troppo bella, anche se avanti negli anni: Claudia mi stava troppo vicino. Arrivava sempre zitta zitta e si fermava sulla soglia. Io pensavo a quant'era bella, e tuttavia sapevo che quella bellezza stava svanendo, la sua bellezza andava morendo come il sole al tramonto sull'oceano Pacifico (L'iradiddio).

E per finire, un bell'intermezzo dialettale abruzzese-americano in quel di Boulder – Colorado: Addò sta il mio cuttone? Addò sta lu tovagliuolo? Siete 'na maniata di animali fetenti. Papà è n'animalone! (Casa, dolce casa), che mi ha riportato a una memorabile cena con bagordi finali in un sobborgo di Parigi di qualche anno fa, in cui non osò volare una sola mosca che parlasse francese, ma si udì solo e soltanto il vernacolo dell'Appennino meridionale, come una sorta di meno blasonato koinè diàlektòs, un linguaggio di comunità valido in ogni tempo e in ogni luogo...

Sono affreschi molto vividi e reali dell'infanzia e della prima giovinezza di uno scrittore in fieri, ma non per questo necessariamente veri. Quanto Mary e Nicolas e quanto Fante stesso somigliano davvero agli omologhi di carta? E' una domanda a cui - per il lettore - non è lecito rispondere senza violare un fondamentale diritto di uno scrittore: il diritto alla menzogna.

Il diritto cioè di decorare la realtà, di mostrarla diversa, forse migliore, forse peggiore, rispetto a quanto sia davvero, attraverso le pagine di un libro, al solo fine di servire l'arte e realizzare un capolavoro.

Ogni operazione narrativa confina pericolosamente con la pattumiera zeppa di stronzate e bugie. Si, stronzate e bugie. Gli scrittori trattano i materiali dell'osservazione senza alcun rispetto per la verità, perchè se la ripetessero non ci sarebbe narrazione, ma silenzio a occhi sbarrati su immagini disperse, dice giustamente Domenico Starnone.

A noi non resta che il piacere della lettura. Ma quanto maggiore è quello di scrivere? Immersi nel flusso dei pensieri che magicamente prendono forma sulla virginea distesa di carta, quanti baratterebbero questo piacere con innumerevoli altri? Ho sentito dire che qualcuno si chiede perfino per quale motivo leggere, quando si possono scrivere libri migliori.

Credo che Fante avesse in comune con me una buona dose d'idealismo e la tardiva consapevolezza che per vivere bisogna farne a meno. Come me, aveva chiesto troppo alla vita. Sempre in movimento, sempre in cerca di qualcosa, sempre oppresso da qualcosa. Un idealismo non politico, ma religioso e familiare e pieno di contraddizioni, divulgato attraverso il sistema codificato di crudeli menzogne che è l'arte, in genere, e la scrittura, in particolare.

Uno scrittore italiano, ma spietatamente americano, capace di mantenere in bilico sulle righe il cattolicesimo ereditato da mamma Mary e il tentativo di vivere nonostante questo, nonostante il senso permanente di colpa indotto dalla religione e il continuo mercanteggiare con il Padreterno (5).

Perchè scegliere, sembra chiedersi, se le alternative sono sempre le stesse? Gli italoamericani saranno sempre degli wop, dei dago e continueranno a prenderle dagli irlandesi e giocheranno sempre in difesa nella squadra di football parrocchiale. Il sogno americano è un incubo dal quale ci si risveglia con la paura che sia vero, da poveri cittadini di un (nuovo) mondo che non ci piace. Allora, meglio osservare ogni cosa, fin nei minimi dettagli e mettere tutto in bella copia, è questo il mestiere dello scrittore. E aggiungere una buona balla, qua e là. Qualcuno leggerà, prima o poi.

E, se scritta bene, la prenderà per vera.

Forse è meglio fermarsi a prendere fiato un momento, dopo una folle corsa sulla spiaggia con la nostra Camilla Lopez di turno, cercando di non smarrire le sue tracce per non doverle poi chiedere alla polvere e alle iucche sul ciglio della strada (6), lasciandosi sopraffare dal suono del movimento interiore del sangue, troppo simile alla profezia del mare che sussurra in una conchiglia trovata per caso sulla riva.




(1) Mary Capoluongo era lucana, mentre il padre di Fante era abruzzese. Una coppia male assortita che visse anni avari e durissimi durante la Grande Depressione e tuttavia resistette egregiamente alle intemperie del Nuovo mondo.

(2) W.O.P. era l'acronimo di without passport (senza passaporto), forse in contrapposizione a W.A.S.P. (white, anglosaxon, protestant = bianco, anglosassone e protestante), e si pronunciava uapp, come guappo a Napoli.

(3) Dall'inglese dagger (accoltellatore), anche se altri sostengono che fosse la contrazione di they go = se ne vanno (sottinteso, finalmente).

(4) Come non ricordare il Night Train, il famigerato vino californiano di bassa qualità e prezzo ancor più basso, buono solo per gli alcolizzati all'ultimo stadio?

(5) Associare l'origine di un terremoto a un peccato mortale commesso con una bella signora: “Ero stato io. Era mia la colpa. Sei stato tu, Arturo, e questa è la collera di Dio”. Non credo che a un buddista verrebbe in mente, scrive Alessandro Baricco nella bella prefazione a Chiedi alla polvere. Neanche a un protestante. A un cattolico sì.

(6) Chiedi alla polvere (Ask the dust, il titolo originale), romanzo del 1939.


venerdì 9 febbraio 2018




Sei nata in una notte di pioggia dell'Arizona, il vento soffiava fra i rami di quel vecchio frassino, dal quale i tuoi fianchi sono stati intagliati. Le tue forme rasentano la perfezione. Ti ho desiderata tanto, tanto da star male, tanto da credere d'impazzire. Notte dopo notte, un giorno dietro l'altro, eri il mio sogno.
E finalmente, un bel mattino di primavera, dalla periferia urbana di Scottsdale, dalle sabbie di Ensenada sei partita e hai attraversato l'oceano.
Vederti e innamorarmi di te fu tutt'uno. Dovevi essere mia. Il tuo posto non era nella vetrina di un negozio di strumenti musicali; il tuo posto era fra le mie braccia, vicina al mio cuore.
Giorno dopo giorno ho avuto cura di te, per questi ultimi dieci anni. Non temere, ce ne saranno altri di giorni, mesi e anni come quelli che abbiamo vissuto. Io non ti abbandonerò mai. Le mie braccia non smetteranno di cingerti i fianchi, le mie dita non mancheranno di esercitare quella soave pressione che ti fa cantare così bene.
Buon compleanno, baby. I love you so much.


domenica 17 dicembre 2017

Vlad Tepès, l'Impalatore



1. I mostri nel romanzo dell'Ottocento
Perchè Jekyll e Hyde (1), Frankenstein e Dracula sono nati nell'Ottocento? Quali pulsioni del subconscio li hanno generati? Quali realtà fenomenica rappresentano?
Icone inquietanti del progresso scientifico ottocentesco, nate dall'esigenza di esorcizzare il senso della complessità di un contesto culturale in mutamento e della sua percezione, scrive Michela Mancini (2). Ma la funzione sociale svolta nel XIX secolo dal racconto di mostri (I delitti della rue Morgue di Edgar Allan Poe, Frankenstein; o, il moderno Prometeo di Mary Shelley), doppi (Lo strano caso del dottor Jekyll e mister Hyde di Robert Louis Stevenson, Il ritratto di Dorian Grey di Oscar Wilde), metamorfosi e folli finirà per essere assunta dalla scoperta freudiana dell'inconscio, della psicosi e della sessualità nel Novecento.
Oggi chiudiamo la trilogia con l'ultimo grande romanzo gotico, il Dracula di Abraham Stoker, detto Bram. E, per quanto mi riguarda, possiamo iscriverlo a buon diritto fra i classici, intendo cioè annoverarlo a quella congerie di scrittori senza tempo, contemporanei del futuro, secondo la felice intuizione di Guido Conti, che hanno sempre qualcosa da dire a ogni generazione, che, non avendo esaurito il fiato con quella a cui appartenevano, resteranno sempre validi e attuali per le generazioni a venire.
2. La genesi
La rigenerazione del mito antichissimo del vampiro (sempre vivi nell'Europa orientale i racconti sui wardalak nei Balcani, vrykolakas in Grecia, strigoi in Romania e infine, wampyr in Serbia e Croazia) nella versione moderna di Bram Stoker, è fortemente imparentata con la nascita di Frankenstein. Fu una sfida letteraria a crear racconti tenebrosi di una sera di fine estate del 1816 sul lago di Ginevra fra i coniugi Shelley, il sommo poeta Byron e il suo amico e medico personale, John William Polidori a dare la vita a due mostri: il Frankenstein, appunto, di Mary Shelley e The vampire del Polidori, che piacque molto a Goethe in persona, il quale lo scambiò, a causa delle fattezze eleganti e raffinate, per un'opera dello stesso Byron. Ebbene proprio quest'ultimo racconto ebbe a ispirare verso la fine del secolo lo stesso Stoker nella sua opera sul conte transilvano.
3. Storia e leggende (e anche psicanalisi)
Ma prima ancora di avventurarci nell'analisi letteraria del romanzo, non è sbagliato intraprendere una breve ricerca sulle origini del mito e sulla storia che spesso s'intrecciano a delineare la tetra figura del vampiro.
Contrariamente a quanto si possa pensare, la leggenda è molto antica e non è limitata alle sole popolazioni dell'Europa dell'Est. Figure di demoni che si nutrivano di sangue erano ben presenti già nelle tradizioni dei popoli della Mesopotamia, fra le popolazioni ebraiche e, addirittura, in epoca greca e romana, ma la testimonianza più antica è quella persiana: alcune fonti iconografiche rappresentano creature in atto di bere sangue umano.
La pratica funeraria della Grecia classica di appoggiare un obolo (generalmente una moneta) sulle labbra dei morti perchè potessero pagare il dazio e attraversare lo Stige, può essere considerata una causa lontana per spiegare la più tarda usanza di porre una croce di cera e un pezzo di porcellana con l'iscrizione "Gesù Cristo vince" sulle salme prima del seppellimento per evitare che diventassero vrykolakas, vampiri.
Nel tempo e presso altre popolazioni, vennero in uso pratiche per scongiurare il ritorno dei defunti nel mondo dei vivi, come seppellire i morti a testa in giù, la rottura dei tendini all'altezza del ginocchio o il posizionamento di semi o sabbia sulle tombe, affinchè i defunti fossero occupati tutta la notte a contare i granelli che cadevano all'interno della bara (3).
Una delle prime testimonianze di vampirismo è la vicenda di Jure Grando, un contadino istriano morto nel 1656 che, secondo i racconti locali, tornò misteriosamente in vita e intraprese scorribande per bere sangue umano e importunare sessualmente le donne del suo villaggio. Per fermarlo gli fu piantato un paletto nel cuore, ma poiché questo metodo sembrò non funzionare, fu infine decapitato.
A Venezia nel 2006 è stato ritrovato in una sepoltura risalente al '500 il cadavere di una donna, che presentava un mattone conficcato a forza nella bocca, fino a deformarla, una sorta di contromisura per evitare la rinascita vampiresca.
I vampiri erano generalmente descritti come esseri gonfi, con la carnagione scura, o sanguigna; queste caratteristiche erano spesso attribuite alla nutrizione a base di sangue. La creatura, osservata nella sua tomba, tendeva a perdere sangue dalla bocca e dal naso, mentre denti, capelli e unghie continuavano a crescere anche dopo la morte. Tuttavia, queste sono caratteristiche che probabilmente furono tratte dall'osservazione dei naturali processi tanatologici e di decomposizione dei cadaveri, da ciò può essere nata la leggenda (ad esempio, se per uccidere un vampiro era necessario infilargli un paletto nel cuore, tale misura, con tutta probabilità, era nata dalla constatazione che il paletto produceva lo sgonfiamento del cadavere a causa della fuoriuscita dei gas della putrefazione).
Il modello che ispirò Stoker per plasmare dalle tenebre e dal sangue il conte Dracula è Vladislav III di Valacchia Hagyak, un personaggio storico realmente esistito. Vlad nacque a Sighisoara nel 1431 e ben preso si guadagnò il nomignolo di Tepès (l'Impalatore), poiché era solito far terminare in modo così orribile le vite dei suoi nemici (una stampa dell'epoca lo rappresenta mentre seduto a una tavola riccamente imbandita, banchetta attorniato da sventurati infilzati sui pali). Egli apparteneva alla casata dei Draculesti e per questo motivo è conosciuto come Dracula (4).
Il personaggio tuttavia, a dispetto della sua fama, è considerato un eroe popolare in Romania, per aver protetto la popolazione dai Turchi. Morto in battaglia contro gli Ottomani, fra il 1476 e il 1477, secondo alcuni la sua testa fu tagliata e inviata a Costantinopoli insieme alla sua spada, secondo altri morì a causa di un (non banale) morso di pipistrello (!). Non si conosce il luogo di sepoltura, anche se a partire dall'Ottocento si è diffusa la voce che la salma di Vlad sarebbe stata tumulata nel monastero di Snagov, che sorge su un'isola in mezzo a un lago. La tomba però, secondo studi archeologici condotti nel 1933, sarebbe del tutto vuota e anche questo ritrovamento (o meglio, mancato ritrovamento) ha contribuito ad alimentare la leggenda.
In una interessante analisi del mito, lo psicologo Ernest Jones (5) ha rilevato che i vampiri sono il simbolo di meccanismi di difesa dell'inconscio attivati dalla perdita di una persona cara. Il desiderio di ricongiungimento dei superstiti viene proiettato sul defunto e pertanto, si ritiene che anch'esso desideri la stessa cosa e tenti di tornare, soprattutto dal/dalla consorte. Tuttavia, nei casi in cui il rapporto fra i coniugi era intorbidito in vita dai sensi di colpa, il desiderio del ritorno (e di riavvicinamento, anche sessuale) può essere sostituito da uno stato d'ansia (6), che lo tramuta nel corrispettivo perverso, ovvero nel sadismo.
4. Il romanzo
La costruzione del romanzo è molto attuale, la narrazione non è mai diretta, dalla voce dei protagonisti, ma ci perviene dalle fonti più disparate: lettere, frammenti di diari, articoli di giornale. La rappresentazione da più fonti, eterodiretta, è quanto di più moderno si possa trovare in un romanzo dell'Ottocento. E' storia viva, fresca, che si rinnova ogni giorno con la lettura dalle fonti. Una sceneggiatura in cui tutti hanno voce, tranne il vero protagonista, il vampiro, che impersona i terrori ancestrali, segreti indicibili, cose che devono restare nascoste. E la paura non ha voce.
Sul piano linguistico, Stoker non è mai stato ritenuto un grande scrittore e la sua opera, in genere, e il Dracula, in particolare, forse non può essere considerato un capolavoro della letteratura, ma un capolavoro, in generale, lo è senz'altro. Nel suo caso, la forza del personaggio è stata superiore alla qualità del romanzo stesso, così come, ad esempio, lo Sherlock Holmes di Conan Doyle, in cui la fama del personaggio ha superato quella del suo autore, la cui prosa non era affatto memorabile.
Stoker si attarda e spesso indugia in descrizioni minuziose, abbonda di particolari, a volte inutili e non essenziali all'economia della narrazione, come denunciato anche dalla critica del tempo, ma il reale pregio del suo romanzo , se non è la felicità di linguaggio, è la costruzione su diversi piani di visuale, plurisoggettivi, cinematografici, oserei dire. E in questa edificazione strutturale a più livelli sta anche la vera natura del romanzo.
Nonostante la critica, Stoker fu molto amato dai suoi contemporanei, il suo romanzo ebbe un vasto seguito popolare e fu oggetto dell'apprezzamento di illustri lettori, fra cui il pittore preraffaellita Dante Gabriel Rossetti, i poeti Eliot e Tennyson, il grande Oscar Wilde e perfino il primo ministro inglese Gladstone.
Ma lasciamoci condurre nelle atmosfere gotiche e nebbiose scorrendo le righe del romanzo.
“Ci sono misteri che gli uomini possono soltanto intuire, che secolo dopo secolo possono solo in parte risolvere. Credetemi, siamo sulla soglia di un mistero... E' tutto così feroce, così misterioso e strano... quell'orrido senso della realtà delle cose, in cui ogni sforzo dell'immaginazione sembra fuori luogo... Vorrei essere lontano, al sicuro. Vorrei non essere mai venuto”
La scrittura è come un chiarore argentato nella notte, che si spande sulla superficie di tutte le cose, lieve come un velo di dama filigranato e prezioso. Può nascondere segreti, adombrare misteri, velare i volti dei protagonisti e alterarne le sembianze, ma alla fine ogni segreto dev'essere svelato, ogni mistero rivelato e il terrore messo a nudo.
Quali sono le nostre paure ancestrali, cosa può scatenarle? Riconoscere la natura ferina degli esseri umani, l'adamantina crudeltà ben nascosta nel profondo dell'essere? Un sorriso maligno che deforma la bocca e accende gli occhi dello scintillio di un orrido basilisco? L'odore del sangue, il tanfo della morte, il buio che nasconde il fiato ansante dei predatori?
La paura è nel sobbalzo del cuore, quel gelo insidioso nelle vene, è la morsa d'acciaio che attanaglia le tempie, la mano d'ombra sulla bocca, che pare voglia fermarci il respiro.
“...quel gelo che assale al primo albeggiare, molto simile al volgere della marea. Si dice che chi è in fin di vita muore alle prime luci dell'alba o al mutar della marea.... C'è qualcosa in quel vento, che ha suono, apparenza, sapore e odore”, ma quel vento è gelido, addensa le nubi intorno alla luna e nulla si muove, immobile come una nave dipinta su un oceano dipinto (7). Un oceano buio e senza luna. Molte sono le ombre e scarsa è la luce.
“Nessun libro dopo il Frankenstein di Mary Shelley, nessun altro libro si avvicina al tuo per originalità o per la capacità di suscitare terrore”, ebbe a scrivere Charlotte Stoker, la madre di Bram, in occasione della pubblicazione del romanzo. E, anche se le parole di una madre possono essere non esattamente imparziali, soprattutto se rivolte all'opera di un figlio, la signora Stoker probabilmente ci prese. La forza del romanzo sta proprio tutta nelle sue parole: l'originalità e la capacità di suscitare terrore può decretare il successo o l'insuccesso di una moderna opera di genere.
5. Vlad l'Impalatore e il sesso
Il personaggio ha il suo indubbio fascino da seduttore. Come non leggere in chiave altamente erotica le vicende di fanciulle bellissime e discinte che abbandonano il collo al morso dell'uomo pipistrello?
Ma il conte Dracula ha sempre incarnato, nel tempo, anche i simboli di una sessualità perversa e forse deviata. Il suo stesso aspetto fisico, la sua persona alta e magra, il viso emaciato e affilato, ha molti punti di contatto con l'immagine ottocentesca del masturbatore, secondo quello che scrive Leonard Wolf, uno dei maggiori studiosi del mito, e però presenta anche il “vago sentore di garofano verde all'occhiello”, il segno distintivo degli omosessuali durante l'Ottocento.
Tuttavia il colpo di grazia lo assesta l'Edgar Allan Poe dei nostri tempi, ovvero il grande Stephen King, nella prosaica visione espressa in Danza macabra: “Dracula (e del resto anche le sue spettrali sorelle) sono morti dalla cintola in giù: fanno l'amore soltanto con la bocca... Il sesso in Dracula si può considerare come la fondamentale scopata con la cerniera lampo chiusa”.
6. Nosferatu a Hollywood (ma non solo)
Il lascito del personaggio di Stoker nel cinema è sconfinato. Basti pensare che la prima pellicola ispirata dal vampiro, Le manoir du diable, fu girata nel 1896 da Meliès (8) e apre una serie di almeno un migliaio di film, di svariato genere, dall'avanguardia dell'espressionismo tedesco del Nosferatu di Murnau (9), ai classici dell'orrore del regista americano Tod Browning: London after midnight del 1927 (10), ma soprattutto, il classico dei classici, il Dracula del 1931, il primo in cui il Non-morto fu impersonato dall'attore ungherese Bela Lugosi, che s'identificò talmente nel personaggio da credere di essere egli stesso una reincarnazione di Dracula e dormire in un letto a forma di bara (11), per passare poi attraverso il porno-gotico e pecoreccio degli anni '60 e '70, come House on bare mountains, in cui il Principe delle tenebre, Frankenstein e l'Uomo lupo sono coinvolti in avventure erotiche, Malenka la vampira, Dracula cerca sangue di vergine... e morì di sete! e Does Dracula suck; e negli anni Novanta e Duemila il melenso e commerciale blockbuster Twilight, il tentativo di umanizzazione di Intervista col vampiro (1994) e il ritorno alle origini del fondamentale Dracula di Francis Ford Coppola del 1992, con un supercast formato da Gary Oldman, Winona Ryder, Keanu Reeves, Sadie Frost, Tom Waits e Anthony Hopkins, in una parabola ascendente in cui il personaggio negativo e terrificante dei primissimi tempi si trasforma gradualmente in una maschera che sebbene ancora sinistra, si rivela quasi affascinante e verso la quale, a causa della sua condizione di dannato, si può provare compassione o addirittura simpatia.

(1) Lo strano caso del dottor Je (dal francese je=io) kyll (dall'inglese kill = uccido) e del signor Hyde (sempre dall'inglese hide = nascondi). Lo strano caso del dottor Iouccido e del signor Nascondi. Inoltre, nell'invenzione del nome dello scienziato è probabile che Stevenson abbia utilizzato la sequenza alfabetica progressiva jkl. Mia teoria.
(2) Vedere il progresso. Mostri, bambole e alieni nel romanzo illustrato dell'Ottocento.
(3) Anche dalle mie parti c'era una credenza simile. Secondo la tradizione, una semplice scopa di saggina posta fuori dalla porta di notte può fermare le janare (streghe), che non possono resistere alla tentazione di contarne i fili, fino a farsi sorprendere dall'alba mentre sono ancora intente alla conta. Tutto questo ricorda una nevrosi ossessiva, l'aritmomania, che consiste nell'impulso irresistibile di contare gli oggetti.
(4) Tuttavia, sembrano entrare in gioco altri significati. L'epiteto dovrebbe provenire da drac, che in romeno non vuol dire drago, ma diavolo e da draculea, che significa figlio del diavolo.
(5) On the nightmare (1931).
(6) Lo stesso meccanismo psicologico descritto anche da Freud, che spiegò in tal modo la paura dell'occulto.
(7) As idle as a painted ship upon a painted ocean, in La ballata del vecchio marinaio di Samuel Taylor Coleridge (1798), citata non casualmente nel romanzo.
(8) Il regista di Dalla terra alla luna.
(9) Nosferatu, oder eine symphonie des grauens (1922).
(10) Degna di nota, l'omonima band californiana di fine anni '90.
(11) I Bauhaus gli dedicarono la famosa Bela Lugosi's Dead. Credo che fu eguagliato soltanto da Frank Langella, ma ben cinquant'anni dopo, con il Dracula di John Badham del 1979.








sabato 2 dicembre 2017

To wish impossible things


Lo sento, è ora, sta arrivando.

Un flusso devastante e inarrestabile di ricordi prende a colpirmi. Senza pietà.

E quegli occhi del colore delle foglie morte, quei capelli biondo cenere, la pelle lattea come il cielo dell'alba si materializzano da tempi che non sono più.

Dove sei?

Tremolanti luci nella notte, fuochi fatui, miraggi e mille altri astuti inganni. Niente più che questo.

C'incontrammo sul finire dell'estate, fummo vinti da una passione autunnale, crepuscolare e perniciosa, ma non superammo l'inverno. Il suo vento gelido ci ha spazzati via insieme ai nostri sogni impossibili, ai desideri esagerati, agli amabili infingimenti, proprio nel breve scorrere dell'istante in cui stavano per realizzarsi.

Destini più maestosi ci attendevano, tanto considerevoli ed essenziali da calpestare i petali del nostro giovane e fragile amore. Il tuo fato, incastonato fra le navate rischiarate appena dal tremolante chiarore delle candele, sorvegliato da simulacri di santi con lo sguardo vitreo, il mio, un fiume che insinua le spire nella foresta, la sua testa di serpente dorato, il suo corso non è ancora stabilito. E forse è proprio questo il mio destino: consumarmi nel silenzio come una candela prima del buio. Brancolo nella solitudine di un giovane dio precipitato sulla terra, dentro un sordo oblio di tempesta, pazzo di dolore e indifferente al tempo, e già l'angoscia è l'eco di qualcosa che non c'è più...

Chissà se pensi ogni tanto a quei giorni, il nostro sangue era pallido come l'acqua, e a quelle notti, quando le nostre anime erano intrappolate tra l'inferno e il paradiso. Chissà se pensi a me, a noi e a quello che avremmo potuto essere.

Fa male, sai, desiderare cose impossibili, inseguire le ombre, amare un fantasma. Come impugnare un coltello dalla parte della lama e stringere forte.

Ho indossato una nuova pelle su cui far scorrere le mie miserie da deserto dell'amore, ma era un lusso che non mi potevo permettere; infatti si è orribilmente sfilacciata. Ho cercato di sotterrarti, di affogare il tuo ricordo sotto le onde del mare, di bruciare il tuo nome e disperderlo nell'aria. Perdonami, non ci sono riuscito. E sono ancora qui, questa notte, ancora una volta, a scrivere di te. Di noi. Di questa pena strana e crudele che ha preso possesso del mio cuore.

Perdonami perchè dovrò inventare le parole che non mi hai detto, i baci che non ti ho dato, le lacrime che non abbiamo pianto, le notti che non ci hanno fatto rabbrividire, la pioggia che non ci ha inzuppato...

Perdonami se sono ancora qui a scriverti, a parlarti nella lingua dei sogni, a stringere fra le braccia un'ombra, più sottile delle altre.

Ma non badare a me, sono soltanto un folle visionario davanti a un pezzo di carta; eppure, è proprio così che si stimolano i peggiori istinti. Davanti a un foglio di carta.

Non so, non so spiegarti. E' che stanotte mi sento assente e, allo stesso tempo, così presente che vorrei sprofondare nell'incoscienza. Perchè fa male. A dire il vero, mi sento così tutte le notti, quando cala il sole, da quella maledetta notte che ti ha portata via.

Qualcosa sta accadendo. Vibrazioni a bassa frequenza, scuotimenti nell'aria, interferenze cognitive. Rumori urticanti. E' pericoloso stimolare i ricordi. Non è mai una buona idea risvegliarli dal buio polveroso dell'oblio. Un muro di polvere s'innalza nell'aria a sbarrare la mia visuale sulla notte. E sul muro qualcosa prende forma, si ricompone lentamente nel pulviscolo del nulla. Ora ti vedo.

E ricordo.

“Una promessa è una promessa. Vieni”, avevi detto.

Sono stato io a non seguirti. Sono stato io a non mantenere la promessa. Ti ho persa di vista, eri troppo distante. Non sono riuscito a raggiungerti.

Basta, devo recuperare la connessione con il reale, una parola, un odore, la luce del sole al tramonto, qualcosa, insomma, che mi faccia sentire alive and kicking, vivo e scalciante. Qualcosa che mi riporti giù, che mi scaraventi a terra e mi ancori saldamente al suolo.

Stanotte le tue parole mi hanno scosso dal torpore consueto, sono risalite dal buio con la rapidità di un rigurgito, dal fondo dell'abisso, dalle profondità di un se opaco e distratto. Stanotte ogni cosa è messa a nudo. Senza pietà.

E' devastante.


domenica 26 novembre 2017

Frankenstein, un mito senza tempo


Morirò. Non sentirò più le angosce che mi corrodono. Non sarò più preda dell'ansia inquieta che non mi lascia pace e che non si spegne mai. Chi mi ha creato è morto. Quando non ci sarò più, perfino il ricordo di noi due svanirà. Non vedrò più il sole e le stelle, non sentirò il vento scherzare sulle mie gote. Luce, passioni, sensazioni, sparirà tutto. Nel nulla troverò la mia felicità.

(Dialogo finale di Frankenstein, 1818)

Napoleone era ancora in vita quando fu pubblicata la prima edizione del romanzo, ma dalle ceneri del Settecento si agitavano già gli incubi che avrebbero atterrito il Novecento. Il senso di colpa originale, la responsabilità oggettiva, la colpa insita nella nascita, il destino ineluttabile, l'impotenza di fronte alle tempeste del Fato. Qualche incongruenza nel testo, forse frutto della traduzione non sempre all'altezza (Dalai Editore, 2011) e un linguaggio ottocentesco e aulico, raffinato ma involuto (c'era già l'editing nel XIX secolo?); però i semi dell'angoscia e del turbamento sono stati gettati e prosperano in un terreno fertile.

Mary Shelley (1) tralascia sagacemente particolari macabri, termini medici e procedimenti scientifici, ma ci conduce per mano a visitare il suo personale incubo, un sogno spietato e terrificante partorito in una notte di fine estate sul lago di Ginevra. E se sognare, fantasticare, immaginare può essere spaventoso, scrivere è devastante. Ogni cosa è messa a nudo. Senza pietà.

Dopo Lo strano caso del dottor Jekyll e Mister Hyde, volevo proseguire le mie letture autunnali (sarà il clima post Halloween) con altri classici del terrore, innanzitutto Frankenstein o il moderno Prometeo e accostargli in seguito il Dracula di Bram Stoker. Un trittico di mostruosità gotiche nel nero fulgore del romanzo dell'orrore.

E dopo il motivo del doppio di Jekyll e Hyde, era doveroso affrontare la sfida alla morte con le armi della scienza.

L'uomo che si ribella a Dio per farsi egli stesso dio, usurpando il potere di generare la vita, non è altro che la rievocazione in forma scientifica e tecnologica della ribellione dell'angelo caduto, giunta fino ai nostri giorni. La fiaba nera dell'uomo buono per nascita e natura, che diviene malvagio a causa dell'emarginazione che tributa il mondo a un essere deforme e ributtante, il mostro, il brutto anatroccolo, il diverso, ancora una volta.

Simboli di forte negatività nell'aria, euforie rancorose, brandelli d'orgoglio calpestato e hybris a nastro. La tempesta è imminente e già si affaccia sull'orizzonte frastagliato delle Alpi svizzere. La tragedia familiare che si compie ha un gusto vagamente omerico ed ellenistico (come non accostarvi l'Edipo Re o la Medea di Euripide?), frutto della vendetta degli dei.

La scrittrice compie un discreto scavo psicologico nel buio dell'abisso dei due protagonisti, lo scienziato, Victor Frankenstein, “un pallido studente di arti perverse e vietate” (laddove queste oscure pratiche non erano che studi di anatomia e chirurgia condotti in modo estremo ed esperimenti elettrici applicati alla fisiologia e alla chimica – galvanismo –, le arti di Paracelso, Cornelio Agrippa e Alberto Magno) e la bestia, deforme e ributtante. Ma non parlerei di eroe e di antieroe, di buono e cattivo, di luce e di tenebre. L'uno non può esistere senza l'altro, ognuno deve all'altro la figura tragica che impersona. E, dopotutto, la perizia della Shelley è tutta qui. Con un colpo da maestro compie un ribaltamento di soggetto e di prospettiva: il cosiddetto 'mostro' è più umano di Victor, la sua povera mente deforme è più intrisa di umanità, sensibilità e senso etico di quella del suo artefice che, nella sua debolezza e irresolutezza, ricusa qualsiasi responsabilità in ordine alla sua creatura, abbandonandola al suo destino.

Chi è dunque il vero mostro?

La macchia di Frankenstein è soltanto esteriore. Non ha commesso lui il peccato di essere venuto al mondo, di essere stato ricucito pezzo per pezzo da brandelli della morte e rianimato dalla terra grassa di vermi dei cimiteri. Non è sua la colpa di essere una povera creatura deforme e rivoltante, che il mondo prende a sassate e tenta di sopprimere.

Ti ho forse chiesto io, Creatore, dal mio fango, di farmi uomo? Ti ho forse sollecitato io a promuovermi dalle tenebre? (2).

L'incolpazione di Dio da parte dell'uomo è anche l'atto d'accusa della miserabile creatura contro il suo artefice. E' un destino di abbandono che lo accomuna, nel suo piccolo, alla progenie di Adamo che, a volte, si crede rifiutata, allontanata e messa da parte dal Creatore, forse per il disgusto che prova per la mostruosità dei suoi peccati. E' la sintesi e anche la conclusione dell'aspra lotta, che porterà entrambi all'epilogo fra i ghiacci eterni del grande Nord.

E la favola scientifica ottocentesca può ora precipitare agli inferi e terminare il suo corso nell'oscurità degli abissi, come un fiume nero e impetuoso che scorre urlando sotterraneo e mefitico nei meandri rocciosi del sottosuolo dei nostri migliori incubi.

Oggi che discutiamo di bioetica e clonazione, oggi più che mai, l'ombra di Frankenstein, il moderno Prometeo, è ancora più scura.

(1) Moglie del poeta Percy Bysshe Shelley e letterata anch'essa.

(2) Il paradiso perduto, John Milton (1667).