domenica 26 novembre 2017

Frankenstein, un mito senza tempo


Morirò. Non sentirò più le angosce che mi corrodono. Non sarò più preda dell'ansia inquieta che non mi lascia pace e che non si spegne mai. Chi mi ha creato è morto. Quando non ci sarò più, perfino il ricordo di noi due svanirà. Non vedrò più il sole e le stelle, non sentirò il vento scherzare sulle mie gote. Luce, passioni, sensazioni, sparirà tutto. Nel nulla troverò la mia felicità.

(Dialogo finale di Frankenstein, 1818)

Napoleone era ancora in vita quando fu pubblicata la prima edizione del romanzo, ma dalle ceneri del Settecento si agitavano già gli incubi che avrebbero atterrito il Novecento. Il senso di colpa originale, la responsabilità oggettiva, la colpa insita nella nascita, il destino ineluttabile, l'impotenza di fronte alle tempeste del Fato. Qualche incongruenza nel testo, forse frutto della traduzione non sempre all'altezza (Dalai Editore, 2011) e un linguaggio ottocentesco e aulico, raffinato ma involuto (c'era già l'editing nel XIX secolo?); però i semi dell'angoscia e del turbamento sono stati gettati e prosperano in un terreno fertile.

Mary Shelley (1) tralascia sagacemente particolari macabri, termini medici e procedimenti scientifici, ma ci conduce per mano a visitare il suo personale incubo, un sogno spietato e terrificante partorito in una notte di fine estate sul lago di Ginevra. E se sognare, fantasticare, immaginare può essere spaventoso, scrivere è devastante. Ogni cosa è messa a nudo. Senza pietà.

Dopo Lo strano caso del dottor Jekyll e Mister Hyde, volevo proseguire le mie letture autunnali (sarà il clima post Halloween) con altri classici del terrore, innanzitutto Frankenstein o il moderno Prometeo e accostargli in seguito il Dracula di Bram Stoker. Un trittico di mostruosità gotiche nel nero fulgore del romanzo dell'orrore.

E dopo il motivo del doppio di Jekyll e Hyde, era doveroso affrontare la sfida alla morte con le armi della scienza.

L'uomo che si ribella a Dio per farsi egli stesso dio, usurpando il potere di generare la vita, non è altro che la rievocazione in forma scientifica e tecnologica della ribellione dell'angelo caduto, giunta fino ai nostri giorni. La fiaba nera dell'uomo buono per nascita e natura, che diviene malvagio a causa dell'emarginazione che tributa il mondo a un essere deforme e ributtante, il mostro, il brutto anatroccolo, il diverso, ancora una volta.

Simboli di forte negatività nell'aria, euforie rancorose, brandelli d'orgoglio calpestato e hybris a nastro. La tempesta è imminente e già si affaccia sull'orizzonte frastagliato delle Alpi svizzere. La tragedia familiare che si compie ha un gusto vagamente omerico ed ellenistico (come non accostarvi l'Edipo Re o la Medea di Euripide?), frutto della vendetta degli dei.

La scrittrice compie un discreto scavo psicologico nel buio dell'abisso dei due protagonisti, lo scienziato, Victor Frankenstein, “un pallido studente di arti perverse e vietate” (laddove queste oscure pratiche non erano che studi di anatomia e chirurgia condotti in modo estremo ed esperimenti elettrici applicati alla fisiologia e alla chimica – galvanismo –, le arti di Paracelso, Cornelio Agrippa e Alberto Magno) e la bestia, deforme e ributtante. Ma non parlerei di eroe e di antieroe, di buono e cattivo, di luce e di tenebre. L'uno non può esistere senza l'altro, ognuno deve all'altro la figura tragica che impersona. E, dopotutto, la perizia della Shelley è tutta qui. Con un colpo da maestro compie un ribaltamento di soggetto e di prospettiva: il cosiddetto 'mostro' è più umano di Victor, la sua povera mente deforme è più intrisa di umanità, sensibilità e senso etico di quella del suo artefice che, nella sua debolezza e irresolutezza, ricusa qualsiasi responsabilità in ordine alla sua creatura, abbandonandola al suo destino.

Chi è dunque il vero mostro?

La macchia di Frankenstein è soltanto esteriore. Non ha commesso lui il peccato di essere venuto al mondo, di essere stato ricucito pezzo per pezzo da brandelli della morte e rianimato dalla terra grassa di vermi dei cimiteri. Non è sua la colpa di essere una povera creatura deforme e rivoltante, che il mondo prende a sassate e tenta di sopprimere.

Ti ho forse chiesto io, Creatore, dal mio fango, di farmi uomo? Ti ho forse sollecitato io a promuovermi dalle tenebre? (2).

L'incolpazione di Dio da parte dell'uomo è anche l'atto d'accusa della miserabile creatura contro il suo artefice. E' un destino di abbandono che lo accomuna, nel suo piccolo, alla progenie di Adamo che, a volte, si crede rifiutata, allontanata e messa da parte dal Creatore, forse per il disgusto che prova per la mostruosità dei suoi peccati. E' la sintesi e anche la conclusione dell'aspra lotta, che porterà entrambi all'epilogo fra i ghiacci eterni del grande Nord.

E la favola scientifica ottocentesca può ora precipitare agli inferi e terminare il suo corso nell'oscurità degli abissi, come un fiume nero e impetuoso che scorre urlando sotterraneo e mefitico nei meandri rocciosi del sottosuolo dei nostri migliori incubi.

Oggi che discutiamo di bioetica e clonazione, oggi più che mai, l'ombra di Frankenstein, il moderno Prometeo, è ancora più scura.

(1) Moglie del poeta Percy Bysshe Shelley e letterata anch'essa.

(2) Il paradiso perduto, John Milton (1667).


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