giovedì 10 agosto 2017

Significato e significante. La poesia di Senghor



La poetica bianca e la poetica africana, l'arte occidentale e quella australe. Due mondi, due universi, due blocchi contrapposti e inconciliabili, se li guardassimo sotto la nostra lente di visi pallidi, e la dicotomia, l'opposizione, il mondo dei blocchi. Invece, è possibile (è necessario) leggere le due parti, insieme a molte altre, come componenti del Tutto. E' quello che cerca di spiegare Lèopold Sèdar Senghor, primo presidente del Senegal indipendente, ma anche (e soprattutto) raffinato poeta (1). Di lui avevo parlato ne L'impero del vento, raccontando di come una sua poesia fosse divenuta l'inno ufficiale di una nazione appena germogliata (2).

Ogni forza, ogni energia, ogni cosa è di per sé un nodo di forze più semplici, elementari, basiche, spesso contrapposte. Maschile e femminile, ad esempio, luce e ombra, bene e male. Ma soltanto la loro aspra lotta e poi il loro dialogo e infine, la loro unione porta alla realizzazione di quella particolare forza, energia, oggetto, che è simbolo di una realtà sottostante, del mondo del non visibile, del quale costituisce il segno. “Ogni forma, ogni superficie, ogni linea” sostiene Senghor “ogni colore e ogni sfumatura, ogni odore e profumo, ogni suono, ogni timbro, ogni cosa ha il suo significato”.

Sono cresciuto alla tua ombra

la dolcezza delle tue mani che bendavano i miei occhi

ed ecco nel cuore dell'estate e del meriggio

ti scopro dall'alto di un colle calcinato

terra promessa

e la tua bellezza mi fulmina in mezzo al cuore

come il lampo di un'aquila

Gazzella dalle giunture celestiali

le perle sono stelle sulla notte della tua pelle

delizia per i giochi della mente

riflessi d'oro sulla tua pelle marezzata

all'ombra della tua chioma

la mia angoscia si rasserena ai soli vicini dei tuoi occhi

(Donna nuda, donna nera)

Non bisogna tenere l'oggetto a distanza per scrutarlo, osservarlo, analizzarlo. Bisogna intuirlo ancor prima di sentirlo, assimilarne le onde invisibili e i contorni, incorporarlo a sé in un estremo atto d'amore. Oltrepassare il segno e il simbolo per afferrarne il senso. Al di là del significante, è necessario sentire il significato.

Ed ero senza parole

di fronte all'enigma del tuo sorriso

un crepuscolo breve scivolò sul tuo viso

un capriccio divino

dall'alto della collina – rifugio di luce

ho visto spegnersi lo splendore del tuo perizoma

e il tuo cimiero come un sole

inabissarsi nell'ombra delle risaie

Piangerò nelle tenebre, nel grembo materno della terra

dormirò nel silenzio delle mie lacrime

fino a che sfiori la mia fronte

l'alba di latte della tua bocca

(Ti ho accompagnata al villaggio)



La tua lettera di tenero pane

dolce come il burro, sapido come il sale

e la luce sul mare troppo verde e blu

la ghirlanda dei battelli bianchi

verso i fiumi del Sud, verso i fiordi del grande Nord.

La tua lettera come un'ala chiara nel turbinio dei gabbiani

E' bello, è triste

C'è Gorèe, dove sanguina il mio cuore

la casa rossa a destra, mattone sul basalto

la casa rossa al centro, piccola fra due abissi d'ombra e luce

la grande casa rossa dove ancora sanguina il mio amore

come un abisso senza fondo

(Sono le cinque)

Le parole di Senghor sono estremi e simboli di un universo esistenziale, ma unitario, una sorta di surrealismo mistico, un'arte non fine a se stessa, ma funzionale, utile, collettiva, da osservare e ammirare, ma da distruggere e abbattere quando non serve più.
Odiavo un po' di più ogni giorno
il viso d'oriente della fidanzata azzurra
questo bacio di notte alla speranza delle stazioni
questa lenta luna di manna nei reami della nostra infanzia
questa luminosa estate senza notte
questo eterno bacio degli sposi fidanzati
Non vedevo che la tua assenza
(Questo lungo viaggio)

Una palma verde vela la febbre dei capelli
color di rame la fronte curva
le palpebre chiuse, coppa duplice e sorgenti sigillate
questa falce sottile di luna
questo labbro più nero e appena tumido
viso di maschera chiuso all'effimero
senza occhi, senza materia
che non imbrattano belletti né rossetti
né rughe né tracce di lacrime o di baci
(Maschera negra a Pablo Picasso)
E anche accorati atti d'accusa, una ribellione d'Africa, sobria, discreta, ma decisiva.
Dimentico le mani bianche che premendo il grilletto
fecero crollare gli imperi
le mani che fustigarono gli schiavi e vi flagellarono
le mani bianche polverose che vi schiaffeggiarono
le mani laccate e incipriate che mi hanno schiaffeggiato
le mani sicure che mi spinsero alla solitudine e all'odio
le mani bianche che abbatterono la foresta
e domani batteranno carne nera
(Neve su Parigi)

Dunque è vero che la Francia non è più la Francia?
E' vero che l'odio dei banchieri ha comperato le sue braccia d'acciaio?
Sangue, sangue nero dei miei fratelli
voi macchiate l'innocenza delle mie lenzuola
voi siete il sudore in cui si bagna la mia angoscia
siete la sofferenza che arrochisce la mia voce
(Tyaroye)

Invano fu stroncato il riso tuo
il fiore più nero della tua carne.
(Assassini)

Ecco il sole
che inturgidisce il petto delle vergini
che fa sorridere i vecchi sulle panchine
che i morti desterebbe sotto una terra madre.
E voi fratelli oscuri, nessuno vi ricorda.
Promisero a cinquecentomila figli vostri la gloria di morire
Fra poco, ringraziano fin d'ora gli oscuri futuri caduti
La nera infamia
nella solitudine della nera terra e della morte
nella vostra solitudine senz'occhi e senza orecchi
senza il calore dei vostri compagni stesi contro di voi
come allora in trincea e un tempo alle riunioni di villaggio
anche se non avete né occhi né orecchi
nel vostro triplo recinto di buio
Accogliete questo suolo rosso
questa terra sotto il sole estivo
arrossata dal sangue delle bianche ostie
(Ai fucilieri senegalesi caduti per la Francia)

E poi inni alle origini primordiali della vita, all'archetipo, al significato unico e profondo di ogni cosa, un invito al ritorno all'essenza primeva.

Mi ha confuso la tua bellezza
queste grandi ragazze d'oro dalle lunghe gambe
di fronte ai tuoi occhi di metallo blu
il tuo sorriso di brina
che leva i suoi occhi di civetta fra l'eclisse del sole.
Non un riso di bimbo in fiore, la sua mano nella mia fresca mano
Non un seno materno, solo gambe di nylon
gambe e seni senza sudore né odore
Non una parola nell'assenza di labbra
solo cuori artificiali pagati con moneta unica
e non un libro in cui leggere la saggezza
La tavolozza del pittore fiorisce di cristalli di corallo
e le acque scure trasportano amori igienici
come i fiumi in piena cadaveri di bambini
Ecco il tempo dei segni e dei conti
Ho visto prepararsi la festa della notte alla fuga del giorno
Tutti gli elementi anfibi raggianti come soli
Lungo i marciapiedi, ruscelli di rum bianco
ruscelli di latte nero nella nebbia azzurra dei sigari.
Ascolto la tua voce maschia di rame
la tua voce vibrante d'oboe
l'angoscia ostruita delle tue lacrime piombare in grossi grumi di sangue
L'idea legata all'atto, l'orecchio al cuore, il segno al senso
Ecco i tuoi fiumi sonori di caimani muschiati e di lamantini dagli occhi di miraggio
E nessun bisogno di inventare le sirene
Ma basta aprire le orecchie a Dio
che con un riso di sassofono creò il cielo e la terra in sei giorni
e il settimo giorno dormì del grande sonno negro.
(A New York)


 
Cullato dall'urlo del vento, la faccia riversa
come un leone notturno su tristi altipiani
Vago intorno a qualche assenza
Tu sola assente, o mia presenza
Tu relitto di sabbia e di tenerezza, fiume di delizie
E il verde che si rifiuta di diventare tenebra
I primi Alisei viravano sibilando sulla loro coda
sulle loro penne, sulle loro ali
Come una falsa gioia
Soukeina di seta nera, sorriso di sole sulle labbra di mare
Che io mi fermi sotto la Via lattea
per ascoltare nel vento fra i palmizi il lamento delle poetess.
(Elegia degli Alisei a mia moglie Colette)
 
La vera cultura è mettere radici e sradicarsi, dice Senghor. Mettere radici nel più profondo della terra natia. Nella sua eredità spirituale. Ma è anche sradicarsi e aprirsi alla pioggia e al sole, ai fecondi rapporti con le civiltà straniere.
E' possibile rimanere ancorati alle proprie origini e, al tempo stesso, prendere il largo per orizzonti lontani.
Perchè la libertà è deserto (3).



 
(1) “La poesia ha perso uno dei suoi maestri, il Senegal un uomo di stato, l'Africa un visionario e la Francia un amico”, dichiarò alla sua morte Jacques Chirac, all'epoca alla presidenza francese.
(2) In piedi fratelli,
il leone rosso ha ruggito
d’un balzo si è slanciato,
dissipando le tenebre.
Sole sulle nostre paure,
sole sulle nostre speranze.
Fibre del mio verde cuore,
spalla contro spalla,
in piedi fratelli!
Uniamo il mare e le sorgenti,
uniamo le steppe e le foreste.
Salve Madre Africa.
(3) Elegia degli alisei a mia moglie Colette.





domenica 4 giugno 2017

I testi di Avvolgimi invisibile


Una selezione dei testi più significativi di Avvolgimi invisibile:


Margherite gialle

Mia dolce, lurida creatura
così poco bastava
per maneggiarti a dovere
non ti sapevi accontentare

Arabeschi sui corpi distesi
in una stanza sempre chiusa
sensi di colpa e abbandono
sottili trame e perverse spiegazioni

Lurida bastarda
quanto poco bastava
per bagnarti a dovere
non ti sapevi mai fermare

Ragnatele sui corpi delusi
dalla sindrome di un amplesso rifilato per scherzo
Dico S.A.R.S.
Ascolta! Dico S.A.R.S.

Margherite, gialle puttane dai capelli neri
Margherite, gialle...

Mia dolce, immota creatura
così poco bastava
per pestarti a dovere
non ti sapevi accontentare

Lividi sui corpi distesi
in una stanza sempre vuota
sensi di colpa e abbandono
sottili trame e perverse spiegazioni

Piove alla fine di settembre
persa Andromeda fra stelle bagnate
sei andata in fumo
cometa arsa nel vento

A volte ritorno ancora
(come in sogno)
a volte per rivederti
altre per non vederti

Margherite, gialle puttane dai capelli neri
Margherite, gialle...

Kapput mundi
Sotto le onde del tuo mare
riconosco la mia sconfitta
la mia vittoria sul nulla
e la mia falsa gioia
Sono nel tuo mondo vivido
nella tua gloria effimera
in questo mondo nero e sommerso
nella tua vera gioia
Sotto una coltre di silenzio e sonno
I just feel so fine
sotto una coltre di silenzio e sonno
In ogni lacrima che scende
in ogni goccia che cade
sono nel tuo mondo livido
nella tua gloria effimera
Ho già l'acqua alla gola
è tutto così rapido
che strano, non è come morire
non è come l'avevo immaginato
E ora sono sotto l'onda
e ora sono sotto la vita
nessuno mi può salvare

Ode notturna
Affamati di luce e di suono
come sepolti vivi
eravamo assenza, eravamo abbandono
eravamo, eravamo...
Ora tutto è finito
il cerchio è spezzato
l'inganno è svelato
Come parole che non ti ho detto
come lacrime che non ho pianto
Non più parole schiuderanno le tue labbra
mai più lacrime veleranno i tuoi occhi
Ora venga la notte
coltre di velluto informe
a ricoprire il corpo inerme
nudo nel pallore
di fiamma che brucia senza ardore
ora venga la notte
Come vertigine in un volo
in cui non sei più solo
non sei più solo
Non più parole schiuderanno le tue labbra
mai più lacrime veleranno i tuoi occhi
Sei ombra, sei vento, sei pioggia
sei nell'aria
 
Gwyneth is dead
Sexy scivolò sul punto “g” di non ritorno
tenera e calda sotto le dita
e lacrima e trasuda viscidi umori
vergine madre troia
La migliore delle intenzioni
rotolava oltre l'estasi
e latrava come cagna in calore
eppure aveva visto tempi migliori
E assistito alle nostre più insane esibizioni
fra la polvere e il silenzio
e ragnatele pendule
come brandelli di pelle morta
Ma d'un tratto lo spettacolo era interrotto
da sordi colpi alla porta
dalla richiesta di spiegazioni
dalla notte che irrompeva col suo veleno
Amavo le tue costole
inferriate di una gabbia dorata
e i tuoi fianchi
misteriose insenature da esplorare
Lei deglutiva niente affatto convinta
certa che sarebbe stato meglio
non incontrare il suo sguardo
non aver incontrato il suo sguardo in quel giorno di vento
 
Zyon
Emergo lentamente dal mio stato d'incoscienza
affiorano ricordi dal buio della stanza
cupi sguardi affollano di ombre...
la vostra danza!
Ho visto sangue, lacrime, morte, distruzione
gli orizzonti di gloria sono solo illusione
corpi ammassati, corpi dilaniati
la morte è una discarica di corpi rottamati
Questi incubi tornano quando sono solo, come neri stormi si avventano in volo
di notte, di giorno, sono sempre intorno, di giorno di notte, arrivano a frotte
Incubi riemergono quando resto solo, come neri stormi sono sempre in volo
di notte, di giorno, sono sempre intorno, di giorno, di notte, arrivano a frotte
La linea rossa cedette in un secondo
e fu come se cascasse il mondo
oh che mirabile invasione!
e fummo schiavi d'intensa devozione
furono giorni da vivere in un lampo
e chi rimase, poi, non ebbe scampo
furono giorni da vivere in un istante
fagocitati da un bagliore accecante
I'm gonna be iron like
like a lion in Zyon
I'm gonna be iron like
like a lion in Zyon
Ritorno lentamente al mio senso d'impotenza
meglio stare chiuso nel buio della stanza
cupi sguardi affollano di ombre...
la vostra danza!
Ho visto sangue, lacrime, morte, distruzione
gli orizzonti di gloria sono solo illusione
corpi ammassati, corpi dilaniati
la vita è una discarica di corpi rottamati
Questi incubi tornano quando sono solo, come neri stormi si avventano in volo
di notte, di giorno, sono sempre intorno, di giorno di notte, arrivano a frotte
Incubi riemergono quando resto solo, come neri stormi sono sempre in volo
di notte, di giorno, sono sempre intorno, di giorno, di notte, arrivano a frotte
I'm gonna be iron like
like a lion in Zyon
I'm gonna be iron like
like a lion in Zyon

Pornorama
Freddi istanti
contrazioni instabili
persi nella nebbia del tempo
ascolto il battito rallentato
del tuo cuore
Osservo corpi, avanzi, scorie
in un giorno di vento
una storia uguale alle altre
Attraverso finestre rigate di pioggia
vedo altri corpi ottusi
sento solo labbra gelide
Vedo bruciare come roghi di notte
i nostri gemiti sacrificati
sulla pira delle tentazioni




sabato 3 giugno 2017

Avvolgimi invisibile





Dopo alcuni mesi di silenzio radio, rieccomi a presentare una mia nuova fatica, stavolta non letteraria, ma musicale. Una sorta di ritorno alle origini.

Si tratta di Avvolgimi invisibile, il quinto capitolo della saga Atròphia.

Questo nuovo lavoro è stranamente lontano dalla mia solita verve/indifferenza alternativa, ho esplorato sonorità, stili e strutture di certo rock classico anni settanta (Il giardino d'inverno, Samsara, Zyon), qualche episodio di umorismo nero – o d'umor nero, se preferite – (Il segreto della stanza 42, Gwyneth is dead) e numerose aperture melodiche (Avvolgimi invisibile, Kapput mundi, Ode notturna). E' quasi un'introspezione consuetudinaria, automatica, se vogliamo, ma ineluttabile. Del resto, non posso essere quello che non sono, così come non posso non essere quello che sono.

Pare scontato, ma non è affatto così.

Scrivere a vuoto parole insulse soltanto per evitare l'angoscia di non saper più annerire l'accecante biancore dei fogli è inutile. Stavolta la furia creativa ha fatto vibrare corde vocali e corde di chitarre elettriche, entrambe hanno strepitato, pianto e lanciato dissonanze violentando il silenzio, cercando di volgere il caos al cosmos, una lotta impari durata tre mesi, da marzo alla fine di maggio, nel solco incarnato di una primavera volubile, di sole avaro e di fresco di pioggia.

Sette anni sono passati da Subliminale, anni in cui ho affinato la mia viscerale diffidenza verso i popoli del nord, anni di mesto rancore.

E' stato questo lento scorrere a devastarmi nel profondo. Un vuoto incolmabile, una foresta impenetrabile, un oscuro simulacro. Questo sono. Mi rendo conto che mi sono lasciato indietro un mucchio di macerie. Terra bruciata intorno, tempeste, distruzione. Ci sono città, mondi interi, universi da ricostruire.

Ma tutto questo ha dato vita ad Avvolgimi invisibile. E' davvero mio, mi rendo conto che ci sono dentro fino ai capelli, mi sovrasta come le onde di Kapput mundi.

Presto ne sarò sommerso, mi mancherà l'aria, perderò i sensi. Laggiù, il mondo equoreo mi attende.

Presto, ma non ancora.

 
 


sabato 25 febbraio 2017

Don DeLillo, uno scrittore dal Molise per narrare l'american dream


E' un bene vivere nel luogo in cui si è scelto di vivere, non dove si è obbligati. Ma spesso non è così. Non scegliamo la nostra casa, la nostra strada, la nostra città e i nostri vicini, ma sono altri a decidere per noi, con minuscoli scatti d'ingranaggi che mettono in moto una ruota enorme e gigantesca, tutti insieme contribuiscono al nostro destino. Una sorta di lotteria esistenziale che assegna a ciascuno il prato in cui metterà radici.

Don DeLillo (nome completo Donald Richard DeLillo) è nato e cresciuto nel Bronx, ma i suoi genitori erano italianissimi, emigrati subito dopo la Grande guerra dal Molise, Montagano, per la precisione, in provincia di Campobasso. Come ogni italo-americano che si rispetti, ha frequentato scuole cattoliche fino agli studi universitari e l'influenza religiosa traspare in molte delle sue opere (1).

Terminati gli studi, iniziò a lavorare prima come custode di un parcheggio e poi come pubblicitario - risale a questa fase della sua vita il profondo interesse per l'arte e la musica, particolarmente al jazz (ahimè, un genere musicale che mi causa l'orticaria e la nevrosi) e (finalmente) alla scrittura.

Il suo talento trovò subito terreno fertile nel Nuovo continente e potè deflagrare come meritava. Chissà se sarebbe accaduto se fosse rimasto in Italia.

Nel 1971 ha pubblicato il suo primo romanzo, Americana (2), un'opera che è un'indagine sul malessere esistenziale, le paure e le patologie della società moderna, temi che si ritroveranno più avanti in altre sue opere.

Nel 1973 scrive Great Jones Street, la storia di una rockstar che abbandona la sua band nel momento di massimo splendore, decidendo di svanire dal mondo, nascondendosi in un anonimo appartamento di Great Jones Street, da cui il titolo. Credo che nel romanzo ci sia molto del Wakefield di Nathaniel Hawthorne, dai Twice told tales, come il tema dell'insopportabilità del quotidiano, del mal di vivere, del trionfo della noia e della fuga come soluzione ai problemi. Ma è impossibile sfuggire alle luci della ribalta e il nascondiglio è ben presto scoperto e il volontario esilio non salva la rockstar dalla curiosità morbosa della massa e dal turbinio di agenti, produttori e manager che cercano di guadagnare ancora un dollaro in più sfruttando il mito. Una narrazione spietata e ironica sullo starsystem e l'illusione del successo.

“Erano somme che colavano dalla mia pelle come tanta pioggia. Somme che in realtà tornavano a me sotto forma di credito esistenziale. Pranzammo un'altra volta. Una band suonava musica da ipermercato dal vivo. Tornammo a casa in silenzio. Ci ritirammo nelle nostre rispettive camere, desiderando stare soli.”

Alla fine degli anni settanta DeLillo intraprese un lungo viaggio in Medio Oriente e in India; successivamente si trasferì in Grecia, dove ha vissuto per alcuni anni.

Al ritorno negli Stati Uniti ha scritto Rumore bianco (titolo originale, White Noise) con cui, nel 1985, ha vinto il National Book Award. E' la critica spietata al capitalismo e al consumismo, un rumore bianco onnipresente, sottofondo della vita moderna e, per quanto mi riguarda, è il suo capolavoro. Il rumore bianco è la colonna sonora della società consumista, la televisione, la radio, la musica, la pubblicità, il traffico, il ronzio d'alveare che non ci abbandona mai e c'impedisce di ascoltare il silenzio.

“E' il linguaggio delle onde e delle radiazioni, ovvero quello per il cui tramite i morti parlano con i vivi. Ed è lì che aspettiamo, tutti insieme, a dispetto delle differenze di età, i carrelli stracarichi di merci colorate. Una fila in movimento lento, gratificante, che ci dà il tempo di dare un'occhiata ai tabloid nelle rastrelliere.

Tutto ciò di cui abbiamo bisogno, che non sia cibo o amore, lo troviamo nelle rastrelliere dei tabloid. Storie di fatti soprannaturali ed extraterrestri. Vitamine miracolose, le cure per il cancro, i rimedi per l'obesità.

Il culto delle star e dei morti.”

Gli interni nevrotici e gelidi che caratterizzano Rumore bianco, si ritrovano in Cosmopolis, romanzo del 2003, che si svolge tutto all'interno di una limousine in una insolita odissea newyorkese, e che si rivela sinistramente premonitore nell'anticipare la crisi economica del 2007 (a proposito, passerà alla storia come Grande depressione, Grande crisi economica, o Crisi economica globale?), segnata dal fallimento epocale della Lehman Brothers e dalla nazionalizzazione della Freddie Mac e Fanny Mae.

Don DeLillo è stato il cantore del sogno americano e della sua crisi, l'american beauty (3), nel devastante e profetico scorcio di fine millennio.

Le teorie del complotto divengono centrali nella vita dei personaggi che l'autore descrive. In Running Dog:

“E' una Zumwalt automatica calibro 25. Di fabbricazione tedesca. Non ha la forza di arresto di un'arma a canna pesante, ma non ti capiterà mai di dover affrontare un rinoceronte, o no?

Un'arma mortale nascosta. Lo strumento definitivo per determinare l'appartenenza di un individuo a questo mondo. Era un segreto, una seconda vita, un secondo io, un sogno, un incantesimo, un intrigo, un delirio.

Made in Germany.”,

si narrano le vicende di un gruppo di esaltati a caccia di cimeli nazisti, sullo sfondo della spietata lotta fra l'individualismo e il controllo politico–burocratico-sociale.

DeLillo è stato il lucido osservatore della società americana nel rito di passaggio al Nuovo millennio e del suo immaginario collettivo, ha descritto i suoi costumi e la sua decadenza con una scrittura profonda e ironica, attraverso lo strapotere dei media, il manicheismo sociale, la religiosità, i riti profani come il Giorno del ringraziamento, il 4 di luglio e il Superbowl e le liturgie della politica (i caucus, le primarie e il complesso sistema elettorale statunitense), tentativi di rendere sacro qualcosa di infinitamente immorale.

La conquista del potere.



(1) Underworld del 1997. Un capolavoro della letteratura postmoderna, nel quale si sprecano teorie del complotto, dietrologie da guerra fredda, ossessione mediatica e degenerazioni della cultura popolare.

(2) Americana purtroppo è uscito in Italia soltanto nel 2000. DeLillo è stato scoperto molto tardi dalla madrepatria, ma questo è un destino comune a molti suoi figli.

(3) Ricordate il bellissimo film del 1999 di Sam Mendes, con Kevin Spacey, Annette Bening e Mena Suvari? E, sempre sullo scorcio di fine millennio, Strange days (4), duemila o non più duemila?

(4) Ancora una nota alla nota. Film del 1995 di Kathryn Bigelow, con Ralph Fiennes, Angela Bassett e Juliette Lewis, nonché stravolta canzone e omonimo album del 1967 dei Doors.


domenica 12 febbraio 2017

Un approccio alla teoria M.E.U.V. (Movimento per l'Estinzione Umana Volontaria)


Senso di insicurezza collettiva, di precarietà e spaesamento, progressivo affievolirsi dei legami di comunità, vicinato e famiglia, perdita del senso di appartenenza alla 'grande' e alla 'piccola' patria, fino a configurare una “solitudine del cittadino globale”.

E poi, il controllo della natura, l'organizzazione burocratica e gerarchica della società e del lavoro, la sistematizzazione di regole e controlli, la frammentazione del sapere. E, l'estrema difficoltà di applicare regole e controlli a gruppi che, per definizione, rifuggono da regole e controlli (immigrati che rispettano soltanto le tradizioni dei paesi di provenienza e non sono permeabili alle regole dei paesi d'arrivo, gruppuscoli di antagonismo anarcoide o antisistema, popolazioni nomadi che si trascinano per stanca convinzione da un campo all'altro) suscita senso di minaccia, paura e tendenze liberticide, o peggio, istinti di rivalsa e giustizia fai da te.

E' la società post moderna, secondo Zygmunt Bauman (1), secondo il mio parere, l'evoluzione della crisi d'identità novecentesca, della caduta degli dei, del drammatico scontro fra libertà individuale e controllo sociale (vedi Magenta Sky, http://angelo-medici.blogspot.it/2016/06/magenta-sky.html), nella quale mi sento di annaspare a mio buon diritto. La verità è che sono figlio del mio tempo, la “solitudine globale” e lo spaesamento sono frutti avvelenati del Nuovo Millennio, anche se non sono esattamente novità.

E, l'aspra lotta fra libertà dell'individuo e controllo sociale è un tema classico della sociologia.

Sconfitto dall'irrisolvibile dicotomia fra l'essere e il dover essere, lacerato, diviso in due, le due metà tenute insieme da menzogne, sotterfugi e raggiri, l'individuo moderno si sta avvitando su se stesso, in una caduta a spirale senza scampo.

Amo tutto ciò che scorre, tutto ciò che ha in sé tempo e divenire, ciò che non è statico, freddo, immobile. Tutto ciò che riporta al principio. Ma qui non c'è inizio e non c'è fine. Neppure un lento scorrere, un flusso costante di tempo, universi e spiriti. E' tutto congelato, ibernato, sepolto sotto una coltre di uniforme biancore.

E già i sogni di cambiare il mondo, la pace universale, l’amore, la tutela dell’ambiente, la giustizia sociale (e già che ci siamo, la raccolta differenziata, tagliarsi le unghie delle mani e dei piedi una volta la settimana, la partita di calcetto con i colleghi), sono soltanto fantasmi con i quali cerchiamo di illuderci che la fine non sia vicina, dietro i quali vogliamo nascondere il fatto che l’umanità è al collasso, le società si stanno liquefacendo, la civiltà è sull’orlo dell’estinzione?

Inutile lottare, non serve a niente resistere, arrovellarsi, disperarsi. E’ tempo sprecato, accettiamo con rassegnazione la nostra fine imminente e smettiamo di pensare al futuro, che è una chimera, e, se siamo fortunati, durerà molto poco.

C'è tanta disperazione in tutto questo, nel significato letterale di assenza di speranze. Sono soltanto superstizioni?

La teoria M.E.U.V. (Movimento per l’Estinzione Umana Volontaria) si fa strada negli Stati Uniti d'America. I suoi seguaci scelgono di non riprodursi più per attenuare l’impatto dell’umanità sul pianeta. Un tentativo di lasciare un migliore ricordo di noi a chi ci succederà?

In fondo, siamo soli in mezzo all'oceano. Ognuno scelga come morire. Un colpo secco e atroce, oppure un lento deperire nel delirio. Non importa. Il futuro è il buio, il futuro è il nulla. La morte globalizzata, il nichilismo assoluto, l'annientamento del sé. Un immane suicidio collettivo, come non se ne vedevano dai tempi di Aum Shinrikyo o dall'allegra fattoria psicopatica di Waco, Texas.



(1) Sociologo e filosofo polacco, recentemente scomparso. Lasciata la Polonia a seguito dell'invasione tedesca, si arruolò nell'Armata Rossa. Rientrato in patria alla fine della guerra, ha insegnato all'università di Varsavia fino al riacutizzarsi dell'antisemitismo, poi a Tel Aviv e Leeds. Celebri le sue teorie sulla post-modernità e lo stato solido-liquido della società, ha cercato di spiegare i nostri tempi connettendo consumismo e creazione di rifiuti umani, globalizzazione e industria della paura attraverso lo smantellamento progressivo del sistema di sicurezze e una vita liquida, sempre più frenetica, nella corsa disperata ad adeguarsi al gruppo sociale per non esserne esclusi.