sabato 30 aprile 2016

Jacob il rosso


Jacob si svegliò una mattina e aprì la finestra. A nord le colline vegliavano l'orizzonte a guardia della città distesa nella pianura, come una grigia troia a cosce aperte, e a est un sole svogliato cominciava senza troppa convinzione la sua scalata al cielo.

Ma dai marciapiedi saliva un clamore anormale. Un rombo sordo come un fiume in piena. Jacob si vestì in fretta e scese da basso. Una corrente umana risaliva la strada e fu subito trascinato via.

La faccenda era troppo strana e complicata per articolare pensieri coerenti e tentare di ricomporli in maniera decente e comprensibile nella sua bocca. Si era cacciato in una situazione pericolosa? Sarebbe potuto morire? Forse si, forse no. Ancora una volta, era tutto troppo complicato per capirci qualcosa. A ogni modo la calca era così densa e veloce che non ci si poteva opporre alla corrente.

Il flusso rallentò e Jacob si ritrovò in centro. Una massa di gente, bandiere rosse, cartelli e striscioni. E barricate da una parte all'altra dei boulevards. “Uno sciopero!”, pensò e cercò di tornare indietro. Ma da lì non facevano passare nessuno. Nemmeno le ambulanze e i mendicanti che dovevano raggiungere il loro posto di lavoro sulle scale della Cattedrale. Niente da fare, non si passava. Il popolo era sceso in piazza e aveva innalzato barriere alla pietà, sbarramenti alla solidarietà. La rabbia arrossava mille volti. E ovunque Jacob spingesse il suo sguardo, una folta moltitudine gremiva le piazze e le strade, una distesa di rosse vergini teste.

Davanti a lui la gente aveva formato una sorta di anfiteatro umano, stavano in cerchio intorno al vuoto e in mezzo al vuoto: “Libertà... Uguaglianza... Fratellanza!”, gracchiava la voce distorta di un megafono.

E il pubblico ripeteva: “Libertà... Uguaglianza... Fratellanza!”

“Forse sta per iniziare un concerto rock”, riflettè Jacob, ma non aveva mai sentito parlare di una band che si chiamasse Libertà... Uguaglianza... Fratellanza!

“Ma Jean Jacques Rousseau si era sbagliato su tutto. La tolleranza è finita, la pietà è morta!” disse serio il megafono.

“Rousseau? L'ala destra del Saint Etienne?” chiese qualcuno alle sue spalle.

“E' vero, domenica scorsa si è mangiato tre gol contro il Martignac.” disse un altro. “Basta tolleranza, cacciatelo dalla squadra!” e nel suo sibilo si percepì una sottile punta di soddisfazione.

“Lottare per la libertà dimenticando la fratellanza, significa soltanto sostituire la vecchia gerarchia con una nuova ma del tutto uguale a quella precedente. Libertà e fratellanza sono importanti entrambe, l'una non può esistere senza l'altra. Esse sono la reciprocità democratica: io limito i miei diritti, affinchè tu possa esercitare i tuoi. Ma tu dovrai fare altrettanto.” cercava di spiegare il megafono, ma nessuno capiva.

Allora provò con concetti più semplici: “Lottiamo contro la tirannia! Lottiamo per la libertà!”

Andò meglio.

“Abbasso la tirannia! Evviva la libertà!” urlò la folla col tono di un animale inferocito, che però subito si placò.

“La tirannia, la dittatura...” disse un dimostrante accanto a Jacob. “Ma lo sanno tutti che non ce ne sono più”. Era vestito più o meno come lui, soltanto un po' meglio. Forse era un operaio specializzato.

“Già, quale tirannia, quale dittatura?” chiese un altro, anche lui poco informato.

“Ma il governo, il presidente, il parlamento... Non sono una dittatura?” azzardò un terzo manifestante con un casco giallo in testa e un tubo di ferro in mano.

“Il governo, il presidente, il parlamento... Sono ormai una dittatura!” disse il megafono.

“Ah ecco!” fece il casco giallo.

A Jacob tutte quelle parole difficili misero appetito. Si allontanò dalla massa e camminò un bel pò lungo i bordi dei palazzi, prima di trovare un locale aperto.

“Sciao belo!”

Jacob guardò il menù e fece l'ordinazione, senza essere sicuro della pronuncia.

“Gon sgibola?”

“Si, tanta cipolla.”

“Mansgi gui o bordi via?”

“Bordo via... ehm, porto via.”

“Eggo. Sciao belo!”

Si mise a sedere sulle scale esterne di un palazzo e aprì il cartoccio. Sulle sue labbra si stampò la brutta copia di un sorriso.

Jacob non comprava mai fiori dai venditori ai semafori. Non avrebbe saputo a chi regalarli. Jacob non andava mai al cinema, perchè detestava stare da solo al buio. Jacob non andava neppure al ristorante. Intanto, non aveva abbastanza denaro; ma, anche se ne avesse avuto, non avrebbe mai trovato il coraggio di dividere il pasto con la sua ombra sul muro o con gli sguardi curiosi di perfetti sconosciuti. Preferiva anonimi self-service, dove si poteva servire da solo senza dover ordinare e pagare senza dire una parola. Adorava riempirsi la pancia alle mense a poco prezzo e nelle pizzerie al taglio, oppure mangiare dal kebabbaro (1), dove uomini soli come lui cenavano con lo sguardo affondato nel piatto, nessuno faceva domande e le solitudini degli uni non si mescolavano con quelle degli altri. Ma la solitudine, in fondo, non è che ombra, un'ombra appena un pò più scura delle altre, che riempiva di silenzi le sue giornate e non rispondeva mai alle sue domande.

Il primo boccone gli incendiò la bocca dello stomaco, il secondo diffuse un piacevole calore nel suo corpo, il terzo scacciò il gelo della fredda mattina dalle mani e dai piedi e si sentì subito meglio, al quarto non si curò più del megafono che continuava a sbraitare in mezzo alla folla.

Le città non sono perfettamente orizzontali, esse si sviluppano su piani inclinati e le novità rotolano sempre verso la periferia. Ma stavolta era il contrario. La novità si era impossessata del centro della città e non voleva saperne di abbandonarlo.

Alcuni africani lo guardarono con occhi gravidi di muta disperazione e della loro fame. Jacob ne fu turbato e decise di dividere con loro il resto del kebab, la birra e i suoi falafel.

“Come ti chiami?” chiese uno dei tre.

“Jacob” disse Jacob continuando a mangiare.

Ma il suo gesto era stato notato. Una parola corse come un'onda di bocca in bocca fino a raggiungere il centro dell'arena, fino ad arrivare al megafono, che subito la pronunciò: “Jacob!”

E la folla rispose a una sola voce: “Jacob! Jacob! Jacob!”

Battevano le mani a tempo e scandivano il suo nome come uno slogan rivoluzionario.

Ja-cob! Ja-cob!

Ma non ebbe il tempo di rendersene conto che due energumeni del servizio d'ordine lo acciuffarono e lo portarono via. Il trio fendeva la folla come la prua di una nave e la divideva in due flutti a babordo e a tribordo. Ben presto Jacob fu deposto ai piedi del megafono.

“Volevate Jacob?” disse il megafono “Ed ecco Jacob!”

Egli si avvicinò, ingobbito dal terrore, con passo incerto. Il cuore gli batteva in petto come uno che bussa alla porta con una certa insistenza. Cosa volevano da lui? Forse si sarebbero accontentati di un saluto e poi l'avrebbero lasciato tornare al suo kebab? Forse si, forse no. Troppo complicato per capirci qualcosa. Ma si schiarì la voce, prese fiato e: “Non è finita finchè non è finita”, disse.

Sulla moltitudine scese uno strano silenzio.

“Se il mondo fosse perfetto, non lo sarebbe.” La sua voce arrivò in fondo alla piazza, raggiunse l'ultima fila, che era composta da operai dei cantieri navali, e tornò indietro.

La folla continuava a tacere, ma proseguì.

“In teoria, non c’è differenza fra teoria e pratica. In pratica, si.”

E la folla esplose.

JA-COB! JA-COB! JA-COB!

Imbaldanzitosi, levò in alto la mano a chiedere silenzio, ma volle esagerare: “Mai rispondere a una lettera anonima!”

L'ultima frase non c'entrava nulla, come le precedenti del resto, però la folla parve non accorgersene.

A questo punto, è necessario rivelare un particolare non certo trascurabile. Le citazioni le aveva sentite tutte in televisione - e gli erano piaciute molto, del resto - da un americano che si chiamava quasi come un cartone animato (2).

La conversazione è un'arte governata da regole sottili e variabili infinite, tuttavia, non è importante ciò che si dice. La cosa davvero importante è non interrompere il dialogo, non far mai spegnere il fuoco. Ma la domanda è: si può conversare con la folla? Probabilmente no, ma era proprio quel che stava accadendo. Jacob chiacchierava con la folla e la folla lo adorava.

“Inutile lottare, non serve a niente resistere, arrovellarsi, disperarsi. E' tempo sprecato.” pensava mesto il megafono. “Accettiamo con rassegnazione la nostra fine imminente e smettiamo di pensare al futuro, il sole dell'avvenire è soltanto una chimera.” Tuttavia non disse nulla; però, se avesse avuto le braccia, di sicuro gli sarebbero staccate di netto e cascate sull'asfalto. Ma il popolo ha sempre ragione e lo lasciò fare.

Jacob non aveva null'altro da dire, ma l'euforia e l'entusiasmo serpeggiavano fra la gente come un drago che crescesse un po' di più dopo aver divorato un'altra testa. E già si rincorrevano le prime voci.

“Ti dico che ha diviso il suo cibo con trecento persone affamate!”, andava dicendo uno che sosteneva di averlo visto con i propri occhi.

“E come ha fatto?” chiese un incredulo. Ma fu subito fulminato da uno sguardo denso di fede: “Ha moltiplicato il kebab!”

“E' un miracolo!” fece il casco giallo e si fece il segno della croce, ma poichè non si ricordava bene come si faceva, gli venne male.

“Egli è il Messia!” sostenne serio un altro.

In risposta, la folla scandì il suo nome e tutte le strade rimbombarono: Ja-cob! Ja-cob! Ja-cob!

Jacob, che non aveva spiccicato parola dopo la frase sulle lettere anonime, era rimasto attonito e incredulo a osservare la moltitudine, ma ora cominciava ad avere paura sul serio. Si ricordò di un'altra frase: “Se non hai niente da dire, non dire niente”. Ma ormai era troppo tardi per metterla in pratica. La massa si avvicinava minacciosa e il suo rombo sordo e inquietante gli scuoteva il petto e sovrastava il suo respiro. Cominciò a tremare e a sudare, ma prima che potesse rendersene conto, cento mani lo afferrarono e lo issarono in cima alla barricata.

“Guidaci Jacob, guida il tuo popolo!”

La luce del sole si rifletteva sulle finestre dei palazzi e lo accecava. Non riusciva quasi a vedere da lassù. Sollevò la sinistra a proteggersi gli occhi, come uno che si aspetta di essere picchiato da un momento all'altro. E nel contempo alzò la mano destra, puntando l'indice al cielo. Gonfiò il petto per parlare, ma non riuscì a dir nulla.

La polizia arrivò, preceduta dall'ululato delle sirene e lo sorprese in quella posa da profeta sull'alto delle barricate. In pochi istanti più di mille agenti in tenuta antisommossa, si schierarono sui boulevards e presero a battere i manganelli all'unisono sugli scudi di plexiglass. A quel suono minaccioso, il popolo di Jacob tacque e un brivido freddo serpeggiò per tutta la piazza. I poliziotti avanzarono, marciando al suono dei manganelli. Giunti a ridosso degli sbarramenti, un ufficiale si distaccò dal battaglione e ordinò la carica. Gli agenti scattarono come levrieri e affrontarono le barricate inerpicandovisi velocemente. In poco tempo raggiunsero la cima e le conquistarono.

Il primo a essere travolto dalla fiumana di caschi blu fu proprio Jacob, a cui non era venuto in mente di scappare ed era ancora sulla vetta in attesa della rivelazione. Poi il torrente debordò dalla sommità delle barricate, si precipitò nella piazza e cominciò a scorrere impetuoso tra la folla. I lacrimogeni descrissero parabole perfette e atterrarono in mezzo alla gente. E chi prima aveva riso, cominciò a piangere lacrime amare.

“Io non ho fatto niente, sono venuto soltanto per guardare”

“Io? Io sono solo di passaggio, stavo andando a lavorare”

“Io? Sono qui per errore, ho sbagliato strada”

“E' stato lui a sobillarci” disse un altro indicando Jacob. “Si è vero, è proprio così” sostenevano a centinaia “Sosteneva che era giunta l'ora di rovesciare il governo”. Lo disse perfino il megafono: “E' stato Jacob! E' stato Jacob!”

Ja-cob! Ja-cob! Ja-cob! rumoreggiò la folla.

Jacob, anche se avesse voluto, non avrebbe potuto dir nulla, poiché in quel momento era impegnato a farsi pestare da quattro poliziotti. Quando lo lasciarono, si tastò il volto gonfio e dolorante. Un sapore freddo e amaro in bocca. Sputò più volte e sull'asfalto sbocciarono fiori di sangue.

Faceva buio, iniziavano ad accendersi i primi lampioni e a splendere nella sera come acqua fredda. Un'oscurità pesante e polverosa velava le finestre dei palazzi. La marea blu si ritirò, portandosi dietro alcuni dimostranti ammanettati e rinchiusi in furgoni blindati dello stesso colore, che lasciarono uno alla volta la piazza. Il corteo aveva un andamento lento, come i treni di notte che sbucano all'improvviso e poi muoiono nel buio. Fra i disperati che tentavano di affacciarsi ai finestrini c'era anche Jacob. La colonna della polizia si lasciava dietro strade vuote che le automobili cominciarono lentamente a riprendersi. Jacob lanciò lo sguardo oltre la scia blu, oltre l'ultimo blindato della polizia.

Cavalli montati da gendarmi danzavano su e giù contro la cortina grigia dei palazzi. E oltre i casamenti, oltre la città, oltre il crepuscolo, il monte Dardenne dormiva sotto la neve, ignaro della sua immensità. La piazza vuota gli apparve patetica e disperata, la folla, fragili nere formiche operaie, non c'era più; bottiglie rotte, bastoni spezzati, bandiere strappate e qualcuno rovesciava secchi d'acqua sulle macchie di sangue. Eppure c'era gente che fino a poco prima aveva creduto che bastasse indossare una felpa con il cappuccio per scatenare la rivoluzione.

E dov'erano adesso? Dov'erano?

Le porte della cella si spalancarono, un tanfo di sudore e urina, profumo d'uomini disperati, gli violentò le narici e gli addentò lo stomaco. Le inferriate si richiusero in un clangore assurdo e angosciante. Appena dall'altra parte, sorgevano le stelle, si aprivano come fiori notturni, come minuscole puntiformi ferite sulla pelle della notte. La città scivolava nel silenzio e si ricopriva di nero e oro. Il suo vestito più bello.

I reclusi si avvicinavano, le loro ombre gli lambirono i piedi come una marea chiazzata di petrolio. Jacob sentì dentro di sè una grande calma, ma al contempo, una forza così vasta e imperiosa che avrebbe potuto distruggere il mondo e ricostruirlo in un giorno solo, magari incompiuto e imperfetto com'era lui, ma senza sprecare tutto il tempo che ci aveva messo Nostro Signore, e per giunta, senza neppure riposarsi la domenica.

Dov'era la folla delirante, dov'erano gli arruffapopolo da strapazzo, che l'avevano messo in quel casino? Dov'erano? Perchè non sentiva più urlare quei commoventi slogan con le parole della libertà e dell'amore?

Elì, Elì! Lemà sabactàni? (3)

L'avevano abbandonato. Aprì le braccia in croce e rivolse gli occhi al soffitto, come il Nazzareno prima di spirare. In fondo anche lui era stato l'unico a pagare.

Soltanto un ragno abbarbicato alla ragnatela a testa in giù rispose al suo sguardo con il lieto ammiccare dei suoi otto occhi.



(1) Non sono affatto sicuro che si dica così, o non piuttosto, kebabbante, kebabbatore, o kebabbista.

(2) Si tratta di Yogi Berra, allenatore famosissimo per i suoi lapalissiani aforismi.

(3) Dio mio, Dio mio! Perchè mi hai abbandonato? (Vangelo di Matteo, 27, 46).



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sabato 23 aprile 2016

30. Il mariachi


Como el candor de una rosa. Y decirte nina hermosa...

Malaguena Salerosa sfumava lentamente come il sole all’orizzonte. Il signor Antonio andò alla finestra e si affacciò. Il traffico serale procedeva monotono. Sempre la stessa gente sui marciapiedi di quella città annoiata, inutile, fine a sé stessa. Era imperscrutabile, un borgo medievale cresciuto troppo e male, cinto da alte mura. E Antonio si chiedeva spesso se quelle mura fossero state erette per tenere fuori quelli che non dovevano entrare o per impedire a quelli che stavano dentro di uscire.

Non sapeva darsi una risposta, ma propendeva per la seconda ipotesi. E in fondo, era così che si sentiva. Imprigionato in una fortezza inespugnabile, rinchiuso nella torre più alta del castello. Aveva edificato la sua casa, aveva messo su famiglia e costruito la sua vita, ma ora si accorgeva che per tutto il tempo non aveva fatto altro che accumulare pietre, mattoni, marmi ed erigere mura, lapidi e inferriate per costruire una prigione.

La sua.

Mattone dopo mattone, pietra dopo pietra. Mura fatte di banconote, di scartoffie senza valore, di corpi nudi e cadaveri ambulanti, mura che si erano richiuse sopra la sua testa seppellendolo vivo.

La giacca e la cravatta erano la sua tenuta da galeotto. E la ventiquattrore la sua palla al piede. Anzi, al polso. Non avrebbe mai immaginato di finire così, impaludato in una vita piatta e stabile, troppo piatta e troppo stabile.

Invidiava le foglie che cadevano, perché nel momento stesso in cui precipitavano erano libere dall’albero e non ancora prigioniere della terra. Invidiava gli uccelli, liberi di saettare nel cielo, come frecce scagliate contro il sole nudo. Di quella libertà perduta sentiva un assoluto, disperato bisogno, come l'aria per il nuotatore in apnea da troppo tempo, come la luce per un cieco. Era questa la rinuncia più grande dell’alfiere della libertà senza confini, ridotto agli arresti domiciliari delle sue quattro mura per una condanna mai pronunciata, per una colpa mai commessa; in una città che odiava, in una casa che detestava, fra gente che lo disprezzava senza che ne sapesse il motivo. No; quella città e i suoi abitanti, lui proprio non li sopportava.

E non li capiva, né l'una né gli altri.

Si nutriva dell’odio scagliato da quegli sguardi obliqui, da quelle bocche digrignanti, da gesti rigidi e scostanti. La loro arroganza era senza limiti e l'indifferenza ne era la fedele compagna. La loro freddezza era una lama di ghiaccio che gli spaccava il cuore. Non era quello che aveva desiderato, non era questa la sua vita. Era vita B, vita C, forse D, sicuramente quella di qualcun altro. Non si riconosceva più, certo non in quell’essere amorfo e senza peso, alla mercè dei venti, ch’era diventato.

Ripensò a Desperado, il film che amava alla follia, alla scena in cui il mariachi si inginocchia a pregare prima dell’azione finale. Quante volte aveva imitato le sue pose sfrontate, il suo sguardo bello e altero; quante volte l'aveva invidiato perchè poteva stringere fra le braccia la bella Carolina.

Anche ad Antonio viene voglia di pregare, anche se non ha nessuna azione finale da compiere, anche se non ha alcun avversario spietato da sconfiggere e sa bene che azioni e gesti, sempre uguali, si ripeteranno all’infinito nella loro perfetta inutilità, nell’inutilità più grande che è la sua vita.

Si lega i capelli e s'inginocchia. Fa il segno della croce con la destra, ma la sinistra accarezza la canna della pistola.

Dio dammi la forza di tornare quello che ero e perdonami per quello che sono.



(To be continued)

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sabato 9 aprile 2016

Losing my religion


Se fossi rimasto in Capitanata, sarei ancora religioso. Il cattolicesimo era qualcosa di dolce e solare, come la crema di certe paste la domenica mattina all'uscita dalla chiesa, l'allegro ciarlare delle campane, voci di bambini che risuonavano fra i vicoli antichi come sciami di rondini.

Il falco pellegrino lanciava nell'aria il suo secco richiamo, un sottile dito di fumo saliva lento e solenne all'orizzonte, come un filo di lana nera che legava la terra al cielo. Mio figlio raccolse una spiga caduta, che giaceva abbandonata come un tesoro perduto dall'epoca della Festa del grano, e me la regalò.

Fui richiamato imperiosamente al presente. Il filo si sciolse e la terra e il cielo si divisero. L'acqua gorgogliava scura e misteriosa nel canale che costeggiava la Madonna della Vittoria. Era poco più di un canale d'irrigazione e poco meno di un ruscello, ma per me bambino era vasto e grandioso quanto il Mississippi. Forse pesci sconosciuti nuotavano nelle profondità abissali. Non lo seppi mai. La corrente nera rifletteva un volto, bianco come quello di un clown. Non riconobbi quella faccia e quel sorriso falso, che forse nascondeva le lacrime.

Me la ricordo la mia vecchia casa. Dormiva protetta dal giardino dal cancello verde. Il suo sonno era così solenne che nessuno osava interromperlo. Mia madre sciorinava il bucato. I panni sporchi si lavano in famiglia, ma quando sono puliti si stendono al sole ad asciugare. Alla vista di tutti. Dal portone alla strada c'erano diciassette scalini. Iniziavo a contare... uno, e mettevo il naso fuori... due, tutto il corpo all'aria aperta... a tre la luce e i suoni irrompevano tirannici negli occhi e nei timpani... al sedicesimo scalino saltavo direttamente in strada, evitando di pronunciare il numero dell'ultimo, denso di foschi presagi.

Un altro salto e mi ritrovo più avanti negli anni. Leggevo Nostromo (1) con il tè della sera e cominciavo a capire chi ero. Il giornale aperto non poteva nascondere mio padre che sonnecchiava, il fuoco crepitava nel camino, il cane russava ai miei piedi e guaiva nel sonno.

Il viaggio nel passato s'interrompe. S'alza un vento di passi stanchi e capinere e una fisarmonica suona. Note dolenti s'innalzano nell'aria secca e malferma e compongono una melodia dolce e struggente. Da qualche parte in fondo alla vallata, qualcuno non teme il fiume del tempo e si abbandona ai ricordi.

Non aver paura della vita, in un modo o nell'altro siamo tutti condannati all'infelicità. Ma non abbandonarti alla tristezza (2), non permettere che t'impedisca di aprire la finestra ogni mattina e guardare il mondo con occhi nuovi, di stringerlo forte a te in un nodo indissolubile, di amare gli alberi e le rocce perchè soltanto loro sono immutabili e non si piegano al flusso inarrestabile della vita. Ricorda: rifuggi il male e opera il bene.

Così avrebbe parlato il bambino che ero al me stesso futuro, scrutando la cortina degli anni a venire. Rifuggire il male e operare il bene? Che Dio mi aiuti! La vita è zeppa di simboli e metafore. Sta a noi decifrarli. La vita è dolore e paura, la vita è un congegno da ricomporre senza il libretto delle istruzioni. La vita è mistero.

I cipressi dalla chioma quasi nera si ergevano nel blu facendo buona guardia all'enigma.


(1) Titolo originale: Nostromo, A tale of the Seabord, Joseph Conrad (1904).

(2) “La tristezza è il peggiore fra tutti gli spiriti umani. L'uomo triste agisce sempre male.” (Il pastore di Erma).


sabato 2 aprile 2016

Dentro lei


 
Non si accorgeva neppure della mia presenza, ma io vegliavo discreto sul suo sonno, sulla sua vita, come un guardiano riservato e silenzioso, affinchè nulla d'imperfetto potesse soltanto sfiorarla.
Le ciglia d'oro pesavano sulle gote. E il pallore della fronte, il naso perfetto, la curva delle guance che rifletteva morbida la luce e le labbra tumide. Era il volto di una bambina addormentata, che forse sognava cavalli bianchi e palazzi di cristallo, draghi spaventosi e nobili cavalieri.
Il suo sonno era leggero e pesante al tempo stesso, proprio come quello dei bambini. Non osavo svegliarla. Le mie sensazioni non erano affatto diverse da quelle che si provano nella sala d'attesa di un dentista; era soltanto la mia indole noncurante a farmi sentire vigoroso e temerario, come uno di quei cavalieri dei sogni.
Temevo il suo risveglio.
La sua personalità era come scissa in due. C'era lei, ma c'era anche qualcun altro. L'intimità non era mai vera, non si poteva star certi di essere soli. C'era lei, e c'era anche l'altra. In lei vivevano due donne, l'una contro l'altra. Donne che si detestavano. Una era una poetessa e trovava sempre il punto di contatto fra i versi e la follia, ma l'altra era un sadico guerriero che non si placava prima di aver lasciato dietro sé dolore e devastazione.
Soltanto nel sonno trovava pace.
Non ho mai provato angoscia con una donna; con lei, anzi con loro, sì. Era come scendere in un precipizio nel buio più fitto: non sapevo mai cosa mi sarebbe spettato. Eppure, quella povera creatura mi ha amato; a modo suo, mi ha amato.
Mi guardava ma non mi vedeva, cercava se stessa. A volte si rivolgeva a me con un gesto affascinante e protettivo simile a un abbraccio, anche se non lo era. Ma subito dopo arrivava l'altra, col suo sguardo carico d'odio e un'ingiuria sfoderata come una spada pronta a colpire.
Forse, non è importante chi si ama a questo mondo, ma qualcuno bisogna pur amare.
Non desiderava cose impossibili, ma pretendeva una vita normale. Voleva soltanto svegliarsi la mattina con il gatto accoccolato sul letto, un vaso di fiori alla finestra e piangere da sola se ne aveva voglia.
Mi sarei accontentato di essere quel gatto, pur sapendo che mi sarei dovuto sobbarcare ore e ore di solitudine, o quel fiore nel vaso, essendo certo che avrei patito la sete, o quella finestra, che non si sarebbe mai spalancata sul mondo.
Un giorno, ho aperto la porta. Mi ero illuso di addomesticare la lupa famelica che dimorava in lei, ma ho rischiato di esserne sbranato. No, non avrebbe funzionato. Nel migliore dei casi, mi avrebbe divorato, nel peggiore, sarebbe rimasta chiusa in gabbia per sempre. In un modo o nell'altro, ci avremmo rimesso entrambi. Dovevo lasciarla andare, lo dovevo alla sua libertà morale, lo dovevo alla mia integrità fisica, alla mia sanità mentale. Così, ho tenuto la porta aperta, allo stesso modo in cui l'avevo fatta entrare, tanto tempo fa.
Io sono rimasto sulla soglia. Mi sono accontentato di vederla fuggire nella foresta nera e spaventosa, dal mio lembo privato e provvisorio di civiltà. Il suo ultimo ululato, acuminato e terrificante, era dedicato a me. L'acuto di un virtuoso. Mi è penetrato in fondo all'anima come la punta di un coltello. E da allora non ho smesso di sanguinare.
Il cielo è verde, oleoso. Un freddo sapore amaro nell'aria. E freddezza anche sui volti e nei gesti, un freddo che taglia il cuore. Nella vita c'è qualcosa d'indefinito, che aleggia triste nell'etere e nelle coscienze. Ma ora è qui, nel mio petto e fa parte di me, allo stesso modo in cui mi appartiene l'aria che respiro, prima che la restituisca, impura e contaminata, agli altri.
Passarono altri giorni, verdi e oleosi.
Dalla finestra aperta mi sembrava che il buio mi osservasse, mi scrutasse, mi spiasse. Poi penetrò all'improvviso nella stanza e in me. Era la foresta, nera e impenetrabile. Da qualche parte, lei mi chiamava.
E ricordai quei giorni sospesi fra lucidità e follia, giorni in cui eravamo più silenziosi dell'acqua, strisciavamo più bassi dell'erba. E gli odori di quel lontano ottobre, l'aria cristallina e pungente, i brividi di freddo sulla pelle. Tremavo pensando ai suoi occhi, del colore delle foglie morte e ardevo per quel suo corpo latteo, nudo e pieno alla scialba luce del mattino, quando riemergeva dai vividi sogni dell'alba.
Ero a un passo dal raggiungerla, scavalcare il davanzale e gettarmi a capofitto nelle tenebre, fra le sue zampe. E nelle sue fauci.
Dentro lei.
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sabato 26 marzo 2016

Il segreto della stanza 42


Portami di sotto, dove tutto è più reale. Portami dentro stanze vuote ad ascoltare i vostri silenzi. Portami di sotto e chiudimi dentro la stanza dove manca l'aria, dove manca l'aria, manca l'aria, manca l'aria...
E poi prendi i miei occhi, ecco i miei neri occhi, poiché dove andremo non serviranno.
Ecco, ci risiamo. Il passo lento e cadenzato si allontana dalla mia porta e il fioco lume non proietta più ombre. L'ora di cena è passata da un pezzo. Bucce marce e pezzi di pane ammuffito li ho raccolti nel piatto. Fra un po' verranno a riprenderseli i rimasugli di quello che non può certo chiamarsi un pasto decente. Il sole dev'essere tramontato col suo solito corredo di incendi e silenzi. Quanto mi mancano i tramonti. E le albe. Sono un cieco nell'ombra, una talpa nella sua tana, un uccello notturno rinchiuso nella gabbia della notte, le cui sbarre sono colonne di luce che feriscono le tenebre.
Rabbrividisco al chiarore gelato di una luce al neon che ronza come un insetto. Tra poco la spegneranno e sarà buio pesto. Allora l'oscurità sarà invadente e pesante quanto una colata di cemento e m'impedirà di respirare, e il silenzio sarà assoluto.
E riconoscerò quell'odore, l'unico che si sente qui sotto. L’odore della terra. Profumo di terra inzuppata, grassa, nera. Radici, terriccio, vermi. Nero baratro nel quale affonderò un giorno, con un abbraccio. La terra mi riempie gli occhi, la bocca, il naso. E devo avere anche il cervello pieno di terriccio, perchè i pensieri mi s'inceppano di frequente. E' difficile pensare al buio, è difficile anche respirare qui sotto, figuriamoci pensare.
Se volessi potrei accendere la torcia che avevo trovato nella mia stanza il primo giorno. Chissà a chi apparteneva? Ma non sono sicuro che funzioni e, anche se si accendesse, quanto durerebbe la sua luce prima di spirare per sempre? Anche se non la uso, la conservo come una reliquia. Qui sotto è la cosa più preziosa e il solo fatto di possederla, di possedere la luce, mi fa sentire ricco.
Quand'ero là fuori, scrivevo. Ma mi pare che siano passati cent'anni. Non so più se esiste ancora un Là Fuori, o se il Qui Dentro ha divorato il mondo, sbranato il sole, dilaniato la primavera e il buio sia ormai l'unica possibilità di esistere. Di continuare a vivere. Non so più come si fa, non so più impugnare una matita e tracciare segni sulla carta. Scrivere è nascondersi. Nascondersi agli occhi del mondo, della folla, della moltitudine. Almeno in questo ci sono riuscito.
Scrivere è pericoloso, le parole sono armi a doppio taglio. Un filo di lama per il significato apparente e formale e l'altro per le verità nascoste. Quelle che fanno male, quelle che possono anche uccidere. Scrivere? Nessuno lo fa più, ormai. Tanto nessuno legge, nessuno più si sobbarca quel rischio. Allora, perchè scrivere?
Devo essere qui da tanto, perchè mi pare ormai soltanto un sogno. Un sogno dal quale non riesco a svegliarmi. All'inizio ho cercato di contare i giorni, memorizzando quante volte si accendeva la luce per la cena. Sono arrivato a contarne fino a centosettanta, poi i giorni sono diventati tanti all'improvviso, e ho smesso.
Non mi ricordo neppure come sono finito qui sotto. Mi sono assopito dall'altra parte e mi sono risvegliato qui dentro una mattina. Una mattina? Ho consultato l'orologio, ma è uno strumento ambiguo, a queste profondità non penetra la luce del sole; tuttavia anche a quel passatempo ho dovuto presto rinunciare. In verità non sono sicuro che sia davvero passata l'ora di cena, potrebbe essere qualsiasi ora del giorno o della notte, ma a che vale saperlo? Non farebbe alcuna differenza.
Per ingannare il tempo ho imparato a contare. Se conto lentamente, fino a 1000 so che è passato un po' più di un quarto d'ora e se arrivo fino a 3.600 è trascorsa un'ora. Oltre non riesco, la mente si stanca e perdo il conto. Così, la mia vita si svolge nell'angusto confine di un'ora. Vivo un'ora alla volta, quando ho voglia di contare. Fra un conteggio e l'altro, la mia esistenza fluttua nell'oscurità senza tempo. E mi sembra di essere morto. Forse la morte è soltanto questo: assenza di luce e di tempo. Niente di cui avere timore. In confronto la vita è così spaventosa.
Qui è tutto così strano, ma col tempo ho fatto l'abitudine a questa stranezza, che mi pare ora la normalità, che ho l'impressione di aver sempre vissuto così, che la mia vita prima e la mia vita adesso, la mia vita fuori e la mia vita dentro siano state e siano ugualmente ambigue e improbabili. Ma c'è qualcosa che non va. Ho la sensazione che mi sfugga non so che.
Ma non sono lucido a sufficienza per comprenderlo. Quando mi sveglio, non sono affatto sicuro di esser desto, e quando mi addormento non so se sono davvero preda del sonno. Forse aleggio fra l'uno e l'altro stato, senza dormire mai e senza essere proprio sveglio. Un dormiveglia nell'incoscienza e nel buio. Ma tutto è così reale, tangibile. I passi che si allontanano nel corridoio, i rumori delle altre stanze, posso sentire perfino respirare dalla stanza che confina con la mia. Dunque non sono solo, anche se non ho mai visto nessuno. In verità, non vedo neanche chi mi serve il frugale banchetto. Odo un picchiettare lieve all'uscio, corro ad aprire, ma non c'è nessuno, sento solo passi allontanarsi in fretta e sul pavimento l'involto del pasto.
E scopro una fetta di pane in più, due cucchiai di minestra oltre il solito. Una mano misericordiosa? Qualcuno conserva ancora in sé uno sprazzo di umanità nel buio di queste segrete?
E' come una città, una tana, un alveare che si sviluppa su piani inclinati. Ogni cosa rotola verso il basso, sempre più a fondo, dove si annidano le miserie della notte e la tenebra senza fine.
Non so che darei per far cessare questa mia esistenza sotterranea.
Una gelida corrente d'aria sibila e s'insinua sotto la fessura della porta, turbina sul fondo della mia stanza, come gli spifferi di una notte d'inverno. E' aria pesante, viziata, piena di umidità, sa di acqua e fango. E' come un segreto vento sotterraneo che visita queste stanze e mi gela i piedi.
Tremo, fin dentro le mie ossa. Non so più neppure che faccia ho, se mi è cresciuta la barba o si sono allungati i capelli, se ho le orbite incavate o le guance paffute. E del colore dei miei occhi non serbo più alcun ricordo. Non ci sono specchi. Ma se anche ve ne fosse uno, la luce è così fioca che dubito avrebbe la forza di riflettermi sulla sua superficie.
Non parlo più. Ho scordato come si fa. Se non c'è nessuno ad ascoltare, parlare è inutile. E anche conversare con se stessi serve soltanto a rinnovare la noia e seccare la gola. E poi, io parlo solo di quello che so, non saprei discorrere delle cose che non conosco. Per questo, da quando sono qui, ho imparato a tacere. I miei silenzi sono profondi quanto la mia ignoranza. I miei silenzi sono più profondi di questo luogo. Ho provato a scoprire la verità, ma le ombre le fanno velo e le tenebre generano mostri. Meglio tacere.
Non credo di aver fatto qualcosa di sbagliato. Ho sempre fatto quello che mi hanno detto di fare. E continuo a farlo. Errori, colpe, peccati, io non ne conosco. Eppure sono qui.
Non so con esattezza, dicevo, come sono finito qui dentro. Non conservo ricordi, ma ho come l'impressione di essere comparso per puro caso nel preciso istante in cui ero atteso. In realtà, non è questo il verbo giusto. Ad attendermi non c'era nessuno. Come dicevo, qui sotto non ho incontrato anima viva. Anche se, da certi lamenti di notte, certi rumori striscianti lungo i corridoi, la pesantezza di passi sopra la mia testa, so di non esser solo. E quelle voci, appena sussurrate, che odo a stento, con quel tono speciale che le donne usano di notte fra loro. Ecco, non so come faccio a esserne sicuro perchè le percepisco appena, ma quelle voci chiamano il mio nome.
E in qualche modo mi risultano familiari. Se chiudo gli occhi mi rivedo nella mia cameretta da bambino, sotto le coperte in una notte di pioggia, e ascoltavo quelle voci, le stesse che sento ora, appena dall'altra parte del muro, a decidere il mio destino, allora come ora.
Ero infelice allora, sono infelice ora. A volte penso che non uscirò mai da questo buco. E se lo penso, il mio pensiero dura quanto l'eternità. In un modo o nell'altro siamo tutti condannati all'infelicità.
Là fuori è tutto vero, qui dentro è tutto falso. Le mani che tastano il mio viso, che sfiorano i miei occhi, che mi pizzicano le guance sono davvero le mie? Ed è mio questo corpo che sfiorano o è soltanto la pia illusione generata da un cervello che si ostina a credere di essere ancora in vita?
Se cerco di richiamare alla memoria le circostanze in cui sono precipitato qui in fondo, la mia mente si rifiuta di tornarvi. Forse è il momento in cui ho cominciato a capire, forse è l'istante in cui ho cominciato a morire e l'agonia di quell'attimo si disperde come un'eco nell'oscurità.
Ma io sono ancora qui, vivo e vegeto, a sperare contro ogni speranza, di tagliare la corda.
Alcuni giorni fa, era notte era giorno, non saprei dire, ho sentito uno scalpiccio, un rumore lieve, come di zolle di terra che si frantumano. Ho tastato il pavimento fino alla sorgente del rumore e ho scoperto un buco nel muro di terriccio. Dal foro, dal contorno irregolare, spirava una corrente d'aria fresca, l'ho sentita con le dita, l'ho annusata, non il gelido fiume d'aria che mi ghiaccia i piedi. E' aria pura. Ormai un lontano ricordo. Poi sotto le dita ho sentito dei filamenti lunghi e morbidi, ve ne erano alcuni sul pavimento e altri ancora dentro il piccolo foro. Li ho annusati ma non sono riuscito a riconoscerne l'odore.
Quando si è accesa la luce, ho scoperto una piccola talpa. Da dov'è venuta? Ho cercato di afferrarla ma lei, sbattendo contro le pareti, ha riguadagnato il suo buco ed è sparita così com'era arrivata. Ho aperto il pugno che stringeva i filamenti e riconoscendo quello che avevo sul palmo della mano ho riconosciuto anche il suo odore. Fili d'erba! La talpa se li è trascinati dietro impigliati alle zampe da qualche prato lassù. Lassù! Allora esiste ancora una terra su cui cresce l'erba, l'acqua che la nutre e un sole che le infonde il suo calore. Dio che buon odore! Mi ero dimenticato come odorasse l'erba. Allora si è riaccesa in me una nuova speranza. Se la talpa è arrivata fin qui, io posso arrivare fino alla sua tana, appena al di sotto della superficie e basterebbe rimuovere le zolle per poter sbucare con la testa nel campo dove crescono quegli steli d'erba che le si sono attaccati alle zampe. Basta solo allargare il buco, scavare con le mani una galleria più ampia, la terra è morbida e friabile, e seguire a ritroso la sua strada.
La luce si è spenta e scavo alla cieca come un pazzo. La terra s'infila sotto le unghie, ma continuo a scavare, di tanto in tanto incontro spuntoni di rocce taglienti che mi lacerano la pelle, il terriccio s'insinua nelle ferite e brucia, ma continuo a scavare. Dopo un'ora sono con le spalle e con la testa dentro il buco.
Ho la terra negli occhi e nelle orecchie. Ma continuo a scavare e a strisciare, come un grasso, lurido lombrico. La galleria è angusta e ogni respiro è una fatica colossale, come se un boa mi avvolgesse dentro le sue spire di terriccio. Non so quanto tempo è trascorso, quando un boato squarcia la notte, la terra trema e mi cade addosso, sommergendomi a ondate rabbiose.
Una sensazione fastidiosa in testa. Apro gli occhi. Devo essere svenuto. Sento di nuovo un contatto sgradevole sulla fronte. Cerco in tasca la torcia e l'accendo. Una mano mi punta in faccia il suo indice accusatore!
Il mio cuore pare volersi estirpare dal petto ed evadere dalla sua sede fisiologica e non si calma neppure quando capisco che quella mano era la mia. Sono caduto sotto la furia della frana e devo essere svenuto assumendo un'insolita postura, puntandomi in faccia il dito, come se mi autoaccusassi della mia fuga. Mi sono preso un bello spavento, lo ammetto, ma sono vivo.
Mi scuoto la terra di dosso e riemergo. Sputo terra, ho sapore di ferro in bocca. Ma per fortuna sono indenne. Provo a muovere qualche passo. L'oppressione delle pareti non mi schiaccia più le costole e posso respirare. Mi trovo in una sorta di radura sotterranea. Una frana ha forse fatto crollare un velo di roccia e aperto un varco. Questa vasta piazza nelle viscere della terra è punteggiata da macchie scure. Sono imbocchi di cunicoli. Talpe e altri misteriosi animali di questo mondo occulto devono aver lavorato per secoli, grattando con le loro zampette la terra di queste gallerie.
E ora che fare?
Ci sono centinaia di tunnel e non sono sicuro che sbuchino tutti in superficie. Se imbocco quello giusto, magari in pochi minuti rivedrò la luce del sole, ma se scelgo quello sbagliato potrei girare per anni sottoterra, senza emergere mai. Sepolto vivo.
Mentre m'interrogo se infilarmi a caso in una galleria, o se non sia meglio tornare indietro, qualcosa guizza all'apertura di un tunnel. E' veloce, ma la mia mano lo è di più. La avvicino agli occhi e dal pugno sbuca un musetto grigio e un paio di baffi. E' un topolino di campagna! E' il segnale che cercavo, vuol dire che siamo vicini alla superficie. Da qualche parte, sopra la mia testa, forse a non più di tre o quattro metri, un popolo d'alberi prospera su una nazione d'erba e foglie morte.
L'ingresso è un po' stretto, ma gratto alacremente le sue pareti e mi par d'essere anch'io una talpa all'opera nel suo elemento. Infilo la testa nel buco. La luce della torcia mi abbandona. Il buio fitto mi preme sugli occhi, fin quasi a farmeli schizzare fuori dalle orbite. Ma mi faccio coraggio e penetro lentamente e non senza apprensione nelle tenebre.
Raschio le strette pareti cercando di dilatarle, scavo e procedo, lentamente, ma procedo. E sono ancora un verme che striscia il ventre sulla fredda terra.
Ma c'è roccia qui, le mani mi fanno male e non riesco più a scavare. Devo indietreggiare e provare da un'altra parte. A volte per andare avanti bisogna tornare indietro.
L'idea è buona, trovo subito un filone di terra morbida, che aggredisco a piene mani. Un diaframma di terra si sbriciola in pochi istanti e mi ritrovo ancora nella galleria principale.
E' la strada giusta, sento un soffio d'aria fresca sul volto e, in fondo in fondo, lontanissimo, così lontano che sembra un sogno, un debole chiarore.
La luce aumenta man mano che avanzo, cresce e si dilata nell'atmosfera angusta e opprimente del cunicolo. Ma ecco, ci siamo, un ultimo colpo e la tana si scoperchia come una tomba.
Sono Fuori e sto respirando. Quest'aria fredda mi lacera la gola, mi brucia i polmoni. E' come nascere un'altra volta. Metto un passo dopo l'altro e comincio a camminare. Ho paura di sbattere, dopo i fatidici due metri della mia stanza, contro il muro di terra. Ma qui non c'è niente. Soltanto aria. Mi gira la testa e ho la nausea, come se mi avventurassi sull'orlo di un precipizio. Ma il fondo è solido e non ci sono voragini in attesa di fagocitarmi. Cammino, sempre più spedito. Mi fanno male le gambe, ma proseguo. Cammino, sempre più in fretta. Mi manca il fiato, non sono più abituato. Ma ora corro, corro sull'erba bagnata, nel prato fangoso, corro su una strada asfaltata.
Vedo in lontananza le luci di una città. Le luci ingrandiscono, crescono, si moltiplicano nutrendosi di oscurità, la tagliano a grandi fette, la dilaniano, la sbranano e la rigurgitano sotto forma di intensi bagliori. Ecco la città, una trappola fatta di luci multicolori, e in fondo alla trappola, la moltitudine senza destino, la folla multiforme, un mostro dalle molte teste pronto a catturarmi.
Volti, espressioni, occhi che mi fissano, teste, braccia e gambe e di colpo piombo dentro una solitudine che non conoscevo, una solitudine affollata; non ho più freddo fra la gente, la massa calda e vociante mi assedia, mi conquista e penetra in me. E la vita riprende a scorrere come il sangue nelle vene. E finalmente sono dentro il mondo, nel flusso inarrestabile della vita.
Mi pare che il fiume di gente scorra troppo veloce, la corrente serpeggia fra gli angoli dei palazzi, le rapide rumoreggiano tumultuose e io sono soltanto un pezzo di legno trasportato dalla corrente. Non posso che assecondarla.
Ma le stelle non corrono più così veloci sopra la mia testa, la corrente sta rallentando, o meglio, mi sono accorto di essere finito in un flusso secondario che si assottiglia sempre più fino a prosciugarsi.
Le ultime lingue d'acqua della fiumana mi depositano ai piedi di due signori ben vestiti che mi acciuffano e mi trascinano via con loro in un basso edificio dalla sagoma irregolare, privo d'insegne e di qualsiasi luce. Insieme imbocchiamo corridoi, scendiamo scale, entriamo in montacarichi cigolanti, e caliamo, sempre più in basso. Finchè udiamo un tonfo sordo. Abbiamo toccato il fondo.
La gabbia di ferro si apre all'improvviso con gran fracasso. Entriamo in un lungo corridoio, lo percorriamo tutto con passo deciso, io e i miei due accompagnatori. Ci fermiamo soltanto davanti a una porta. La riconosco. E' la mia.
E' la stanza 42.

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sabato 19 marzo 2016

Appunti storico-critici su come fu raggiunta la (dis)unità d'Italia


Fino a poco tempo fa tenevo con costanza una sorta di diario sul quale annotavo le mie riflessioni, le mie sensazioni e i pensieri meno limpidi. Quel diario era lo specchio esatto dei tempi che vivevo. Era, insomma, una sorta di breviario estremamente negativo dei miei giorni e delle mie notti, un florilegio dei miei desiderata, per troppo tempo sospeso tra lucidità e follia, di quei tempi da lupi che stavo vivendo, densi di infamie e miseria morale, tempi che in un futuro non troppo lontano vorrò probabilmente dimenticare.

Oggi il diario non c'è più - non valeva la pena raccogliere quei miei pensieri neri, quelle mie frasi disperate e patetiche su una pagina inutile di un altrettanto inutile diario -. ne ha preso il posto una sorta di agenda, una speciale scatola delle idee (Il taccuino, Bernard Quiriny), un posto in cui annotare parole prima che svaniscano e di cui prendermi cura quando resto da solo, un luogo di sosta della memoria, una palestra delle riflessioni (Il diario di appunti, Marguerite Duras).

Ma in quel diario scomparso, in un lontano giorno di marzo, avevo annotato...



M’imbatto a volte in resoconti storici sul Risorgimento e sull’Unità d’Italia, sono belli da leggere, affascinano e un po' accarezzano l’orgoglio nazionale, nel presente troppo mortificato. Ma soltanto quelli firmati da storici italiani sono così epici. Dagli storiografi stranieri, che secondo me sono quelli più attendibili, emerge tutt’altra realtà. E attenzione, sto parlando di gente del calibro di Dennis Mack Smith e di Arthur Clarke. Da tali studi, che si basano su documenti storici attendibili, pare che l’Unità d’Italia sia stata “accidentale”, cioè, che sia avvenuta come per caso, mentre si stava facendo qualcos’altro.

Ma com’è possibile?

Se ci pensate bene, se leggete attentamente fra le righe della Storia, quella ufficiale, quella con la esse maiuscola, vi accorgerete che è così.

Garibaldi partì da Quarto per sbarcare in Sicilia e da lì risalire la penisola fino a Roma, liberarla e farne la capitale d’Italia. Ma lo desiderava soltanto lui, idealista fuori dal mondo (“un onesto babbeo” lo definisce Leonardo del Boca in Maledetti Savoia). Infatti, tutto questo, per evidenti ragioni di realpolitik non si poteva fare, senza scatenare una guerra europea, che nessuno aveva interesse a combattere, con Francia, Austria, Russia, Prussia, Inghilterra e la neonata Italia. Allora Vittorio Emanuele, allarmato da Cavour, attraversò di volata le Romagne, le Marche e gli Abruzzi e lo fermò a Caianello. E, voltandosi indietro, si rese conto di essere diventato Re d’Italia, praticamente senza volerlo e soprattutto, senza sapere cosa farsene. Ma qualcosa ci fece e non fu la cosa migliore che poteva.

Chi può più credere, ormai, alla favola che siano bastati 1.000 uomini male armati e messi peggio in arnese, ma con la camicia rossa, a piegare l’esercito più numeroso e meglio organizzato della penisola italica e soprattutto, senza essere stati prima intercettati dalla più potente marina da guerra del Mediterraneo (l'Armata di mare borbonica), dopo quella francese e di Sua Maestà britannica?

La storia dell’Unità d’Italia, al di là della retorica ufficiale appare, in realtà, come un intreccio di servizi segreti (piemontesi, inglesi, francesi), potenze straniere (Francia, Inghilterra), associazioni segrete (carboneria, massoneria, Giovane Italia), fondi neri (il famigerato milione di piastre turche, una cifra spropositata per l’epoca, tirata fuori non si sa da chi, per ungere e corrompere governanti e funzionari borbonici e alti ufficiali dell'esercito e della marina), corruzione (appunto!), malaffare (spoliazione di terre alla Chiesa e ai nobili decaduti, per rivenderle all’asta, anziché assegnarle ai contadini meridionali che da secoli le inzuppavano di sangue e sudore, industrie e fiorenti manifatture del Sud distrutte o costrette a chiudere ed essere sacrificate a quelle del Nord), stragi, di stato (e non), impunite (sempre): Bronte, Pontelandolfo, Casalduni e tante altre, intrallazzi con la criminalità organizzata (con i picciotti mafiosi per preparare dapprima la pseudo – insurrezione e poi lo sbarco in Sicilia).

Ma tutto questo non vi ricorda qualcosa? Qualcosa di familiare, qualcosa che sa maledettamente di deja - vù?

Non vi sbagliate, la recente storia italiana è piena di tutti questi elementi fondativi. Non siamo andati poi così lontano dal Risorgimento. Anzi, l’Italia è stata costruita proprio su queste basi.

L'Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro?

Neanche per sogno.

L’Italia è stata fondata sulla corruzione, sul malaffare, sulle cento stragi ancora in cerca di un colpevole e di un perché.

I servizi segreti deviati, insieme a quelli stranieri (CIA e KGB in primis) hanno operato senza scrupoli e influenzato pesantemente la politica italiana, potenze straniere come gli Stati Uniti e l’ex URSS hanno fatto deviare più volte il corso della storia, condizionandone gli eventi. Non dimenticate che l’Italia era, durante la guerra fredda, il campo di battaglia fra l’Occidente e il blocco comunista. I fondi neri (per finanziare illecitamente i partiti e per ogni altro genere di impiego delittuoso) ci sono sempre stati (dopo è arrivata anche la depenalizzazione del falso in bilancio, per nasconderli meglio), così come le associazioni segrete e massoniche (loggia P2, Gladio, Gladio rossa, Grande oriente). La corruzione e il malaffare hanno costituito e tutt’ora costituiscono la trama e l’ordito sul quale si muovono interessi di pochi a scapito di molti, lobbies partitico – affaristiche e subdoli personaggi in cerca di notorietà e successo, che imperversano riempiendo le cronache (tangentopoli, il crac del Banco ambrosiano, lo Ior, il crac Parmalat, i furbetti del quartierino, le escort, quelli che ridevano durante il terremoto de l’Aquila, pensando all’affare della ricostruzione), stragi moderne, omicidi eccellenti e sparizioni misteriose continuano a restare impunite o praticamente tali in un lungo e sanguinoso elenco (strage di Piazza Fontana, strage di Piazza della Loggia, strage di Peteano, strage dell’Italicus, strage di Ustica, strage di Bologna, strage di San Benedetto Val di Sambro, incidente aereo di Mattei, omicidio di Pasolini, omicidio di Sindona, omicidio – suicidio di Calvi, rapimento omicidio Moro, sparizione di Emanuela Orlandi) e grazie a Dio, non ci siamo mai fatti mancare gli intrallazzi con la criminalità organizzata (il patto scellerato fra DC e Cosa nostra, la trattativa tra lo Stato e la Cupola all’epoca della deriva stragista mafiosa, le vicende del senatore Dell’Utri, quelle di Mangano, stalliere di Berlusconi, addirittura, i legami, presunti, perché ancora oggetto di indagini, tra la ‘ndrangheta e la Lega Nord).

Il presente affonda pesantemente le radici nel passato, così come il futuro le affonderà nel tempo presente.

Non c’era scampo, quindi? Non c’era davvero alcuna possibilità di poter vivere in un’Italia libera e indipendente, onesta e fondata sul lavoro, come recita la Costituzione? Dove personaggi loschi e delinquenti matricolati stiano davvero nell’unico posto in cui meritano di essere e cioè, in galera e non comodamente assisi in Parlamento (quando ci vanno)?.

E il futuro cosa ci riserverà? Se traiamo auspici dal presente e dal recente passato, probabilmente, anzi, senza probabilmente, ben poche speranze.

Povera Italia! Ancora serva e derisa, ancora divisa (1).

Ancora troppo simile a quella che era sotto gli stivali degli Austriaci.

Ancora uguale a quella cantata nel semisconosciuto Inno nazionale.



  1. Noi fummo da secoli calpesti, derisi
    perchè non siam popoli
    perchè siam divisi
    (Inno, Goffredo Mameli 1847)