mercoledì 6 gennaio 2016

Vademecum per la rinascita


 

Un riepilogo di tutto quanto ho studiato e digerito finora (e non è stato semplice) sulla reincarnazione, secondo le filosofie e le religioni orientali. E’ soltanto il punto di arrivo momentaneo, e per questa ragione, rozzo e approssimativo, del cammino spirituale di un occidentale materialista e anarchico come me:

1)      Siamo entità di puro spirito, filamenti, frammenti di essenza divina. Schegge di luce che si perdono nella notte, diceva Celine. Da sempre esistiamo e per sempre esisteremo. Tutto il resto è apparenza. “Tutte le cose sono vuote apparizioni, non sono nate, non sono distrutte, non sono macchiate, non sono pure. Non ci sono occhi né orecchi, naso, lingua, corpo, mente. Non ci sono forma né suono, odore, gusto, tatto, oggetti, né c'è un regno del vedere. Non vi è conoscenza, né ignoranza, né fine della conoscenza, né fine dell'ignoranza, e così via fino ad arrivare a né vecchiaia né morte, né estinzione di vecchiaia e morte; non c'è sofferenza, karma, estinzione, via; non c'è saggezza né realizzazione.” (Sutra del cuore).

2)      Siamo tuttavia obbligati a vivere molte vite, per apprendere e migliorarci fino a non dover mai più tornare su questa fredda terra.

3)      Attenzione però, tornare a vivere non è un premio, ma una condanna. Siamo costretti a tornare, gioire (poco) e soffrire (molto) ancora e ancora e ancora.

4)      Il ciclo continuo delle vite si chiama samsara, la liberazione dal ciclo di vita – morte – rinascita si chiama nirvana (vedi punto 16).

5)      Fra una vita e l’altra, secondo il Libro tibetano dei morti, non c’è una rinascita immediata, ma un tempo intermedio, una condizione che può durare anche centinaia d’anni, che si chiama bar-do (in antico sanscrito, isola in mezzo). Questa parentesi serve a meditare e riflettere sulla vita appena trascorsa, correggere gli errori e apprezzare le virtù, e sulle ceneri di quella, progettarne una nuova.

6)      La nuova vita non necessariamente è migliore della precedente. A volte per migliorarci siamo chiamati ad apprendere la sofferenza, siamo costretti a vite di stenti e di dolore. Ma niente paura, polvere siamo e polvere torneremo, non siamo perpetui, ma a tempo determinato. E’ l’impermanenza, nulla è permanente, niente dura per sempre. Niente.

7)      Vi sono vari livelli di esistenza, da quelli più bassi (minerale, vegetale, animale), a quelli più elevati (umano), fino a quello degli esseri (bodhisattva) a un passo del nirvana, che non debbono più sottostare al ciclo di nascita – morte - rinascita. E’ la ruota del divenire (phava chakra). Tutto gira, tutto scorre e si torna a nascere.

8)      L’anima (chiamiamola così per il momento) è come un buon vino, ha bisogno di migliaia di anni e di molte vite per affinarsi e accedere a un livello superiore di esistenza.

9)      Questo mondo è come una grande scuola, in cui apprendiamo e spesso, sbagliamo. Se abbiamo imparato la lezione, vivremo la prossima vita in maniera migliore o addirittura a un livello superiore, come essere promossi da una classe all’altra o accedere a istituti di istruzione superiore. Se, invece, non abbiamo appreso la lezione, verremo rimandati indietro a ripetere lo stesso livello o peggio ancora, verremo degradati a livelli più bassi di esistenza. In poche parole, verremo bocciati e costretti a ripetere l’anno.

10)   Ciò spiega perché nel mondo ci sono guerre, carestie, distruzione, odio, accanto a bontà, saggezza, altruismo, coraggio. E questo, dopo tanti anni, mi ha messo il cuore in pace. A me infatti non tornavano i conti quando m’interrogavo sulla profonda ingiustizia del mondo. Quando chiedevo: perché Dio tollera tutte queste nefandezze? Perché continuiamo a fregarci in mille modi, a odiarci, a farci amichevolmente saltare in aria l’un l’altro, senza che Lui alzi un dito? Mi è sempre stato risposto che Dio non s’intromette perché ci ha dato la libertà di decidere secondo coscienza. Ci ha donato il libero arbitrio. Si ma, replicavo io insistendo e molto, se è vero che siamo figli di Dio, un padre non interviene un attimo prima che i figli si facciano male sul serio? E poi, se Lui ci ha fatti a Sua immagine e somiglianza, o mi state raccontando una balla, e quindi non gli somigliamo affatto, oppure mi state dicendo la verità e quindi somigliamo a un Dio che devo cominciare a temere? A questa domanda, però, non ho ancora avuto risposta.

11)   I religiosi orientali considerano vivere la vita umana una promozione di per sé e ci consigliano di essere sempre felici per questo.

12)   Se c’incontriamo in questa vita, è perché non facciamo altro da millenni, magari scambiandoci i ruoli. Posso essere stato il padre di mio padre o il figlio di mio figlio in una vita precedente. Qualunque sia il ruolo, prima o poi ci ritroveremo. Perché possiamo decidere di vivere congiunti attraverso le vite e i secoli. L’immagine che mi viene in mente è quella di persone che si buttano insieme da un aeroplano col paracadute, un lancio collettivo per atterrare nella vita. Skydivers dell’infinito.

13)   Non ci sono giudici e tribunali per condannarci o assolverci dai peccati commessi in vita. Siamo noi i giudici di noi stessi, siamo soltanto noi a valutare e soppesare errori, nefandezze e buone azioni nel tempo di vita intermedia (bar-do) e, sta sempre noi a decidere di rinascere.

14)   Ciò che condiziona la rinascita è quella che io riconosco come una sorta di giustizia immanente, il karma. Ogni nostra più insignificante azione ha riflesso in tutto l’universo, e dopo averla compiuta, niente sarà più lo stesso, come quando si getta un sasso in uno stagno e da quel punto si allargano onde concentriche a perturbare la superficie dell’acqua.

15)   Nella condizione di bar-do il tempo non esiste. Ma di questo avevo già parlato nel mio post Del tempo e di altri miraggi. Il tempo non esiste, diceva Agostino d’Ippona (alias Sant’Agostino), è solo una dimensione dell’anima. Aggiungerò soltanto che, secondo molti filosofi e teologi, il tempo è un’illusione dettata dalla limitatezza del pensiero umano che è strutturato in forma lineare e sequenziale: dietro c’è il passato, ora il presente e davanti il futuro, e si progredisce in linea retta dal passato al presente e dal presente al futuro. L’acqua che tocchi de’ fiumi è l’ultima di quella che andò e la prima di quella che venne, è la geniale spiegazione di Leonardo da Vinci per farci comprendere il flusso del tempo. Ma se il tempo non esiste, se il tempo è soltanto un’illusione, vuol dire che fuori da questo mondo di artifici e raggiri tutto accade contemporaneamente in un eterno presente, non c’è prima, non c’è dopo, tutto accade qui e ora.

16)   Chi si eleva e progredisce nelle esistenze che mena, non è più costretto a rinascere e può raggiungere il nirvana, uno stato di grazia eterno, riunendosi alla sostanza divina di cui è composto. “…la mente non conosce ostacoli; dal momento che la mente non conosce ostacoli non si conosce la paura, si è oltre il pensiero illusorio, e si raggiunge il Nirvana” (Sutra del cuore). Anche gli ebrei antichi avevano qualcosa del genere e lo chiamavano pardish, paradiso.

17)   La punizione è, come a scuola, essere bocciati e dover ripetere l’anno. Un vero inferno, in realtà non esiste. A patto di non considerare un inferno le nostre vite.

18)   Vi sono stati degli esseri talmente saggi, giusti e puri da non essere mai nati, mai morti e mai vissuti, e dunque non hanno dovuto subire il supplizio della ruota (del divenire) e hanno avuto accesso diretto al nirvana. Essi sono stati, come dire, promossi sulla fiducia.

19)   La trasmigrazione delle anime è stata accettata da popoli molto diversi in epoche differenti. Anche nel Cattolicesimo la reincarnazione è stata ammessa per un certo tempo. Nel primo Concilio di Nicea del 325 dopo Cristo, ma soprattutto, nel secondo Concilio di Costantinopoli, tenutosi nel 553, si formò la dottrina ufficiale della Chiesa (1), che ha escluso categoricamente la reincarnazione e ammesso soltanto due vite: la vita terrena prima e quella eterna dopo. Ma Origene di Alessandria sosteneva che "Ogni anima...viene in questo mondo rafforzata dalle vittorie o indebolita dalle sconfitte della sua vita passata." E Sant’Agostino (2) scriveva: "Prima di quella vita, o Dio della mia gioia, io esistevo già in qualche altro luogo o altro corpo". Aggiungo Plotino: "L'attore che muore sulla scena cambia maschera e riappare in un'altra parte, non è morto davvero. Morire è cambiare corpo come gli attori cambiano maschera".
Avete capito tutto? Io sì. In altre parole, se vogliamo rinascere dobbiamo fare i cattivi. Io ho già cominciato.

Buona (ri)vita!

 

(1)   Sarebbe il caso di ricordare che con Costantino il cattolicesimo assurse al rango di religione di stato dell’impero romano, soppiantando il paganesimo. Il Concilio di Costantinopoli gettò le basi di una religione politica, come forma di controllo sociale ed, evidentemente, non si poteva più tollerare tra i fedeli l’idea della rinascita. Ci sarebbe stata quindi una sola vita da giocarsi per guadagnare l’inferno o il paradiso. E per far rigar dritta la gente non c’era minaccia peggiore o premio migliore di questi.

(2)   Confessioni, Agostino d’Ippona, scritto intorno al 400 dopo Cristo. L’opera, tra l’altro, è considerata uno dei massimi capolavori della letteratura cristiana.

lunedì 4 gennaio 2016

Storia di Atròphia


 

Ho provato ad abbozzare la storia di Atròphia, il progetto musicale più importante che abbia mai realizzato fin’ora.

1.      Le origini

Il progetto Atròphia nasce nell’estate del 2006 dalle ceneri di Topsyca, band che proponeva noise rock alternativo, dal desiderio di riprendermi le canzoni che avevo scritto e soprattutto, la direzione artistico – musicale del progetto. Nella lunga e a volte dolorosa gestazione dei brani, il progetto Topsyca, infatti, aveva subito notevoli rallentamenti, dopo gli entusiasmi iniziali, proprio a causa dei contrasti interni tra i componenti sulla direzione da prendere. Ad esempio, la canzone “Macabradanza”, inclusa più avanti nel secondo lavoro di Atròphia “Sorvegliare e punire”, aveva già subito, prima dell’estate, numerosi arrangiamenti. C’era la versione originale, la versione noise, quella metal e addirittura, quella in chiave tex-mex e disco ’70!

In particolare, volevo recuperare lo spirito iniziale del progetto, che esisteva già in stato embrionale nell’estate 2004, di dare vita, corpo e suoni ad un’improbabile elettro – dark – wave sound. In poco più di due mesi di lavoro, nel settembre 2006 esce il primo lavoro di Atròphia, dal titolo “Sotterranea”. L’album prende il nome dall’omonima canzone, che potrebbe essere accostata con notevole simmetria ad “A forest” dei Cure. L’album è strutturato su una base ritmica secca e ripetitiva, a tratti ossessiva, sulla quale sono cucite ritmiche scarne e suoni cupi e nervosi. Il disco si apre con “Alla deriva”, nella quale aleggia insonne lo spettro dei Bauhaus, “Preghiera dell’odio”, dal testo tratto da una poesia africana, segue la dissonante “Zero” e chiude “Darkene”, che trae il titolo dall’omonimo medicinale antidepressivo (“Mi sento come rabbia liquida in un vortice ogni volta sconosciuto”).

Alla fine dell’anno Atròphia viene selezionato per partecipare alla compilation natalizia “Silent Night-Mare” di Anomolo Records, con una versione dark – noise della tradizionale “Astro del ciel”.

2.      La fase rock

Nel marzo 2007 esce il secondo lavoro di Atròphia, “Sorvegliare e punire”. Si tratta di un concept album sul potere politico e le sue degenerazioni. Vi sono ancora le atmosfere oscure del lavoro precedente, ma anche una decisa sterzata verso sonorità più rock, punk e a tratti metal. Il disco si presenta musicalmente più omogeneo. Notevole la rabbia espressa in “Uscita di scena” e “Rossosangue”, dal sapore punk – metal, segue la già citata “Macabradanza” e il punk della title – track. Da citare anche l’ottima “In un respiro”, malinconica quanto basta per piacere anche ai Placebo e l’intro arabeggiante di “Caos”. Ghost song finale: una riuscita versione live di “Pet Sematary” degli indimenticati Ramones.

Nel mese di luglio viene varato anche il sito ufficiale della band su myspace (www.myspace.com/atrophi), che ha totalizzato più di 20.000 tra contatti e downloads, soprattutto da Germania, Francia e Spagna, USA e paesi latino-americani, ma anche in alcuni Paesi dell’est europeo.

La produzione dell’anno prosegue con l’uscita di un mini album, denominato “Ipnotica EP”, che contiene due nuovi pezzi: “Ipnotica” ed “AK47”, che presenta un’interessante coda techno – punk alla Prodigy, lo strumentale “L’angelo azzurro” nel quale si odono addirittura tracce dei REM e la cover “Things you said” dei Depeche Mode, rielaborata in chiave elettrica.

 

L’autunno è sempre prolifico per Atròphia e da una sua costola prende vita il progetto Tranzgenic. Si tratta in questo caso di caro vecchio metal, con alcuni lodevoli episodi. Buono il thrash metal di “Love suicide”, “White noise” e “Kiss of death”, ma anche la ballad “Under the shadowline”. La strumentale “Cobalt” chiama in causa addirittura i Led Zeppelin, mentre la riuscitissima “Kill me Osama”, presa in giro del terrorismo islamico, sembra uscire da “Smells like teen spirit” dei Nirvana. Da citare anche “La mort des amants”, tratta dall’omonima poesia dei “Fiori del male” di Baudelaire.

3.      Il post dark

Il 2008 si apre con l’uscita del terzo capitolo della saga Atròphia. Il disco, denominato “Echi”, è di gran lunga il migliore della produzione dark ed il più maturo. Rispetto ai precedenti, mantiene un buon equilibrio fra rock, post punk e dark e potrebbe essere tranquillamente definito un album post dark. E’ però anche la pietra tombale su quel genere che Atròphia dichiarerà di non avere più intenzione di suonare, spostandosi verso altri orizzonti.

Il disco si apre con la visionaria “Sarin”. Un inno gregoriano ci scaraventa in un medioevo prossimo venturo, in mezzo a un’umanità dolente e disperata. Si prosegue con le glaciali “Krasnodar” e la title - track “Echi”, quest’ultima incentrata sulla incomunicabilità. Decisamente più rock “Stato di alienazione” e “Denizen”, senz’altro fra i migliori episodi del disco, per passare ai brani più introspettivi: “Nysbax”, cureggiante inno al nichilismo e “17 novembre”, ancora una storia di difficoltà di comunicazione, questa volta tra i sessi. Il disco si chiude con la febbricitante “Il dogma”, che, con brucianti riff di chitarra, prende di mira l’ipocrisia ed il silenzio della Chiesa sugli abusi ai minori commessi da membri del clero e l’onirica “Re Lucertola”, dedicata all’indimenticato ed indimenticabile leader dei Doors.

 

Il 2009 è un anno di riflessione. Atròphia, però, collabora con i Bad Monkeys, per i quali scrive alcune canzoni hard rock - blues, come “Out of control”, “Love Train”, “Lost soul” e “Loaded Gun” e partecipa alla riedizione di alcune canzoni blues degli U2. In particolare, “God Part Two”, che prenderà il titolo “Believe in love” e “Bullet the blue sky”, rinominata “Outside is America”. Particolare in quest’ultima il tempo rallentato, che ne esalta le venature psichedeliche.

 

La seconda parte dell’anno vede Atròphia impegnato con i Kish Maldìt, come al solito, prestando la voce e la chitarra, per un progetto che si concretizzerà poco più avanti con l’album “Osculum Tarantulae”. Nel frullatore sonoro stavolta finiscono ritmi e melodie tradizionali del Meridione d’Italia, in primis la taranta, insieme ad una fortissima dose di punk, metal e hip - hop, con un risultato, tutto sommato interessante. La principale forma ritmica del sud, la tarantella (taranta in Campania, nel Foggiano, in Basilicata ed in Calabria, pizzica nel Salento e ancora, taranta e saltarello in Molise), si ritrova fusa con energici suoni tipicamente rock e punk. Ci sono anche altre influenze, come dall’hip hop, dalla musica celtica, araba e balcanica, ma prevalentemente, il progetto prevede la rielaborazione ed il riarrangiamento di composizioni tradizionali, affiancate da brani originali, direttamente figli dello spirito del progetto.

Il significato letterale del nome della band, nel dialetto molisano antico, è “che siano maledetti”, un’imprecazione che non è raro sentire esclamare da quelle parti ancora oggi. Il termine “Kish”, inoltre, è una contrazione dell’aggettivo di origine tedesca “kitsch” (cafone, di cattivo gusto), nella forma correntemente usata nei paesi latino – americani.

 

4.      Musica alternativa

 

Nel 2010 Atròphia è impegnato nelle registrazioni del nuovo album, che terminano nell’estate. Ma il lavoro resterà per un anno in naftalina, perché non è ritenuto convincente. Sarà riesumato soltanto l’anno successivo, senza cambiarlo di una virgola ed è ritenuto il lavoro migliore in assoluto.

L’album si intitola “Subliminale”. Se i primi lavori erano abbastanza identificabili per un genere prevalente, quest’ultima fatica va oltre i generi e si potrebbe definire a tutti gli effetti un prodotto “alternativo“ rispetto a questi.

In raffronto alle composizioni precedenti, il lavoro privilegia un impatto più immediato e comprensibile sull’ascoltatore, meno ostico pur senza essere “pop” nel senso più dispregiativo del termine. Infatti, vi è una spiccata ricerca della melodia e della “cantabilità” dei brani, con architetture compositive più semplici e strutture più compresse, che in due - tre minuti pretendono di dire tutto, rispetto a brani di oltre cinque - sei minuti di composizioni precedenti.

Se proprio vogliamo trovare un riferimento stilistico, forse dovremo dire che questo disco è più gothic-metal che dark e che se questa definizione può reggere, si può affermare anche che è meno metal e più gothic. Anche i testi sono meno oscuri e più decifrabili e buona parte delle composizioni è incentrata sul rapporto uomo - donna, che finora Atròphia aveva trattato poco. Ad esempio, “Voyeurism” rappresenta l’invidia di chi è costretto a sbirciare nelle relazioni altrui per vedere quello che non possiede nella sua e si trasforma in voyeur esistenziale, “Di Norma” canta l’amore impossibile per una donna in là con gli anni, che forse arriva fuori tempo massimo, “Iside” è l’inno d’amore per una donna, venerata quasi come una divinità egizia, “Eva” racconta di donne apparentemente bellissime e felici, cui pare non mancare nulla, ma che, in realtà, nascondono segreti inimmaginabili, la protagonista di “Marlèn” è, invece, una donna che può permettersi di fare tutto quello che vuole e soprattutto far fare agli altri tutto quello che vuole.

 

Quindi, un’altro significativo aggiustamento di rotta di Atròphia, analogo a quello di “Sorvegliare e punire”, ma verso lidi meno tradizionali e più alternativi, dove il post-dark di “Echi” appare più assimilato nella struttura della forma canzone, in un universo in cui la disperazione, la tristezza e la nostalgia sono assunti a normalità e cantati quasi con gioia.

 

Di seguito alcuni versi tratti dalle canzoni.

 

“No non svegliarti, resta nei tuoi sogni, continua a viverci dentro e lasciati cullare, lasciati portare dal sogno in cui sei teneramente rinchiusa. Per ogni goccia un fiume, per ogni lacrima un mare, verso la strada che conduce da qui al deserto dei tuoi giorni. Lasciati svenire nel sogno da cui sei gelosamente custodita e abbandonati come arresa al silenzio ineluttabile di questi giorni. I nostri corpi arresi, i nostri cuori vinti, i nostri sogni infranti al gelo dell’attesa”  (La resa)

 

“Il tuo sguardo di vetro e bistro mi trapassa e toglie il fiato, come questo fuoco sacro nelle vene. Mia dea risvegliami e conducimi ad assaporare l’alba, mia dea salvami e conducimi ad assaporare l’alba” (Iside).

 

“Eva perfetta profilo sottile dalla linea imperfetta, Eva racconta e si adombra del legame perverso. Ogni passato, ogni ora persa oggi ritorna e si impossessa di Eva che rimedia ad ogni suo sbaglio e una carezza si apre a ventaglio. Eva perversa distesa nel buio ora riversa tutto il suo odio” (Eva)

 

“La luce mi feriva gli occhi e sembrava non dovesse finire mai come quando pioveva alla fine di settembre e la sensazione del dopo, del senso di indefinito che arrivava inaspettato a farci rabbrividire. Ti immagino distesa ancora in quei luoghi dove torno a volte come in un sogno e tu nuda come la verità interrompi ogni mia certezza. Posso vederti impersonare le nostre danze macabre con il gusto del nulla” (Bluesong)

“Quello che non ho avuto, quello che non avrò mai, è sempre più distante come un tuono lontano, come fossimo morti da secoli senza essercene accorti. Disteso immagino quello che sarebbe stato, ciò che avresti detto, i sogni e gli incubi, i desideri svaniti nel nulla, i baci non dati, le parole sospese dalle labbra e mai pronunciate. Ora siamo così distanti” (Voyeurism)

 

5.      La fine di Atròphia

 

Credo che “Subliminale” sia stato il punto di arrivo più elevato di Atròphia ed anche quello più estremo. Oltre non si può andare, perché oltre non c’è niente. Sono convinto che Atròphia abbia detto tutto quello che aveva da dire e che lo abbia fatto nel modo più franco, chiaro e diretto con Subliminale. Non avrò altri periodi creativi come quelli che ho vissuto nell’ultimo periodo con Atròphia e credo che mi mancherà molto, ma devo svoltare l’angolo, girare pagina e andare avanti.

 

Addio Atròphia, mi mancherai.

 

Ma voglio ancora indugiare su quel particolare periodo. A volte fa bene crogiolarsi nella malinconia, prolungando il tempo dell’addio. In fondo Atròphia mi ha accompagnato per sette lunghi anni e se considero Topsyca come una sorta di suo progenitore, un suo rabbioso e rumoroso antenato, allora, gli anni sono nove, quasi un quarto della mia vita. Mica poco. Allego le note che avevo scritto come allegato al cd.

 

“Ho prodotto questo lavoro presso lo Studio M42 di Monselice (PD) durante il gelido inverno del 2010, lo ho mixato e masterizzato presso lo stesso Studio in primavera. Tutte le canzoni sono state scritte da me, suonate da me e, purtroppo, anche cantate da me. Per farlo ho impiegato una Fender Telecaster, un basso Stagg Precision, un Vox Tone Lab per chitarra, un Digitech BP50 per basso, un amplificatore Fender FM65R, un FBT BX30, una tastiera Casio CKT-3000, vari synth, tra i quali Silver, Copper e Beat Box, un mini - mixer Beheringer a sei canali, molta Peroni fredda e tante ore perse di sonno.

 

Durante il periodo “compositivo”, ovvero il precedente anno e mezzo, ho ascoltato fino alla noia Editors, Metallica, Soundgarden, Queens of the stone age, Chingon (per chi non sa chi siano, è la band preferita di Quentin Tarantino), 69 Eyes, Velvet Revolver, HIM, Coldplay, Stray Cats, Rage against the machine, Guns and Roses, Bruce Springsteen, Steve Ray Vaughan, Amy Winehouse, Cream, Black Sabbath, PJ Harvey, Billy Idol, Smashing Pumpkins, Siouxsie and the Banshees, Foo Fighters, Clash, Verdena, Killers, ho letto fumetti della Marvel Comics, ho visto o rivisto i seguenti film: 300, Le crociate, King Arthur, Il gladiatore, Kill Bill, Pulp Fiction, Bastardi senza gloria, Gangs of New York, The secretary, Basic, C’era una volta in Messico. Inoltre, ho ripreso a fumare per cinque lunghi mesi, mi è cresciuta la barba, mi sono tagliato nove volte i capelli, ho fatto un altro figlio, sono stato quasi mollato dalla mia compagna (grazie per la pazienza), ho lavorato come un negro (senza offesa per nessuno) e ho pensato seriamente e molte volte di piantare tutto, senza che di tutto ciò abbiano risentito minimamente le mie composizioni, o almeno questo è quello che credo.

 

Durante il periodo “produttivo” si è inchiodato due volte il pc principale dello studio (hard disk e monitor sostituiti) e ho perso il file di una canzone già pronta durante un black-out, con molte immaginabili bestemmie (di cui mi sono immediatamente pentito) e parolacce (di cui non mi sono pentito affatto).

 

Per finire, “Marlèn” è dedicata a Marlèn, mentre “Margherite gialle“, soltanto la protagonista sa che è dedicata a lei.”

 

A partire dal 2011 ho quasi abbandonato la chitarra elettrica. Ondeggio tra sonorità acustiche americane (e quindi mi spacco le dita della mano sinistra sulle robuste corde di chitarre dreadnought) e suoni mediterranei, iberici, latini (e in questo caso, sono le dita della mano destra a soffrire. La chitarra flamenca si suona rigorosamente senza plettro). Nel primo caso ho registrato un demo nel 2011, “Six strings and three chords” (Sei corde e tre accordi), che contiene le canzoni “Southern civil war” (dove rivisito l’Unità d’Italia come una sorta di Guerra di secessione americana), “Respect” (scandita da arpeggi alla Lynyrd Skynyrd), “The Giantess” (dedicata a una donna cannone più sexy delle donne da sfilata).

E poi, “State whore blues” (ispirata a politici e politiche che, sempre più, possono fregiarsi del titolo di Puttana di Stato), “Outlaw song” e “Now”.

“Adesso guardami. Mi riconosci? Sono sempre io, lo stesso di sempre. Ma tu sei diversa. Sei un’altra persona. Dove sei adesso? Non ti vedo più. Dove sei adesso? Non ti riconosco più.” (Now)

E anche, “My heartland”, dichiarazione d’amore per la mia terra.

E per finire, ho aggiunto due cover per sola voce e chitarra. “La casa gris” di Llan de Cubel (confesso che è stato alquanto difficile cantare nello spagnolo delle Asturie) e la tradizionale “Danny Boy”.

 

6. Discografia

 

Album

 

- Sotterranea (2006)

- Sorvegliare e punire (2007)

- Ipnotica EP (2007)

- Echi (2008)

- Subliminale (2011)

 

Compilations



- Silent Night(mare) (2007)



Altri progetti

 

- In Delirio (Tranzgenic 2007)

- Six strings and three chords (2011)

 

Partecipazioni e collaborazioni

 

- Bad Monkeys (Bad Monkeys 2009)

- Osculum Tarantulae (Kish Maldìt 2009)

domenica 3 gennaio 2016

Ferito a morte


 

Entra ed esce a piacimento dai suoi personaggi, come un demone dai corpi posseduti. Fa quello che vuole lui, quando vuole lui. E’ spiazzante.

Sto parlando del romanzo scritto dal più grande scrittore vivente d’Italia, Raffaele La Capria. E’ Ferito a morte, premio Strega 1961. Da allora molta strada è stata percorsa e tanta acqua è passata sotto i ponti, ma quel romanzo, che ha rappresentato la deflorazione di generazioni di lettori per un nuovo modo di scrivere e intendere la letteratura, l’avanguardia della neoavanguardia, è ancora vivido e florido, e non appassito e malaticcio come tanti altri che il tempo ha ammuffito.

Lo approccio con un senso estremo di rispetto e timore reverenziale. E subito m’inchino. Sentite questo:

“Un sorriso umiliato che copre il desiderio di morire... Ogni colpo è una pietra che cade nel lago azzurro del mattino... A pensare ai miei passi domani, nel rispettabile squallore di strade sconosciute.”

E quest’altro?

“…quell’unico occhio avido e scomposto, enorme, che è tutti i loro occhi…”, che mi riporta al globo oculare sfaccettato, composito, da insetto, simbolo del buonismo benpensante e della calunnia noncurante che avevo dissezionato nel mio romanzo La città verticale, nel quale non si può più distinguere l’occhio buono, quello individuale, che lo compone, da quello collettivo e ipocrita della società, l’occhio malvagio quanto quello di Sauron nella trilogia di Tolkien. Se avessi letto prima Ferito a morte, come avrei costruito più dritta e solida la mia Città! Touchè.

In poche righe si può dire tutto e questa è materia di scrittore coi controattributi. Lo dicevo o no che è il più grande scrittore italiano vivente?

E bravo don Raffaè!

Il tempo incerto di Ferito a morte è il tempo sospeso di una città di mare, che veleggia sulla bellezza, una stagione in cui è sempre estate in una città che è sempre Napoli; i protagonisti non vogliono crescere, non vogliono diventare grandi, non desiderano impersonare il futuro, ma consumarsi sullo sfondo di quel meraviglioso teatro che è la città e il suo golfo, e infine estinguersi in un presente che somiglia molto all’eternità.

E l’eternità è molto lunga, soprattutto verso la fine, come dice Woody Allen.

Ma qualcuno prende una decisione, finalmente: “Gli dirò che parto, che vado a Milano, non sembra ancora una cosa reale – lontano da tutta questa perdita di tempo”. E allora si parte, ma per tornare, per dar vita a una serie infinita di eterni ritorni, altrettanto impossibili delle partenze, come omerici nostòi. Perché anche chi recide il cordone ombelicale, non si separa mai dalla Grande Madre Partenope, e “…accettando l’impossibilità della mente razionale di uscire dal labirinto meridionale… sei costretto a inventare le Sabbie mobili la Foresta vergine e altri miti che aiutano a capire senza vincere…”. Anche chi si sottopone al sacrificio più crudele della partenza non può vincere, può soltanto capire. Perché di questo si tratta, di una sconfitta, ma compresa fino in fondo.

In alcuni tratti risuonano, anticipati, gli echi de La grande bellezza, che di questo si tratta. Bellezza stupidamente sprecata, buttata via a piene mani. In altre parole, la Grande Occasione Mancata. Quanta bellezza sciupata; se essa è armonia ed equilibrio, a Napoli non si riesce assolutamente a trovarlo, né l’una né l’altro; la città oscilla paurosamente fra le vestigia nobili del passato e la follia che può esplodere da un momento all’altro dal continente napoletano, in un anelito all’autodistruzione elevato a sistema, un piacere squisitamente meridionale. “Tutto questo ben di Dio e nessuno ci bada, sprecato. Mi dà la malinconia lo spreco” fa dire La Capria a uno dei suoi personaggi. Una bellezza che cade a pezzi, come quel Palazzo Medina eroso dal mare, ideale sfondo di decadenza e triste ombra (alias) di quel Palazzo Dogn’Anna (1), la cui fondazione è giustamente annoverata fra le Leggende napoletane da una giovane Matilde Serao.

Allora, neanche fuggire da Napoli “una città che ti ferisce a morte o t’addormenta” è la soluzione. Eppure non puoi farne a meno. E’ una città che t’invischia nel suo destino, come una compagnia molesta, che non si scandalizza di nulla e per nulla al mondo, indulgente e comprensiva, “l’enorme straripante indulgenza della Grande Madre Napoli”. La città che suscita sentimenti contrapposti: o l’ami o la odi, o tutt’e due le cose insieme.

E oltre a non possedere il tempo, Napoli non possiede neppure la Storia, anzi, è una “città che sembra esistere fuori dalla storia, fuori dal mondo, immersa in un tempo proprio”, come se si fosse persa in un rivolo morto del Grande Fiume della Storia. E i suoi orologi segnassero le ore sincronizzati su altri Greenwich. Perennemente appuntati sull’ora di una bella jurnata, luminosa, sublime, perfezione nel cerchio del mattino. “Da una bella giornata non c’è da aspettarsi più niente” sostiene De Luca – La Capria voltandosi dall’altra parte e rimettendosi a dormire. Perché se una Bella Giornata è una promessa, per entrambi non ve ne sono più, e dormire fino a tardi è un modo per accorciare le ore che ci separano dalla notte, anche quelle di una bella jurnata. Io da bambino temevo le belle giornate perché erano quelle in cui poteva accadere di tutto, potevi incontrare la vita, sbatterci contro, ferirti e in quel periodo avevo paura degli scontri e cercavo di sfuggirle. Così amavo le brutte giornate, quelle cariche di elettricità e di pioggia, una tregua nelle battaglie che la vita mi preparava con i raggi del sole di una Bella Giornata.

Ferito a morte è soltanto il secondo romanzo di Raffaele La Capria, il primo era uscito nel ’51, ben nove anni prima e il successivo in pieni anni ’70, addirittura dodici anni dopo, tanto da farlo lamentare di non essere affatto uno scrittore ‘sgobbone’. Quest’affermazione mi riporta dritta dritta ai monologhi di Gep Gambardella, la cui vena narrativa era stata interamente prosciugata dalla Grande Bellezza. Per inciso, Toni Servillo, che ha magistralmente impersonato in quel film il ruolo di scrittore sciupone, si è avventurato più volte nelle letture pubbliche delle opere di La Capria, con ciò dimostrando la musicalità, la teatralità della sua scrittura.

Anch’io ho voglia di partire. E di tornare. E lasciatemi dirlo con le sue parole, che a sua volta le aveva prese da un altro scrittore, in un singolare incontro a tre fuori dal tempo (Dahlberg – La Capria – Medici): se a vent’anni mi percepivo come un estraneo, estraneo a me stesso e a trenta mi chiedevo chi fossi, a quaranta mi convinsi che non l’avrei saputo mai. E la rinuncia a sapersi, a conoscersi, a indagare l’io più profondo, sconosciuto come il più oscuro degli abissi marini, è l’unico approdo possibile. L’unica scoperta.

Ma quante donne, tutte descritte a puntino, emergono dal brusio, dal chiacchiericcio ammirato di sottofondo senza lasciar nulla all’immaginazione, come se ognuna di esse (e lo è) fosse un dono irripetibile e prezioso. E ognuna di esse è, per qualcuno la Grande Occasione Mancata, ma per qualcun altro la Grande Occasione Realizzata. E Carla, la donna vanamente amata da quello che io credo il protagonista del romanzo, Massimo De Luca (ma in Ferito a morte, nel quale anche i più miseri plebei assurgono ad eroi, i termini protagonista e comprimario sono soltanto questione di maggiore sensibilità o di diversa prospettiva), è esattamente una di queste occasioni perdute e la sua chioma, biondo cimiero, va e viene tra la folla, inafferrabile come la spigola che Massimo insegue sui fondali, reale e inesplicabile, come Camilla Lopez in un romanzo di John Fante (2).

Ora che so che le dramatis personae sono proiettate in un tempo un poco più lontano rispetto a ‘quando’ le collocavo io – sbagliando, nei dorati sixties, l’italica Età dell’Oro -, essi sono invece i sopravvissuti a una guerra: “…nello scatolone di sabbia cacammo sangue più volte e nella neve più volte lo sputammo” e si contemplano le membra integre ancora increduli di averla scampata al sole degli acerbi Anni Cinquanta, sento quei personaggi più dentro la storia e meno a me rivali. Mi fanno quasi tenerezza.

Ma lasciatemi chiudere con le battute finali di Ferito a morte, una ferita che non potrà mai cicatrizzarsi, perché questa è Napoli. Una ferita.

“E là, in fondo alla strada, qualcosa-che-passa-e-sembra, bionda coda di cavallo oscillante, ha svoltato l’angolo. Cerco lei, cerco Ninì… e mi pare sempre di camminare dietro qualcuno di cui sento ancora, vicini, i passi sopra queste pietre.”

 

(1)   Il palazzo fu edificato a Posillipo dal vicerè di Napoli Ramiro Guzman, duca di Medina, per sua moglie donna Anna Carafa, donde il nome Palazzo Donn’Anna, in Leggende napoletane, Matilde Serao 1880.

(2)   Chiedi alla polvere, John Fante.

N.d.A. L’immagine del post è Il Pesce d’oro, Paul Klee 1925.