mercoledì 29 luglio 2015

Il Mambo e le folaghe


 

            Il sole affonda sotto terra, ormai è sera, odo il suo lieve fruscio tra le fronde degli alberi, una gradevole brezza si è levata e scivola giù dai colli a rinfrescare la pianura. Sono di nuovo qui, davanti a un foglio di carta, nemmeno un segno impressovi da me, anzi, uno ce n’è, ma è stato uno sbaglio, un errore, un movimento maldestro ha disegnato uno sbaffo di matita sulla carta.

            Eppure, c’è qualcosa che non va, come un boccone che non va giù, come un groppo alla gola. Un’atmosfera greve incombe sul mondo, come se volesse piovere, un senso di attesa; nel cielo balenano presagi anomali e inquietanti.

Se solo potessi… se solo potessi… Se solo potessi cosa? Non so neppure io cosa vorrei.

Per scrivere non è necessaria l’ispirazione. Per scrivere basta averne voglia, diceva qualcuno che ora mi è ignoto. C’è qualcosa da qualche parte dentro di me, o forse là fuori, nella notte che incombe, nell’aria fresca che preannuncia le stelle. C’è qualcosa che mi impone di restare. E attendere.

Non è ancora giunto il momento di scrivere, so che verrà, ne sono certo, ma non è ancora il tempo.

Ahimè, l’arte non è palese, tutt’altro. Essa è nascosta, oscura, a volte indecifrabile e, soprattutto, non è popolare, non è per tutti. Devo strizzarla fuori dal profondo di me, trasudarla dai tessuti dell’anima, secernerla dalle fibre del cuore.

Ripenso a dov’ero stamattina e la matita comincia a scorrere sul foglio, come un esperimento di psicoscrittura.

Non si muove un filo d’aria, il mare è immobile, forse il tempo si è fermato. Cielo e mare si confondono all’orizzonte e tutte le cose sfumano in un bianco abbacinante, l’acqua assume sembianze oleose e cangianti, un fluido gelatinoso di un mondo alieno, e si richiude dopo il mio passaggio. A che distanza sono dalla costa? Stimo mezzo miglio. Già i pennelli di pietra a protezione della sabbia sono svaniti nella foschia, le voci della spiaggia non si odono più – soltanto il latrare di un cane poco fa, ora, neppure quello - ora emerge soltanto il verde della pineta, ma è un verde smorto e alternante che mi pare soltanto un’eco di un ricordo e non sono sicuro di vederlo davvero.

La terra è svanita.

Per molte miglia sono solo, mi sento davvero solo, non faccio più parte del mondo degli uomini – quelli li ho lasciato sulla spiaggia addormentata prendendo il largo -, non faccio ancora parte di questo mondo marino, opaco, lattescente. Forse, non ne farò mai parte. Così mi accontento di aleggiare in un limbo fra cielo e mare, nel silenzio rotto dal lieve sciabordio dell’acqua che scivola sotto la carena. Batto il pugno sulla fiancata e ne viene un tonfo cupo e solido. Il Mambo sa il fatto suo. Che sensazione rassicurante! Sono sospeso sull’abisso, separato soltanto da mezzo metro di scafo, ma continuo a volare sulla superficie delle acque.

Sento che di questo avevo bisogno, sono sicuro che era quello che volevo, mare e silenzio e il cielo a vegliare sul mio scafo vacillante. Ne sono certo quando mi stendo a riposare un po’ sul fondo della coperta. Di là, dall’altra parte, nessuno può capire quello che provo, da questa parte, le folaghe e i gabbiani in volo sulle acque immobili, i pesci immersi negli abissi, il mistero delle acque senza fine, di questo verde fosforescente e infinito. Non avevo mai visto un mare così – e mi fermo perché non trovo le parole -. Forse…

Non voglio tornare alla terra, voglio restare qui.

Ma è tempo di tornare. Mi avvicino a riva, lentamente, di malavoglia. Gusto ogni secondo di quel tempo che mi lega ancora alle acque.

Ricompare il verde scuro dei pini, essi descrivono il profilo della costa e una lingua sabbiosa si protende accogliente verso di me. Sento di nuovo le voci, mentre mi preparo all’ingresso nel mondo degli uomini, al mio ritorno.

…vociare di bagnanti nel pomeriggio sonnolento.

…il latrare sicuro di un cane.

…lento incedere di anziane coppie, la donna parla al vecchio, il suo interloquire serrato non gli consente di replicare. Chissà quanto è importante quello che gli sta dicendo?

Mi preparo all’approdo, decido di non spiaggiare per non far soffrire la chiglia, quindi scelgo il punto e mi calo dal kayak. Ma, non avevo considerato l’alta marea e mi ritrovo immerso fino al collo. Allora, con una mano tengo la cima del kayak e me lo tiro dietro, con l’altra tengo la pagaia sollevata sopra la mia testa. Mi vengono in mente sequenze da D-Day o attraversamenti di paludi in stile guerra del Vietnam.

Riemergo bagnato fradicio e, che piacevole sorpresa! E’ una spiaggia di nudisti e io sono l’unico vestito da capo a piedi e, bagnato fradicio come sono, devo sembrare più strano io a loro, di quanto uomini, donne e bambini che vogliono prendere il sole nudi come mamma li ha fatti, possano apparire strani a me. In verità, nessuno prova il benchè minimo imbarazzo, me compreso.

La spiaggia è popolata di corpi nudi, alcune signore ancora piacenti chiacchierano incuranti della loro nudità, seni ancor sodi svettano come catene montuose sulle pianure sabbiose. Mi guardano, ma non si danno troppa cura di me, osservano, più che altro, il mio goffo armeggiare intorno al kayak. Infine, si apre un varco fra le nudità e mi lasciano passare fra le scure ombre della pineta.  

Sono, come al solito, un intruso, non sono mai nel posto giusto, mai al mio posto. Se almeno sapessi qual è!

 

***********

 
Ecco, ho riempito due fogli fitti fitti quasi senza accorgermene. La prima uscita col kayak nuovo, il Mambo, è andata molto bene. Per la cronaca, sono partito dalla foce dell’Adige, ho risalito la costa e sono arrivato fino alla laguna di Porto Caleri. L’acqua era molto fredda, il vento quasi assente e le onde rade. E’ meno stabile dell’altro, ma non mi sono mai rovesciato, come temevo, s’inclina deciso in virata, ma la ripresa è veloce e la sua chiglia pronunciata tiene bene il mare. E’ un po’ pesantuccio – fa quasi trenta chili -, a tirarselo dietro per la spiaggia è dura, ma ne vale la pena.

sabato 27 giugno 2015

Mio padre


 

Mio padre mi lasciava solo in macchina e spariva per molto tempo. Cosa facesse in quelle ore d’assenza, non mi era dato saperlo. I minuti scorrevano lentamente nel grigio abitacolo, che odorava di plastica e benzina, un ragno finto molleggiava sulle sue zampe di metallo, il silenzio si faceva assordante. A volte una mosca penetrava nel muro di silenzio ronzando con il clamore di un elicottero, ma non cadeva mai preda del ragno.

Avvertivo la presenza di mio padre, molto prima che si materializzasse, non so spiegarlo, un istinto atavico m’induceva a voltare la testa verso l’angolo di strada dal quale sarebbe sbucato. La sua apparizione era un raggio di luce fra nembi temporaleschi, la caduta del mio regno del silenzio; subito si faceva strada in me una profonda gratitudine e sentivo di volergli bene.

Entrava, richiudeva lo sportello e rimetteva in moto. A stento mi guardava, tanto che mi chiedevo se si ricordasse che c’ero anch’io e non mi avesse confuso con le ombre della sera che incombeva su di noi. I fari tagliavano il buio a fette e ci allontanavamo da quel mondo di ombre e di noia che era stato il mio recente esilio.

Non mi diceva nulla, a volte, le parole che pronunciava non erano neppure rivolte a me, ma a sé stesso, come se proseguisse su un filo logico mai interrotto. Le sue brevi frasi affioravano di quando in quando dal flusso dei suoi pensieri e io potevo intuire la direzione del suo scorrere.

Quelle bizzarre gite fuori porta erano molto noiose, ma io ardevo dal desiderio di stare con lui, anelavo il piacere della sua presenza.

Lo avrei seguito in fondo al pozzo più scuro pur di stare con lui.

 

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giovedì 11 giugno 2015

Dialogo fra sordi


 

“Sei ebreo?” L’uomo di fronte tace.

“Puoi dirlo, non devi vergognartene” Tornò a fissarlo con insistenza “Sei ebreo?”

L’altro continuava a tacere, un ostinato silenzio calò fra i due.

“Come si fa a essere ebrei?”

“Semplice. La mattina ti alzi dal letto, ti fai la barba, ti vesti ed esci di casa. E poi fai l’ebreo. Oppure il cristiano. O il musulmano”

L’altro continuava a guardarlo, poco convinto.

“Comunque, non sono ebreo”

“Allora perché l’hai detto?”

“Cosa ho detto?”

“Di esserlo”

“Non l’ho mai detto”

“Strano, mi pareva di averlo sentito” Sospirò deluso, ma subito un lampo di luce gli balenò negli occhi “Cosa mangiano gli ebrei?”

“Blintze, borscht, cholent…”

“Eh?”

“Halvah, gefilte, kreplech…”

“Cosa?”

“Buon cibo kasher, grasso e sano”

L’altro se ne stesse un po’ in silenzio, poi tornò a fissarlo. “Sei ebreo?”

“No, non lo sono”.

domenica 7 giugno 2015

Dialogo sul nulla


 

“Non c’è nessun aldilà” egli disse.

“E Dio?” chiesi.

“Dio non esiste”

“E cosa esiste allora?”

“Soltanto un grande pantano”.

domenica 31 maggio 2015

Preludio al sabato



Cielo e terra cospirano affinchè ogni buon inizio vada a finir male. Chissà perché, mentre guidavo, mi venne in mente quella frase di Isaac Singer (1). Non ero sicuro della strada, infatti ci perdemmo più volte; non ero sicuro neppure sul buon esito della serata. E l’ultima mia insicurezza era sul fatto che non smarrivo la strada senza un buon motivo.

Ma ogni volta che perdevamo la strada, la ritrovavamo inevitabilmente e così, presto giungemmo al luogo del convegno.

Era venerdì sera, dovevo accompagnare i miei figli a una festa di classe e restarci fino al termine. Avrei preferito essere altrove.

Entrammo. Subito ci accolse la rappresentante di classe. Mi strinse la mano e mi stampò due baci sulle guance. Era sudata e sentii la pressione dei suoi grossi seni sul mio braccio. Sparò parole a raffica che non capivo nel frastuono della musica. Mi avvicinai. La sua bocca sapeva di cognac e denti marci. Come inizio non c’è che dire, pensai. In breve mi spiegò le regole del luogo, l’organizzazione della serata, il riparto delle spese. Se non l’avessi interrotta mi avrebbe reso edotto anche sulle norme di sicurezza e su quali comportamenti adottare se si fosse verificato un cataclisma.

I miei figli mi abbandonarono presto. Si fiondarono con i loro compagni verso i giochi e le attrazioni. Avevo già perso la loro compagnia e mi ritrovai solo nell’immenso salone, fra gente che non avevo mai visto. L’angoscia risalì, come per osmosi, le fibre muscolari e s’insediò, imperatrice del mondo, nel centro della mia testa.

Vidi un discreto affollamento al tavolo degli aperitivi e mi ci diressi, facendomi strada nella muraglia di spalle e schiene. Dopo molto penare, riuscii ad allungare un braccio per ghermire una bibita. Feci appena in tempo a prendere il mio bicchiere che levarono in alto i calici. Brindai alla salute di non so chi, bevendo non so cosa, insieme a perfetti estranei. Subito, iniziò a girarmi la testa. Accidenti a loro e ai loro spritz, non mi ci abituerò mai. Per me, il vino è troppo sacro e puro per mescolarlo con qualcos’altro.

Uscii a prendere una boccata d’aria, ma era più che altro una scusa per stare un po’ da solo e far passare il tempo. Presto, il ronzio di fondo delle umane chiacchiere si allentò e si spense e il silenzio prese a torreggiare su di me. La sera avanzava, la luce del giorno si ritirava fra i palazzi e i rumori del traffico si affievolivano. Quando mi accinsi a tornare dentro, mi accorsi che erano passati solo dieci minuti. Dieci minuti! Non ero riuscito a ingannare il tempo, come avrei fatto a far trascorrere tre ore?

Quando rientrai mi accorsi che qualcosa era cambiato. Ognuno faceva gruppo con qualcun altro, scambiava pacche sulla spalla col vicino e rideva. Facevano conoscenza fra di loro con insolita rapidità. Stavano diventando una sola famiglia, ma io rimanevo un estraneo. Nessuno parlava con me, né io con gli altri. Li univa una forza segreta che mi teneva in disparte.

Ciononostante, li sentii simili a me. Eravamo gocce dello stesso oceano.

            “E’ libero?” chiesi avvicinandomi a un tavolo e sperai che lo fosse, perché era l’unico posto non occupato.

“Ma sì che è libero, è il tuo posto. Presto, la pizza si fredda”

Mi accomodai, nel più profondo imbarazzo, a un tavolo di sconosciuti. Una coppia, marito e moglie, parlottavano fra di loro, un’altra taceva e un’altra ancora non parlava neppure italiano. Io ero l’unico ospite solitario, senza moglie, compagna, dolce metà, o il termine che più vi aggrada. La mia altra metà, nient’affatto dolce in quella circostanza, aveva elegantemente dato forfait all’ultimo minuto, troppo tardi per disdire la prenotazione e, in ogni caso, fuori tempo massimo per non deludere i miei figli. Solo per loro avevo acconsentito a sottopormi a quella tortura.

Ora, io vi chiedo, e siate sinceri nella risposta, anche i più estroversi fra di voi: non vi mette in ansia sedere con perfetti sconosciuti e non sapere cosa dire? Se la risposta è sì, allora comprenderete le mie pene.

Una donna teneva banco, parlava in continuazione, forse più a sé che agli altri, ma quasi tutti l’ascoltavano, o forse, fingevano di ascoltarla. Era seduta accanto a suo marito, ma non gli rivolgeva mai la parola. Egli la guardava, ne era innamorato, si vedeva, sembrava pendere dalle sue labbra e anche lei ricambiava il suo sguardo. Moglie e marito si studiavano timidamente, forse sentendosi estranei, come capita, a volte, fra chi si conosce a fondo. Era più che altro lei a parlare, lui si limitava ad annuire. Di tanto in tanto, coinvolgeva anche me nel discorso, di cui mi giungevano solo alcuni frammenti fra il chiacchiericcio generale, con rapide occhiate o veloci sorrisi. Aveva gli occhi di un blu profondo, come quello degli abissi marini. Ma non era una sfumatura inquietante, una sensazione di sgomento, come quella che provo al cospetto di donne dagli occhi troppo chiari.

“Posso farti una domanda imbarazzante?” chiese all’improvviso.

Ne fui sorpreso, ma riguadagnai subito la calma. Non sapevo proprio dove potesse andare a parare, in fondo per lei ero un perfetto estraneo, più degli altri che la circondavano. Mi venne fuori, non so come: “Le domande non sono mai imbarazzanti. A volte, lo sono le risposte”.

Sorrise, finalmente solo per me.

Quel poco che ho da dire, cerco di dirlo con i migliori mezzi a mia disposizione.

“La tua risposta ha anticipato la domanda che stavo per farti.”

“Quale?” chiesi, ormai, incuriosito.

“Tu scrivi?”

“Ehm… sì. Ho pubblicato un paio di libri: una trilogia di racconti e un romanzo. Ma come fai a saperlo?”

“Una mia amica ha visto la tua opera in libreria”

“Ah sì?” Pensai alla fatica che avevo fatto per convincere la libraia a esporre il mio volumetto nella sua botteguccia. Alla fine, il mio libro nella sua copertina rosso scuro si pavoneggiava fra un romanzo di Verne e un saggio di Holderlin. “Ma non aspettatevi niente di eclatante, non sono un Dostoevskji”.

“Ma lei l’ha letto e le è piaciuto. Così, l’ho comprato anch’io”

“Grazie” arrossii.

“Per quale motivo hai scritto un libro?” mi chiese suo marito. Pensai che fra le domande più banali e inutili non ne avrebbe potuto tirar fuori una peggiore. Ma mi attrezzai a rispondere per le rime.

 “Scrivere è come essere innamorati.” Lo guardai negli occhi, poi proseguii rivolto a sua moglie. “Quando sono preso da una storia non mangio, non dormo, ho la testa fra le nuvole. Non vivo che per lei.”

Mi guardarono come se avessi parlato loro dei misteri di un altro mondo. La donna riprese il filo della conversazione e il controllo del tavolo.

Finii di mangiare e chiesi il permesso per andare a cercare i miei figli. Mi fu accordato. Mi alzai portando con me la birra, per darmi un contegno tracannando direttamente dal collo della bottiglia.

Girovagai fra corpi estranei, timido e smarrito quanto può esserlo un uomo. Mi accorsi solo allora, chissà perché, che dal soffitto pendevano sulle nostre teste vele di barche. Li cercai con lo sguardo e ci misi un po’ a trovarli. Erano lontani, in fondo alla sala, i volti accesi in emozioni di bambini avvinti dal gioco. Ne indovinavo a stento i tratti familiari fra volti estranei. Mi fece bene vederli. Sentii che ci appartenevamo, una sensazione che non aveva bisogno di parole. Mi rinfrancai e finii di bere la mia birra.

Se non sei felice, comportati come se lo fossi. La felicità arriverà in seguito. Mi ricordai del vecchio precetto ebraico (2) e mi costrinsi a uniformarmi a esso. La pesante cappa di solitudine che gravava sul mio essere si frantumò al suolo e mi sentii leggero. Mi appoggiai al tavolo da gioco e più volte fui coinvolto nei giochi.

Più tardi lei mi raggiunse e con fare amichevole scambiò con me alcune parole. E’ incredibile quante cose, a volte inutili, riescano a dire le donne in così poco tempo. Faceva l’architetto, ma di recente, a causa della penuria d’incarichi di progettazione, aveva rispolverato un suo vecchio sogno: insegnare. Trovò anche il tempo di farmi sapere che la città verticale (3) è stato un pensiero urbanistico molto in voga nel Novecento. Mi resi conto che, pur essendo inutili, le sue parole erano vere e inconfutabili. Mi sentii sfiorare le spalle e a tratti il suo corpo aderiva al mio. Forse aveva bevuto un po’ più del suo solito, ma non puzzava di alcol. Giudicai che il confine fra l’amichevole e il qualcos’altro fosse stato abbondantemente superato. Scrutai il tavolo alle nostre spalle. Suo marito sghignazzava con gli altri commensali, pareva anche lui abbastanza brillo.

“Ho bisogno di prendere una boccata d’aria. Ti dispiace?”

“Niente affatto” e mi seguì in giardino. La notte incombeva sulle cime degli ontani, la brezza frusciava fra il bosso e le rose canine, il pallon di maggio si fletteva nell’aria tiepida e dove eravamo seduti sentivo il suo profumo. Fra l’erba dormiva lo scafo di una vecchia barca a vela. Il mare era lontano mille chilometri.

“Sai, devo confessarti una cosa”

“Cosa?”

“Io non so leggere”

“Come non sai leggere?” Era terribilmente seria.

“Proprio così, non so leggere.” Sospirò. “Non nel senso che sono analfabeta, ma ciò che intendo dire è che non trovo nulla di interessante nei libri, non so leggerli.”

“Vedi che il mondo è strano. Io scrivo libri e tu non sai leggere. Che scrivo a fare?”

Rise.

Risi anch’io, ma divenni subito serio. “Scrivere è devastante. Io provo tutto quello che provano i protagonisti delle mie storie, gioia, dolore, desiderio, tristezza. Sento tutto quello che sentono loro. Tutto. Bisogna essere pronti a qualsiasi evenienza.”

Si tolse i sandali e andammo a sederci sull’erba.

La coppia che non parlava italiano uscì in giardino e si riparò nell’ombra di una farnia. Le loro ombre presero a fare strane cose, come se anche l’amore e il sesso nel loro paese parlassero altri linguaggi. Strano e straniero si dice quasi allo stesso modo.

“In uno dei miei racconti, la scrittura ha svelato un mio profondo, inaspettato complesso edipico.” Proseguii, ma era inutile.

Non mi ascoltava più. Mi accarezzò la nuca e mi attirò a sé.

Sentii sulle labbra il suo sapore. Nicotina, coca cola, cioccolata. Una combinazione bizzarra e sensuale. Era fresca e calda, al tempo stesso. I suoi capelli erano morbidi e profumati. Intorno a noi l’inizio e la fine, l’alfa e l’omega, la luce e le tenebre, in un flusso circolare, ininterrotto, un cerchio in cui non si può distinguere l’inizio e la fine.

“Ora devo tornare da mio marito” disse.

Guardai l’orologio. Sobbalzai. Era tardissimo, mi ero dimenticato dei miei figli, la festa stava per finire. Le tre ore erano volate. Se non fossimo rientrati immediatamente, ci avrebbero sorpresi dietro il sanguinello in un imbarazzante abbraccio.

Trovai i miei figli ad aspettarmi, un po’ imbronciati per la fine della festa. Forse, il tempo per loro scorre più veloce che per noi. Non si erano neppure accorti della mia assenza. I loro mondi, puri e perfetti, non hanno bisogno di padri e madri imperfette. Li baciai e li abbracciai sentendomi colpevole e, al tempo stesso, innocente.

Fuori, odore di ozono e di erba bagnata. Stava cominciando a piovere. Sapevo che lei era dietro di me, ma non mi voltai. Forse anche lei tentava di non guardarmi. I suoi occhi blu profondo cercavano una risposta sui volti dei suoi bambini. Negli occhi dei suoi figli, negli occhi dei miei figli si aprivano baratri, precipizi, voragini.

Abissi che né io né lei avremo mai colmato.


(1) Lo specchio.

(2)  In realtà, non è un precetto ebraico, ma è una frase tratta da Un consiglio di Isaac Singer.

(3) Titolo del mio primo romanzo.


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domenica 24 maggio 2015

Una possibile lettura del monoteismo


Mi ha sempre incuriosito come, nella notte dei tempi, in una di quelle notti in cui l’oscurità, fitta e impenetrabile, era rischiarata soltanto dall’inquietante saettare dei lampi, sia nato il monoteismo. La curiosità elevata all’ennesima potenza ha innescato in me una serie di riflessioni e una conclusione. La seguente.

Innanzitutto, circoscriviamo la questione entro i suoi giusti limiti. Il passaggio da un cielo pullulante di dei a uno in cui l’unico dio si aggira solitario e annoiato ha implicato due prospettive. Il politeismo non implicava soltanto un pantheon di divinità, ma anche il fatto che le entità sacre fossero parte del mondo, vivessero insieme a noi come forze della natura. Il dio del sole, il dio del fuoco, la dea della fertilità e moltissimi altri, che, mutato il nome, si ritrovano in tutte le religioni politeiste, di qua e di là degli oceani.

Il monoteismo, oltre a sfoltire la schiera degli dei, ha innescato un pensiero rivoluzionario: il dio era il Creatore, Colui che innescando il logos divise il caos in due esatte metà, luce e tenebre e diede il via alla creazione. Quindi, un Ingegnere esterno e preesistente al mondo. Ma chiamo a soccorso le parole di Pietro Citati (Dio secondo l’Islam): “Un tempo Dio era un tesoro nascosto, celato nella profondità del proprio mistero, sconosciuto persino a sé stesso, avvolto nella tenebra. Quando Dio volle conoscersi, creò il mondo. Ora, tutto ciò che vediamo, è un’immagine di Lui, che si riflette come dentro uno specchio.”

Tutto ebbe inizio nel Medio oriente, in una zona che va dalle coste dell’attuale Libano, alla Mezzaluna fertile (Iraq, Giordania e Siria), in quelle care terre oggi insanguinate dalle tante guerre, smagrite di povertà e tremanti di terrore. Furono le genti di Canaan a fare la doppia rivoluzione dio unico/creatore esterno. Pensarono a un solo Dio, El, il Signore di tutte le cose. Tuttavia, essi risentivano ancora degli influssi del politeismo, un dio unico parve loro troppo solitario e gli misero accanto una moglie, Asherah. Una moglie per Dio? Pare assurdo, ma fu così. A ben vedere, l’accoppiamento non è poi così azzardato. Il dualismo ha molteplici epifanie: il maschio e la femmina, il sole e la luna, la luce e il buio, il bianco e il nero, El e Asherah.

Con il tempo, il monoteismo si rafforzò e Dio perse la moglie, ma non la pluralità. Da vedovo, divenne Elohim, plurale di Dio, che potremmo tradurre con Iddii, che si riscontra ancora in alcuni appellativi ebraici della Divinità, come Adonài o Shaddài, tutti nomi del Dio molteplice.

Ma forse il monoteismo ebbe un’origine parallela, meno antica, ma più misteriosa, nell’antico Egitto. Amenothep IV, meglio noto come Akenaton, l’eretico, il faraone che si ribellò agli dei, tentò di sostituire il culto del dio Amon con un monoteismo ancora embrionale. E in questo contesto, si deve ricercare anche l’origine di Israele. Come? Ve lo dico subito.

Il tentativo di Amenothep non attecchì, il monoteismo non convinse la potente casta sacerdotale, che si vide messa in discussione, vi furono rivolte, saccheggi, stragi. Il faraone fu rovesciato, il monoteismo fu messo da parte, i sacerdoti erano salvi e non se ne parlò più. Ma un personaggio si era persuaso che fosse stata scoperta la strada che conduceva a Dio e non intendeva in alcun modo rinunciare a percorrerla. Si chiamava Moshèh ed era un generale dell’esercito egizio. Decise di attraversare il deserto per cercare una terra libera dalle persecuzioni religiose, la Terra promessa, e condusse con sé tre battaglioni di soldati insieme alle loro famiglie. Forse attraversarono il Mar Rosso approfittando di un’eccezionale bassa marea e l’esercito egiziano non fu altrettanto lesto a farlo e raggiunsero una vallata fertile oltre il Sinai, fra il mare e il Giordano (Sigmund Freud, L’uomo Mosè e la religione monoteista). A quel tempo, alle unità dell’esercito egizio erano imposti nomi di divinità. Forse il primo dei battaglioni era dedicato a Iside, il secondo a Rah e l’ultimo a El. Fatto sta che l’unione dei loro nomi diede vita a Israele (Is – Ra – El).

La preghiera ebraica più antica che si conosca è Shemà Israel, Ascolta Israele, forse la prima in cui s’invoca il Dio unico.

Ascolta Israele

Il Signore è il nostro Dio

Il Signore è Uno

(Deuteronomio, 6, 4 – 9)

Ma non si può non parlare dell’altra religione monoteista, attraverso le sue stesse parole, nette, pulite, logiche come assiomi matematici. Le parole dell’Islam.

Allah u akhbar

Ill Allah u akhbar

Ill Allah u Allah

(Trad., Dio è grande, solo Dio è grande, solo Dio è Dio).

E anche:

Allah u ahad

Allah u bi Allah

(Trad., Dio è unico. Non c’è altro Dio all’infuori di Dio. Chiedo scusa, la trascrizione non è molto accurata)

Nel cristianesimo non riscontro la stessa intransigenza, la stessa purezza.

Noi cristiani (rectius, voi, io non credo di esserlo più, almeno dopo aver scritto quello che ho scritto) soffriamo forse di un politeismo latente? A me sembra di sì.

Dio è unico? Si, anzi, no. C’è il Padre, è vero, ma c’è anche il Figlio e lo Spirito Santo. E già siamo a tre. E non contenti, abbiamo introdotto, accanto alla molteplice figura dell’Altissimo, dei, santi e numi in numero tale da far impallidire il più nutrito e fantasioso cielo pagano, un pantheon di divinità che ha contaminato la purezza del monoteismo.
Ecco, questo è il mio pensiero. In altri tempi, mi avrebbero bruciato come eretico. Per una volta, sono debitore della modernità. Le devo la vita.

mercoledì 20 maggio 2015

Sarin


 

Lama sottile dentro la testa, un pensiero mi perseguita. Sei mal di testa lancinante, allucinazione persistente.

Le parole che sputo nel vento hanno nome di delirio e ossessione. Mentre il mondo oscilla e svanisce, tremo e perdo l’equilibrio.

Linea nera che scende, la tua presenza inquietante. Io, respiro in affanno, sudori freddi, scatti convulsi.

Mi stani, m’insegui, non mi lasci scampo. Danzi e ti contorci dentro la mia testa, svanisci e ricompari. Svanisci e ricompari.

Mi scavi dentro e sprofondi in me. Non posso più fuggire, non voglio più sfuggirti.

Inebriami dolcemente, lasciati respirare e poi finiscimi.

Ti prego, finiscimi.

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