Sono
un cane randagio, che nel sonno insegue odori immaginari e agita la coda
credendo di sentirli davvero. Sono quasi immobile nell’immobilità totale, quasi
cieco nel buio, imprigionato in un corpo estraneo. Sono stanco morto, mi fanno
male tutte le ossa come se avessi vissuto tutte le vite del mondo in una vita
sola. Ma lasciatemi vomitare di gioia.
Obbedisco
a riflessi condizionati come una scimmia ammaestrata. Parlo a comando, e corro
e saltello se vuoi. Sono il cane che schiuma di rabbia, legato alla catena di
simboli e metafore. Dammi un altro osso, la tua voce mi calmerà e ti leccherò
le mani, oppure morderò chi mi dirai di mordere.
Ma risparmiami
la tua retorica e la tua visione del mondo, ti prego. Le tue parole non
convincono più nessuno. L’altra notte mi hai parlato per ore degli oceani
incolmabili delle tue depressioni e hai snocciolato un rosario di filo spinato.
Erano le tue accuse. E rivolgi altrove quello sguardo indagatore, che prima
d’indagare, sa già cosa scoprirà. E allontanati da me che potresti contagiarmi.
Le parole importanti hanno la curiosa abitudine di infilarsi in bocca a persone
che non valgono niente. Ti prego, risparmiami almeno questo strazio.
Vorrei
non averti mai incontrata.
COPYRIGHT 2012 ANGELO
MEDICI
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