sabato 1 giugno 2013

L'impero del vento

Nella biografia allegata a questo blog, sostenevo di essere uno scrittore indipendente nel senso che volevo scrivere e pubblicare quello che mi pare e piace e dove e quando mi pare e piace, senza passare per case editrici, logiche di mercato e revisioni di contenuti. L’argomentazione è ancora valida, anche se per pubblicare L’impero del vento mi sono avvalso di un editore. Devo dire che la casa editrice che mi ha scelto mi ha lasciato ampio margine creativo, senza impormi revisioni critiche o stilistiche. L’unica cosa sulla quale non sono d’accordo è il prezzo del volume, che mi sembra un pò elevato. Se l’avessi fatto uscire in self - publishing costerebbe la metà, ma non avrei avuto tutto il supporto e i servizi alla pubblicazione.
Perché ho scritto L’impero del vento?
La risposta più sensata è che non lo so. So che dovevo farlo e l’ho fatto. Quelle storie del deserto sapevano di vento e di sabbia e forse sulle ali dello scirocco sono venute a depositarsi proprio qui, sui miei fogli. Erano storie che venivano da luoghi lontani, assurdi o semplicemente inesistenti, che forse si visitano solo nei sogni. O nei peggiori incubi. Scrivere questi racconti mi ha coinvolto molto, impregnare la carta di una scrittura densa di rimandi e di emozioni, è stato coinvolgente sul piano fisico ed anche su quello emotivo, anche se la stesura si è rivelata inaspettatamente molto fluida e anche lineare, oserei dire.
Le storie che scrivo sono metafora della mia vita. Nell’esistenza dei protagonisti si riflette la mia. E sono sempre io a parlare con le loro bocche, a vedere il mondo attraverso i loro occhi. Proietto su di loro, me stesso. Per questo motivo m’inoltro spesso nell’introspezione dei personaggi e scandaglio senza riguardo le loro anime.
Le conosco bene, sono figlie della mia.
E’ strano scrivere un libro e vederlo pubblicato. E’ un pò come assistere alla nascita di un figlio, un figlio tuo che ti cresce tra le mani, parola per parola, rigo su rigo, pagina dopo pagina e soffri e gioisci insieme a lui per i suoi progressi o per le sue debacles e finalmente, quando è pronto, lo lasci andare e lo pubblichi, lo accompagni per l’ultima volta fino all’ingresso del mondo, ma tu resti sulla soglia e ti accorgi che non ti appartiene più, che non è più tuo. E le parole che hai vergato, quelle frasi, quei versi, quelle righe scritte con l’inchiostro attinto dalla tua stessa anima non fanno più parte di te.
Appartengono al mondo.

  

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