martedì 20 settembre 2016

Hotel Vasteland - Capitolo VIII Prima parte




VIII

(Prima parte)


La notte volgeva al termine e il cielo si faceva sempre più chiaro a est. Josefine rabbrividì sotto il cappotto di Heinrich, lui le aveva tenuto la mano per tutto il tempo. Le strade fluivano deserte e silenziose sotto le ruote.

Il sole si levò fra le brume e prese ad arrancare verso la volta plumbea del cielo. Josefine, stremata, si era assopita reclinando il capo sulla sua spalla. Heinrich le liberò la fronte dai capelli. Dormiva come una bambina. Sulle sue palpebre si riflettevano immagini di sogni vividi e provvisori. Il pallido sole continuava la scalata verso lo zenit, il cielo e la terra si fondevano nella luce color del fango. Sorgeva un giorno rancido, putrefatto.

Heinrich ripensò a un sogno che aveva fatto. Sembrava un sogno ma non lo era. Era un giorno reale, un giorno fuori dal comune, ma così sbiadito e distante che sembrava appartenere ormai a un’era remota. Eppure, era trascorso soltanto un mese. Era una bella giornata di primavera e Colonia mostrava i suoi gioielli alla sua tenera luce. I profili degli edifici erano inondati di giallo cadmio e sui vetri delle finestre, il riflesso del sole era quasi insopportabile. Passeggiava per le strade della sua città, con il cuore leggero e palpitante di un giovane viaggiatore. Era tornato dopo molti mesi. Il suo corpo era fasciato da una divisa blu cobalto e il berretto inalberava l’aquila con l’antico simbolo del sole. Una ferita lunga e sottile, che partiva dalla base del femore e si apriva sulla sommità del ginocchio, gli aveva regalato molti giorni di ospedale e quel ritorno.

La città era rimasta come l’aveva lasciata quando era partito, essa si risvegliava lentamente, svogliata e intorpidita, ai suoi occhi. Aveva cercato subito la sua casa, ma aveva trovato la porta chiusa. Nessuno dei familiari era stato informato del suo arrivo.

Egli si pavoneggiava gonfiando il petto sotto la divisa e ammirando il suo riflesso nelle vetrine del centro. Erano linde e addobbate con cura, con fiori e lustrini e velluti, ma qualcosa stonava. Non c’erano le merci che avrebbero dovuto esporre e quel vuoto faceva male agli occhi, si faceva strada dentro le pupille roteando e vibrando con furia. Sentì che gli stava arrivando un gran mal di testa.

In quell’istante la vide.

Risaliva la strada venendogli incontro. Non seppe dire in seguito cosa lo colpì di lei, forse gli occhi, il suo sguardo particolare, oppure il volto, giovane ma al tempo stesso antico, come quello di una regina medievale. Incontrandosi spalla a spalla sul marciapiede, incrociarono lo sguardo per un breve istante, i suoi capelli lo sfiorarono, poi proseguirono il cammino, ognuno per la sua strada. Heinrich si fermò qualche centinaio di metri più avanti. Riecco il suo profumo, anche a quella distanza, era un aroma dolce e delicato, un sentore vagamente esotico. Doveva tornare sui suoi passi, doveva raggiungerla. E si voltò.

Era stata la vacuità del suo sguardo a colpirlo. Una sorta di vuoto nell’azzurro delle iridi. Ne ebbe quasi timore, ma sentì che doveva seguirla. C’era qualcosa in quello sguardo, in quegli occhi, c’era qualcosa che non riusciva a comprendere. Doveva tornare da lei.

Ma lei era lontana, a stento indovinava il suo profilo tra la folla e scoprì con stupore di non riuscire a ricordare il suo volto. I suoi lineamenti erano un mistero ammantato di ombre, il suo viso gli appariva multiforme e cangiante, come il volto triplice della luna e, come Selene, splendeva nella notte soltanto per lui. Ma Selene era lontana, tanto che temé di non poterla raggiungere.

«Mi scusi.»

Lei trasalì e si voltò.

Heinrich rimase a guardarla, senza poter profferire parola. La sua bellezza lo aveva preso alla sprovvista. Era quasi insopportabile.

Erano fermi all’ingresso di un palazzo, egli ne approfittò per lanciare un’occhiata all’interno. L’androne era inondato dalla luce e dove avrebbe dovuto esserci il pieno, c’era il vuoto. L’edificio era sventrato e non ne rimaneva che l’elegante facciata, intatta, che nascondeva un orrido e desolante groviglio di armature contorte e travi annerite dalle fiamme.

«Ci conosciamo per caso?» chiese con labbra rosee e piene come un frutto maturo.

«No, non credo, anche se mi sembra di conoscerla.» Heinrich si accorse che tremava.

«Che razza di risposta sarebbe?» Inarcò un sopracciglio a rimarcare la sua irritazione. Era irresistibile.

Egli capì che scrutava con ansia la sua divisa. «Mi perdoni, non volevo importunarla.»

«Ma insomma, cosa vuole da me?»

«Glielo dirò accompagnandola nella sua passeggiata. Se me lo consente…»

Per tutta risposta lei riprese a camminare. Heinrich la seguì, fiero di continuare il cammino accanto a quella donna, come se fosse un animale raro, ma al tempo stesso, ne aveva timore. Quella donna gli destava preoccupazione, gli provocava un curioso effetto di fascinazione e inquietudine, una ridda di emozioni contrastanti. S’incantò a guardarla e rimase un po’ indietro. Perché si sentiva come un calzino rovesciato, perché sentiva pulsare così forte il suo cuore? Perché si sentiva uno stupido in uniforme? Più la guardava, meno ci si raccapezzava. E intanto nessuna risposta trapelava dal suo viso. È un’arte difficile dedurre dai volti altrui le nostre emozioni.

A spasso con lei, Heinrich si rese conto che la città non era più la stessa. All’improvviso si aprivano spazi immensi, slarghi fra le strade e i palazzi, che non ricordava di avere mai visto. Ben presto comprese che non erano state inaugurate nuove piazze in sua assenza. I bombardamenti avevano diradato gli edifici, alterando i profili familiari della sua città, tanto che non riconobbe il quartiere in cui si trovavano. Colonia era andata a fuoco e ora gli mostrava un po’ alla volta le sue ferite. Tutta la baldanza e l’allegria del mattino erano gradualmente svanite e avevano lasciato il posto a una viva apprensione. Il cuore gli si strinse in una morsa d’angoscia. Sperò che i suoi genitori fossero salvi e in buona salute.

«Le chiedo scusa, non mi sono ancora presentato. Sono proprio un villano.» Le porse la mano. «Mi chiamo Heinrich.»

«Josefine» disse lei con un tono di voce così basso che a stento fu udito.

Camminarono un tratto in silenzio, durante il quale si accorse che lei gli lanciava rapidi sguardi in tralice, lampi azzurri fra le ciocche di capelli, ma quando lui provava a cercare i suoi occhi, ella distoglieva lo sguardo.

«Questi sono gradi da ufficiale?» Josefine indicò le maniche della divisa.

«Le mie sudate strisce d’oro da tenente di vascello.»

«È in città per una licenza?»

«Sono stato ferito e mi hanno concesso di tornare a casa per qualche giorno, a completare la guarigione» fece Heinrich toccandosi la coscia. La ferita prese a fargli male proprio in quell’istante.

«Questo è il nastro dei feriti di guerra.» Mostrò la bianca decorazione che spiccava sul blu oltremare della giacca.

«Mi dispiace» fece lei. «Ma vedo che ora sta bene. Com’è successo?»

La squadra navale scivolava maestosa, superba, invincibile sulle acque verdi e placide del Mare del Nord. Dieci cacciatorpediniere fendevano il mare, grigi d’acciaio scintillante. Presto i loro ventri di metallo avrebbero vomitato migliaia di corpi estranei sulle spiagge di Scandinavia. Soldati in feldgrau, armati fino ai denti. L’invasione stava per cominciare.

Dal ponte di comando della Heidkamp si dominava tutto il mare. Heinrich si sentiva al sicuro lassù. Le navi filavano leste lasciandosi dietro lunghe scie e plasmando nell’acqua cupi vortici che stentavano a richiudersi. Già si scorgeva la terra al confine del fatuo orizzonte, il mare si apriva in miriadi di fiordi, sui quali si levavano alte e ripide vette, le cime ricoperte di neve.

L’aria era gelida e tutto era pronto. Ogni cosa al suo posto, le navi, i cannoni, gli sguardi entusiasti dei soldati. Il nocchiere teneva la rotta con mani salde, stringendo forte fra le dita la ruota del timone. Niente poteva fermarli, niente. E la terra del tuono e del ghiaccio sarebbe stata loro.

Le navi si disposero in formazione aperta e si avvicinarono alla costa. In quel punto la terra rientrava in una lunga e stretta baia che il mare penetrava in profondità. La Heidkamp e la Diether von Roeder allinearono i larghi fianchi come donne baldanzose e intraprendenti, disponendosi alle operazioni di sbarco. Il resto della squadra navale si schierò al largo a formare un velo di protezione. E già sulle navi incombevano torreggianti e screziate le erte creste, come antiche divinità a guardia del fiordo, e già le loro ombre allungavano dita nere sulle coperte e le sovrastrutture dei vascelli, che si udirono colpi di cannone.

Una nave da guerra norvegese era sbucata dal nulla e aveva preso a cannoneggiare dall’ombra le navi. Altri vascelli apparvero come fantasmi all’imboccatura della stretta baia e aprirono il fuoco.

Lampi accecanti e fiammate rossastre spuntarono sulla bocca dei cannoni e l’aria prese a vibrare. Proiettili di grosso calibro sibilavano da ogni parte. Le bordate erano fitte e ben raggruppate. Una salva raggiunse l’acqua a breve distanza dalla Heidkamp e la fece traballare. Heinrich si aggrappò alle strutture della plancia per non cadere. Il comandante urlava ordini a destra e sinistra. Ormai erano stati scoperti.

I motori del cacciatorpediniere ruggirono, salendo di giri con profondi lamenti e la nave manovrò per rispondere al fuoco. Esplosioni tremende la fecero tremare fin nelle stive. I suoi cannoni avevano preso a vomitare fiamme e piombo sui vascelli nemici.

Vi fu un lampo abbagliante, come se fosse caduto il sole in quelle acque nere e un’esplosione folle, gigantesca, inconcepibile gli strappò quasi via i timpani.

La Diether von Roeder era stata colpita. Il ponte era stato spazzato via e al suo posto vi era un’enorme voragine scura, da cui salivano gigantesche lingue di fuoco. Vide marinai in fiamme buttarsi in mare dalle fiancate della nave, vide corpi a pezzi, brandelli di persone, uomini divisi a metà e le due parti scagliate a grande distanza l’una dall’altra, una fine illogica.

Heinrich non sentiva più nulla. Tutto si svolgeva nel più assurdo silenzio.

La nave ardeva nel suo inferno privato ed era squassata da esplosioni spaventose. Le strutture metalliche gemevano e sfrigolavano nel calore. Poi, lo scafo si spezzò, i due tronconi si levarono al cielo come per profferire oscure minacce e colarono a picco.

L’acqua era ricoperta di cadaveri. Soldati e marinai, con le membra devastate e i volti sfigurati, galleggiavano insieme a rottami incendiati di ogni specie.

Josefine non osava fiatare. Quella storia aveva sconfitto ogni suo piano di difesa, lo sconosciuto aveva vinto. Non le restava che arrendersi e lasciarsi trafiggere dalle emozioni. Sul suo volto, bello e altero, si frangevano le ondate impetuose delle sue parole. Presto cominciarono a scendere le lacrime. Heinrich credeva di essere un buon narratore e perciò continuò a raccontare.

Chiuso nel ponte di comando, non ebbe neppure il tempo di rabbrividire di fronte a quel disastro, che un’esplosione immane parve perforare lo scafo da parte a parte. Heinrich fu scagliato via. Si rialzò sconvolto nel fumo nero, la coscia sinistra gli doleva e sanguinava copiosamente, ma si sporse fuori per vedere cosa fosse accaduto. La Heidkamp era stata centrata. Dalla poppa si levavano alte fiamme e urla disumane. Si udirono miriadi di esplosioni in rapida successione e poi detonazioni più gravi di tono che scossero la nave fino alla chiglia. Senza dubbio era stato colpito il deposito delle munizioni, che stavano deflagrando l’una dopo l’altra. Heinrich si rese conto solo allora che il ponte di comando era pieno di cadaveri. Perfino il timoniere in piedi al suo posto era morto, anche se stringeva ancora il timone fra le dita bruciacchiate. Si slanciò alla porta di dritta, ma questa si era fusa con la struttura della plancia e non voleva saperne di aprirsi. Cercò allora di andare dall’altra parte, ma inciampò e cadde fra i morti. Volti dilaniati, che non riconosceva più, lo fissavano con cattiveria, bocche orrendamente spalancate sghignazzavano il loro odio perché era ancora in vita. Si rialzò in piedi, ma cadde ancora. Una mano si era chiusa intorno alla sua caviglia e lo tratteneva. La stretta era forte e lottò per liberarsene, senza capire se chi lo teneva fosse ancora in vita o soltanto un povero corpo irrigidito dal rigore della morte che voleva trascinarlo in fondo al mare insieme a lui.

Solo con enormi sforzi riuscì a liberarsi e fuggire verso un rettangolo di luce, che si rivelò la porta di babordo. La luce della salvezza. La nave si era inclinata da quel lato e quel chiarore veniva dal mare. Oltrepassato il portello, scivolò nelle acque gelide e scure e perse i sensi.

Quando si risvegliò, la Heidkamp era affondata e seppe che era uno dei pochissimi sopravvissuti. Non si era salvato neppure il comandante. Egli, invece, era stato ripescato da una nave che era scampata al disastro. Aveva perso molto sangue, la sua gamba era in condizioni pietose e sulle prime l’avevano addirittura dato per morto, ma il medico di bordo si era accorto che un debole respiro albergava ancora in lui e l’aveva restituito alla vita.

L’occupazione della Norvegia era fallita e i canti allegri e baldanzosi della truppa si erano tramutati in carmi di morte.



COPYRIGHT 2013 – 2015 ANGELO MEDICI

Tutti i diritti riservati

Riproduzione vietata


Hotel Vasteland - Capitolo VIII 2 parte




VIII

(Seconda parte)


Il sole aveva da molto oltrepassato il culmine della cupola dorata del cielo e si apprestava a percorrerne la parabola discendente. Rapiti dalla narrazione, non si curavano più dello scorrere del tempo. I loro volti, accesi e infiammati, riflettevano l’incendio del tramonto. Un lontano orologio chiamò l’ora.

«Ora devo proprio tornare a casa. Grazie per avermi fatto compagnia.»

«Spero che non sia un addio, ma un arrivederci.»

«Non so. Gli addii e gli arrivederci sono a volte molto simili nelle intenzioni.»

«Credo di non aver compreso.» Heinrich si accorse di un luccichio ondeggiante sul petto della giovane, proprio nell’incavo fra i seni.

«Non importa» tagliò corto lei. «Buona giornata.»

Il luccichio sembrava prender forma di rette e punte. Egli guardò meglio. Le linee e i vertici formavano un triangolo. Anzi, a ben vedere, i triangoli erano due, l’uno incastrato nell’altro.

«Arrivederci» disse ormai alla sua schiena e alla sua ombra che si allontanavano.

Qualche oscuro mistero si celava nel profondo dei suoi occhi, ne era certo, e quell’arcano inspiegabile si era impadronito della sua stessa essenza, della sua volontà, della sua vita e gli impediva di mettere a fuoco il mondo.

Ma come per l’inusitato effetto di una formula alchemica, il bizzarro rompicapo di vertici, rette e triangoli si ricompose nella sua mente e fra i suoi seni apparve una stella d’oro. La stella di David.

Se fosse stato un altro, avrebbe lasciato perdere quella donna, sarebbe fuggito a gambe levate, l’avrebbe evitata come si evita un pericolo imminente. Ma egli non era nessun altro e non poteva più fuggire, e già aveva dimenticato il mondo, la guerra, i suoi cari, i suoi doveri. Non gli importava più nulla, neanche di se stesso. Doveva vederla ancora, doveva sapere tutto di lei, nei minimi particolari. Voleva che le più piccole e insignificanti cose che facevano parte del suo mondo fossero anche le sue e che i tormenti che la opprimevano opprimessero anche lui.

E sopra ogni altra cosa, desiderò che lei gli appartenesse.

Restò a guardarla fendere la calca sui marciapiedi, la sua figura diventare sempre più piccola finché non si dissolse nella folla. Egli sentì il vuoto dentro, un vuoto che, sapeva, difficilmente sarebbe stato colmato.

Ma si mantenne fermo nella sua risoluzione. Il giorno successivo si svegliò di buonora, si rase con maggior impegno del solito e scelse con cura il suo abbigliamento. L’attese dall’altra parte della strada, in un bar di fronte al suo portone. Brandelli di conversazioni di cui captò solo alcune parole, un cicaleccio popolare come rumore di fondo, vibrazioni a bassa frequenza su cui cavalcavano singolari note di testa e di cuore. Infilò le mani in tasca, rade monete vociarono al suo tocco. Ordinò un caffè e cercò di farselo bastare. Qualcuno gli rivolse la parola. Senza divisa, era un uomo come gli altri.

Ed eccola al tramonto uscire finalmente dal portone, attraversare la strada, ticchettando sui suoi tacchi a testa bassa e finire proprio fra i suoi piedi. Egli se la ritrovò quasi fra le braccia. Josefine sollevò il viso trattenendo tutto il suo stupore.

Heinrich smise di respirare. Era così semplice e puro il rossore dipinto sul suo volto, così incolpevole l’azzurro dei suoi occhi. Era così bella.

Non avrebbe potuto sperare di meglio. Proprio quando cominciava a credere che non avrebbe mai più visto quella donna, lei gli era caduta in braccio.

«Buonasera!» Heinrich sorrise.

«Buonasera.» fece lei risistemandosi il cappellino sui capelli ondulati.

Sapeva di alberi di cipro, di mirto e brezza di mare. Era come se il profumo venisse dalla sua bellezza, dalle profondità della sua stessa anima. Il suo odore sovrastava il profumo della sera e si scioglieva nell’aria come un canto.

Josefine prese a discorrere. Heinrich l’ascoltava in silenzio, non osava fiatare, non osava interromperla. Era bella la sua bocca mentre partoriva le parole. Il volto era trasparente e puro come il vetro. Le emozioni nascevano sotto la pelle anticipando la natura dei pensieri e le espressioni si formavano sul suo viso come increspature sulla superficie del mare. Rimase incantato dalla danza delle mani che accompagnava i passi salienti del suo parlare, degna della principessa Salomè. Era una donna intelligente, di raffinata cultura. Ogni cosa l’affascinava. Era attratta dai più disparati argomenti nel campo dell’arte e della letteratura, della filosofia e della religione. Parlarono molte ore senza prestare attenzione al loro cammino, finché non si ritrovarono in un quartiere popolare.

Le mura grigie e scrostate dei palazzi incombevano da ogni parte. Si faceva sera e le ombre si allungavano su di loro con neri artigli. Josefine tacque e la sua figura già minuta parve farsi ancora più piccina. Si accostò a lui ed egli d’istinto le cinse le spalle come per proteggerla da quelle ombre e l’attirò a sé. Josefine si lasciò condurre ed egli sentì il profilo ondeggiante del suo corpo aderire perfettamente al suo.

Davanti ai portoni, negli anditi, sui marciapiedi e per strada, bambini magrissimi, emaciati, indignavano la vista con i loro capelli incrostati, i volti sporchi e le mani unte con le unghie contornate di nero, come se le avessero affondate per gioco nel carbone della notte.

Erano immobili e silenziosi, lo sguardo vuoto, assente. Uno spettacolo anomalo, un coro pallido e silente al termine di una tragedia. Faceva male al cuore. Sulle gote smunte di alcuni di loro lo sporco si era sciolto in lunghe scie al passaggio delle lacrime. Probabilmente non toccavano cibo da giorni. La miseria e la disperazione aleggiavano sul quartiere come spettri inquieti.

Una voce si levò nell’ombra.

Shemà Israel

Adonai eloheinu

Adonai ehad

baruch shem kevod malkhuto leolam va’ed…

Le parole si spensero in singulti. Una donna piangeva. Josefine sollevò il viso. I suoi occhi erano pieni di lacrime.

«Siamo così pieni di miseria, questa guerra ci rende poveri dentro» disse Heinrich.

«Non possediamo più nulla, vero?»

«Noi non possediamo più nulla, neppure il tempo.»

Da una finestra aperta una musica si spandeva lieve nel crepuscolo. Gli parve di averla già sentita, anzi, fu quasi certo di averla riconosciuta. Era, con ogni probabilità, una sinfonia di Brahms, un andante largo e maestoso. Quelle note sapevano di morte e disperazione, di dolcezza e rassegnazione e si dissolvevano nella malinconia e nel rimpianto. Ebbero freddo, rabbrividirono e, stupiti, si cercarono. Si trovarono nell’androne buio di un palazzo, tremanti per l’emozione e il pericolo di essere scoperti.

Lei affondò il viso nella sua spalla e al sicuro fra le sue braccia si lasciò andare a un lungo pianto, singhiozzando come una bambina. Anche Heinrich avrebbe voluto piangere, ma non ci riuscì e tenendo fra le braccia quella donna, ripensò ai morti dilaniati, ai cadaveri gonfi che galleggiavano come orrende boe. Riascoltò le urla, il crepitare delle mitraglie, le esplosioni assordanti, il rombo urlante dei bombardieri appesi al cielo livido e duro come il ferro. E le bombe fischiavano allegramente, seminando il panico tra le fila gloriose dei soldati, nell’orrido ruggito di esplosioni che scagliavano in aria poveri corpi in pezzi, come giocattoli rotti. Giovani pieni di vita, che respiravano e parlavano e piangevano. E avevano paura.

E intanto la musica andava e andava e non voleva smettere di andare lieve e mesta per le strade e per i vicoli e salire fino ai piani più alti dei palazzi, fino alle nuvole immobili in ascolto e sempre più in alto, a toccare le stelle e farle piangere, perché quella musica era il grido di dolore dell’umanità tutta intera, il pianto mesto e rassegnato della terra.

Il grammofono gracchiò e tacque. Heinrich pensò che anche se non era Brahms, chiunque aveva scritto quella musica sapeva bene cosa fossero il dolore e la disperazione.

Josefine gli si strinse addosso. A lui parve di sentire le voci argentee delle stelle. La baciò e senti sulle labbra il lieve sfiorare dei petali di un fiore.

Si salutarono sulla soglia di casa sua, giurando di rivedersi l’indomani.

Heinrich passeggiò ancora nella notte, felice come non era mai stato. Sentiva il suo profumo pulito e delicato, l’odore di boschi fragranti e umidi. Vagò per tutta la notte, non avrebbe potuto addormentarsi per nessuna ragione al mondo. Quella notte era così bella che non doveva essere sciupata, non poteva permettersi di perderne anche un solo istante dormendo.

Si levò il sole ed egli andò sotto casa sua ad aspettarla. L’attese per tutto il giorno in strada, ma lei non si fece vedere, l’attese per tutta la notte, ma di lei neppure l’ombra. Venne l’alba e lui era ancora lì, sotto il portico, davanti al suo portone. Bussò, ma nessuno rispose. Chiese di lei a tutti i passanti, ma sembrava svanita, inghiottita dalla terra. La cercò per le strade e per le piazze, nei luoghi in cui erano stati insieme e in quelli che non conosceva, ma lei non c’era. Alle prime ombre della sera il dolore alla gamba si fece insopportabile e se ne tornò al suo albergo. Aprì la valigia e trovò quello che cercava.

Una piccola scatola di latta. Alcune lettere gotiche stampigliate sul coperchio proclamavano che era di proprietà del Ministero della Guerra. Egli l’aprì e ne estrasse una piccola fiala. Morfina. Nella scatola ce n’erano abbastanza da stendere un cavallo per un anno, ma all’ospedale gli avevano detto di non assumerne più di una alla settimana. Il contatto dell’ago sulla pelle lo fece rabbrividire, ma si lasciò trafiggere. Si distese sul letto e chiuse gli occhi, mentre un piacevole tepore si propagava rapido nelle sue membra.

Lei non viene. Non conosce la strada per la porta del cuore.

Lei non viene. Non possiede la chiave per la porta del cuore.

Custodiva il sorriso dell’attesa come un tesoro, lo serbava per fargliene dono. Apparecchiò la stanza con cura e si preparò a riceverla. Il suo cuore palpitava forte a ogni rumore. Sentì passi in corridoio venire verso la sua porta. Si sistemò i capelli e la camicia per piacerle. I passi indugiarono e poi proseguirono. Trascorse una quantità di tempo che non seppe calcolare. Stava per prendere il soprabito e uscire di nuovo, quando la porta si aprì.

Era venuta profumata di pioggia e patchouli e l’aria fresca danzava sui suoi capelli umidi. Era stato soltanto un involontario succedersi di spiacevoli contrattempi a trattenerla, o aveva dubitato fino all’ultimo di lui?

Stava sulla porta, indecisa se oltrepassare la soglia di quel mondo nuovo, inspiegabile, di quel mondo in penombra, eppure così bello e misterioso, o se restare dalla sua parte di confine, nel mondo di tutti i giorni, confortevole e conosciuto.

Josefine non decise.

Fu lui ad attrarla a sé, a baciare la sua bocca, schiusa come un fiore. Lei era rigida, spaventata e si faceva scudo della debole armatura delle braccia incrociate sul petto. Heinrich sussurrò il suo nome fra i suoi capelli, sulla sua pelle, tante volte. Adorava pronunciare il suo nome, piacque anche a lei.

Erano corpi opposti, in antitesi, anti-corpi. Le braccia si distendevano, le mani si avvicinavano, cercando un contatto, ma bruscamente si ritraevano, senza essersi sfiorate, come se intuissero il freddo all’interno dei loro corpi, il gelo dentro i cuori. Erano come morti.

Era spaventoso.

Le teste si voltarono, lentamente, non nello stesso istante. E la bocca raggiunse l’altra bocca. Egli sentì il respiro vicino al suo, così simile al suo. Regolare, rassicurante. Il fiato. Tiepido, tenue. Denti morsero labbra in attesa. Labbra si ritrassero e scoprirono tesori nascosti, perle incastonate in sorrisi inevitabili. Profezie di lingue vagavano, tracciando contorni sconosciuti.

Egli copriva quel corpo con il suo, come una coperta pesante per l’inverno, come un sudario. Come un’ombra. Le loro membra erano radici che affondavano nella terra nuda e suggevano linfa vitale per i loro corpi liquidi. Erano reclusi in un cono di luce, prigionieri di loro stessi. Per sempre. Rinchiusi, intrappolati fra l’ombra e l’ora, esiliati in un luogo inaccessibile, tra il letto e il destino, che esisteva soltanto nei sogni. O nei peggiori incubi.

Josefine affondò gli occhi nei suoi, Heinrich li sentì penetrare a fondo, passarlo da parte a parte, e rabbrividì. Erano come artigli, stiletti affilati che straziavano la sua carne. Sentiva tutto il suo dolore, lo sentiva forte, nelle viscere e nel cuore. La strinse fra le braccia e sentì che tremava.

La stanza era nuda e silenziosa. Desolazione e smarrimento. Odore della notte. Era quello il momento, egli lo sapeva, quando la tenebra sa di volgere al termine, di aver oltrepassato il suo equatore. Il cuore della notte. In quell’istante capì che aveva cominciato ad amarla. In quell’istante capì che aveva cominciato a morire.

Josefine chiuse gli occhi. Cullandosi l’uno nell’altra si scoprirono, sorprendendosi della reciproca scoperta.

Fuori pioveva. Il rumore della notte giungeva fino a loro dal filtro delle mura, dalle finestre cieche e sbarrate. Lei piangeva, sommessamente, come un canto. Piangeva di un dolore smarrito e ritrovato. Piangeva a occhi chiusi di una felicità che le faceva male, perché le era ignota. Piangeva, perché piangeva lui.

Era buio là fuori, oltre il baluardo delle mura, oltre il confine delle loro ombre. Pioveva a dirotto. Notte e pioggia cadevano insieme, inghiottite dalla terra avida e assetata. Le nubi cantavano con la loro voce greve. Tramontava la luna, figlia della notte.

Heinrich si svegliò all’improvviso. E lei non c’era più. Da quanto? Un’ora, due, forse tre? E già non ricordava più il suo volto. Ebbe paura di averla persa per sempre.

Gli passarono davanti migliaia di volti di donne, ma quello che cercava non riusciva a trovarlo. Il suo viso era come se fosse composto da tutti i tipi di occhi, di orecchie, di nasi e di bocche del mondo. E tutte le sfumature di iridi e di capelli e di pelle di questo mondo sfilarono davanti ai suoi occhi. Ma essendo il volto di tutte le donne, non era il volto di nessuna donna.

E ogni volta che pensava a lei, il suo viso era soltanto una macchia confusa.



COPYRIGHT 2013 – 2015 ANGELO MEDICI

Tutti i diritti riservati

Riproduzione vietata


Hotel Vasteland - Capitolo IX Prima parte




IX

(Prima parte)


Heinrich si svegliò. Non si era accorto di essersi addormentato. Si era smarrito ai confini di un sogno, un delirio onirico nel quale Josefine era scomparsa e lui non riusciva neppure a ricordare il suo volto. Ma Josefine era accanto a lui, era sempre stata accanto a lui, forse aveva vissuto tutta la sua vita dentro lo stesso sogno. Tuttavia qualcosa l’aveva ridestato. Becker gli scuoteva una spalla, mostrandogli un vecchio cartello stradale arrugginito, piantato ai margini di un largo incrocio. Heinrich gli diresse un’occhiata interrogativa.

«Zevenaar.»

«Siamo già in Olanda?»

«Sì.» Becker sorrise. «È andato tutto bene, come ti avevo promesso.»

Poco dopo, sopraggiunse un lamento insopportabile e l’autocarro si arrestò. Josefine si svegliò stiracchiandosi le membra. Erano nei pressi della stazione ferroviaria.

I tre si guardarono negli occhi per un lungo, interminabile minuto.

«Non so come ringraziarti» disse alla fine Heinrich. Josefine abbassò il finestrino e si sporse a guardar fuori con cautela. Poi socchiuse lo sportello.

«Sciocchezze» disse Becker e gli porse un biglietto. «Cerca questa persona, vi aiuterà. E state attenti, mi raccomando.»

Il rumore del traffico penetrava dallo sportello aperto a infrangere la quiete ovattata della cabina di guida. Scesero. Dall’autocarro giunse loro un cenno di saluto. Ritti in piedi sulla banchina, come viaggiatori qualunque, lo guardarono allontanarsi nel fumo azzurrognolo dei gas combusti, finché scomparve.

Il treno arrivò puntuale, preannunciato da un fischio assordante e si fermò sbuffando come una caffettiera. Josefine si strusciò affettuosa sulla sua spalla. Il controllore verificò i biglietti senza prestar loro troppa attenzione. Heinrich scambiò con lui alcune battute sul tempo. La piatta campagna olandese si stendeva a perdita d’occhio fuori dal finestrino. Erano distanti mille miglia e mille anni dalla Germania e dalla guerra.

Josefine stirò le membra e sorrise. Egli le circondò le spalle con un abbraccio e le baciò la fronte. «Ce la faremo, vedrai.»

Lei rispose con un bacio e un sorriso.

Il treno ebbe un sussulto e lo stridore atroce e lancinante dei freni lacerò loro i timpani. Il convoglio agonizzava in un moto lentissimo e con un ultimo fiacco rantolo si arrestò completamente. Heinrich si sporse dal finestrino. Si trovavano in aperta campagna e non vi era traccia di stazioni o di centri abitati. Temette un attacco aereo e stava per dire a Josefine di accucciarsi dietro i sedili, quando un’automobile giunse sferragliando sulla ghiaia e si arrestò accanto al treno fermo sulla massicciata. Ne discesero quattro individui intabarrati in lunghi soprabiti scuri, le tese dei cappelli tirate fin sugli occhi. Salirono a bordo. Gli venne fortissima la tentazione di saltare giù dal treno e mettersi a correre a perdifiato nella campagna, tirandosi dietro Josefine, ma non fece neppure in tempo a prenderle la mano che, con un sibilo acuto, il convoglio ripartì, precludendo loro anche quella via di fuga.

In fondo al corridoio gli uomini in nero si avvicinavano, controllando documenti e facendo domande ai passeggeri. Heinrich la guardò negli occhi e poiché non v’era il tempo di dire nulla, cercò di infonderle in quel modo tutta la sua calma e la sua forza.

«Buongiorno signori. I vostri documenti, prego.»

Heinrich salutò con un rapido cenno del capo e presentò i passaporti.

Un componente della nera brigata si posizionò nei pressi del sedile, impedendo il passaggio e guardandoli così fisso negli occhi, che furono certi che neanche la più lieve colpa annidata in fondo alle loro anime gli sarebbe sfuggita.

Josefine non respirava neppure, ma egli la sentì tremare.

«Il signore e la signora Dammerschlaft di Colonia» disse dopo aver esaminato a lungo i documenti. «Oh pardon, avrei dovuto dire il dottor Dammerschlaft.»

Egli cercò di assumere il contegno più solenne possibile.

«Vedo che siete freschi sposi. In viaggio di nozze, suppongo?»

«Precisamente.» Il falsario aveva fatto proprio un bel lavoro. Lo benedisse mentalmente. Aveva fatto diventare Heinrich un medico, Josefine un’insegnante di musica e, già che c’era, li aveva uniti in un matrimonio mai celebrato.

«Allora, vogliate gradire i miei omaggi e l’augurio di un meraviglioso soggiorno in Olanda.»

Heinrich si lasciò andare contro lo schienale, guardò Josefine e le baciò la mano ancora tremante. Lei sorrise e una felicità incontenibile parve nascere dall’immensità dei suoi occhi cerulei, e strinse forte la sua mano.

«Ti preparerò i kreplech e accenderò per te le candele del sabato.»

«Non sono religioso» sospirò. «In realtà, non credo che esista alcun Dio.»

«Heinrich, no! Non devi dire così.»

Egli preferì non replicare. Abbandonò la testa sul sedile e si sentì bene. E questo gli bastava. Il sole era alto e riscaldava il vagone. Alcuni passeggeri conversavano in una lingua dolce e garbata, un distinto signore con gli occhiali cerchiati d’oro leggeva placido il suo giornale, due o tre bimbetti biondi schiamazzavano allegramente, sciamando su e giù per il corridoio, come rondini in un flusso di vento caldo. La campagna olandese era una donna che si stendeva languida al sole, godendo delle sue carezze e se mai un tempo era esistita la guerra, essa era ormai un ricordo sbiadito e lontano, un sogno spaventoso, quasi del tutto dimenticato.

Heinrich già benediva in cuor suo l’Olanda, quando vide che in fondo al corridoio si era formato un capannello. Due degli uomini vestiti di nero parlottavano concitati con il controllore. A questi si aggiunsero ben presto gli altri due e iniziarono a far cenni e a guardare con insistenza nella loro direzione. Poi, come se avessero preso una risoluzione, si mossero tutti insieme. Mentre si avvicinavano, udì qualcuno chiedere: «Dove ha detto che sono diretti?»

Heinrich si sentì perduto. Ebbe la certezza che erano stati scoperti. Ma cosa fare? Dove fuggire?

Lo sparuto gruppetto si avvicinava, il controllore gli fece dei cenni da lontano. «Mi scusi, può mostrarmi ancora una volta i biglietti?»

Il suo cuore mancò un battito e sentì defluire il sangue dalla faccia, lasciando al suo posto una pallida maschera.

«Herr Dammerschlaft, herr Dammerschlaft!» strillò il tale che gli aveva controllato i documenti.

Doveva fare qualcosa, ma che cosa?

In quel momento, il treno lanciò un fischio acutissimo, il suo ritmo sferragliante prese a scemare e rallentò la sua corsa. Erano vicini a una stazione.

«Presto Josefine, presto, non dire nulla e seguimi, svelta!»

Le prese la mano, lei afferrò la valigia e corsero verso l’uscita.

«Dottor Dammerschlaft, dottor Dammerschlaft, si fermi, prego!»

Il convoglio si arrestò alla stazione e saltarono giù. Sul binario accanto stava arrivando un altro treno. Heinrich strinse forte la mano di Josefine e corsero insieme attraverso i binari. Il treno sferragliò spaventoso, in un vento assordante e li mancò d’un soffio. Non si voltarono indietro e continuarono a correre. Il treno intanto si era fermato e vomitava una folla di passeggeri dai vagoni. Erano per lo più contadini, le donne portavano cassette di ortaggi in bilico sulla testa e gli uomini casse più grandi traboccanti di frutta e gabbie piene di conigli e di galline. C’era una grande confusione e la stazione ne fu invasa in pochissimo tempo. Un’orda torbida e multiforme, la turba composita e variegata delle campagne, il rigurgito delle città in tempo di guerra. Heinrich e Josefine furono risucchiati dalla marea umana e finirono per confondersi in mezzo a quell’umanità varia e semplice, odorosa di terra e di bestiame.

Si nascosero nell’ombra, fra le colonne di un porticato, ansanti e impauriti. Ma nessuno aveva potuto seguirli in quel marasma. Heinrich la strinse a sé e la baciò. Josefine, incerta e sconvolta dalla corsa, si arrese ai suoi baci. Poi si presero per mano e, come due studentelli che avevano marinato la scuola, s’inoltrarono per le vie della città vecchia. Utrecht era splendente e l’altissima torre del duomo svettava nel sole. La città era intatta, la guerra non l’aveva neppure sfiorata. Erano salvi.

Si incamminarono per i portici e il passaggio dalla luce calcinata della piazza alla penombra li rese temporaneamente ciechi. Josefine indovinò dall’odore la presenza di una libreria. Entrò e prese a scorrere le dita sulle costole di libri polverosi, sulla carta antica, ingiallita dal tempo, sulla quale resistevano ancora, aggrappate alle fibre con gli accenti, i punti e le virgole, le parole.

La bottega era angusta, ma zeppa di volumi, le pareti erano incastonate di libri. Tomi dagli argomenti più disparati erano ammucchiati sul pavimento in pile alte quasi quanto un uomo. Vi erano testi universitari, opere di scrittori olandesi pressoché sconosciuti e dimenticati nel buio e nella polvere, trattati di filosofia e di estetica, volumi illustrati di pittura fiamminga. Alcuni erano molto vecchi.

Heinrich rimase sulla soglia, scrutando guardingo la vasta piazza oltre il colonnato.

Josefine lo chiamò.

«Una volta ero una lettrice accanita.» Sospirò. «Sembra passato così tanto tempo, quasi una vita intera, e invece era soltanto la settimana scorsa.»

Heinrich le prese una mano e le accarezzò la guancia, ma non riuscì a impedire che una lacrima si affacciasse dal blu dei suoi occhi.

«Posso esservi utile?»

Trasalirono. La domanda era stata posta da un vecchio dall’aria stanca. Nell’oscurità della libreria non l’avevano notato. La sua figura incurvata si confondeva fra le cataste dei libri, il suo viso era simile alla carta stantia e raggrinzita dei suoi volumi. Si sarebbe detto che fosse vecchio quanto i libri che vendeva.

«Diamo un’occhiata, se non le spiace.»

«Certo, certo, fate… fate pure» rispose il libraio. «Questi vecchi libri non interessano più a nessuno.» Guardò con aria afflitta il pavimento sporco.

«Ma no, si sbaglia» disse Josefine. «Questi volumi sono molto interessanti.»

«Lei trova?»

«Sì, per esempio, questo sulla pittura rinascimentale è molto bello.»

«Mi scusi» si intromise Heinrich. «Ci può dire come possiamo arrivare ad Amsterdam?»

«Ad Amsterdam…» fece il vecchio cogitabondo, poi il suo volto s’illuminò. «Ma certo!» Consultò l’orologio da taschino. «Ci dovrebbe essere un treno in partenza adesso…»

«Temo che non riusciremo mai a prenderlo» lo interruppe Heinrich.

«Dunque, potreste andare con il torpedone, non è molto confortevole, però…»

«Il torpedone andrà benissimo.»

«Parte a mezzogiorno in punto, ma è dall’altra parte della città. Forse se vi affrettate…» E le sue parole già si spegnevano nel vento dei loro piedi veloci per le strade di Utrecht.

«Aspettate, aspettate!» Il vecchio li raggiunse trafelato con un grosso volume fra le mani.

«Mi dispiace.» Josefine sorrise con dolcezza. «Non possiamo permetterci di acquistarlo.»

«Ma non voglio venderlo. È un omaggio, lo prenda. Sono sicuro che lei saprà apprezzarlo più della polvere della mia libreria.»



COPYRIGHT 2013 – 2015 ANGELO MEDICI

Tutti i diritti riservati

Riproduzione vietata




Hotel Vasteland - Capitolo IX Seconda parte



IX

(Seconda parte)



Il tomo passò dalle mani aggrinzite del vecchio libraio a quelle morbide e lisce della donna, che lo aprì e ne sfogliò alcune pagine. Oltrepassata la soglia d’ombra della libreria sembrò quasi che il volume riprendesse a vivere alla luce del sole, che i dipinti raffigurati sulle sue antiche pagine riemergessero dalla densa patina del tempo e i colori riguadagnassero intatte la vitalità e il vigore perduto.

Era l’opera sul Rinascimento italiano.

Josefine strinse fra le sue le mani fredde e tremolanti del vegliardo e la sua bocca si schiuse in un sorriso colmo di gratitudine.

«Vi auguro buon viaggio» disse rientrando nel suo negozio.

Heinrich se la tirò dietro. Non c’era più tempo, dovevano correre se volevano partire. Il libro si aprì su una pagina a caso. Vi era raffigurata la Fuga in Egitto del Tiziano.

«Credi che se ne sia accorto?»

«Che stiamo fuggendo? Credo di sì.»

La strada si srotolava come un nastro impolverato sotto le ruote delle biciclette. Ai suoi margini scivolava lenta la campagna, striata dalle linee scure e regolari dei solchi dell’aratro. Apparivano, qua e là, mulini a vento e case dal tetto di paglia, le bianche mura rinforzate da travature in legno scuro. Entrambi desiderarono vivere all’ombra di quelle mura, lontano da tutto il resto, con la sola compagnia del loro amore.

Non era stata una buona idea prendere il torpedone. In primo luogo, non lo era affatto. Si trattava di uno sgangherato autocarro con il cassone stracolmo di sedie, che veniva spacciato per tale. In secondo luogo, il surrogato del torpedone, che con tutta probabilità era stato requisito, era rumoroso e puzzolente e arrancava con immensa fatica. Infine, dopo alcuni chilometri, si era sentito un forte odore di bruciato e un denso fumo nero aveva invaso loro i polmoni. Il motore era andato a fuoco. L’idea delle biciclette era stata di Josefine, Heinrich ci aveva messo il denaro, il suo ultimo gruzzolo.

Costeggiarono un canale, le nuvole vagabondavano nel cielo azzurro duplicando il loro splendore nel suo specchio di luce. A un tratto Heinrich si fermò. Puntò lo sguardo su qualcosa oltre la ripa, smontò dalla bici e svanì dietro i pruni. Josefine smise di pedalare. Una brezza d’aria translucida le sfiorò i capelli e andò a morire sui fuscelli. Era l’unica cosa mobile sulla strada. Rimase interdetta a guardarsi le scarpette impolverate, senza sapere cosa pensare.

«Presto, vieni.»

Seguì la voce che la chiamava oltre la siepe.

Heinrich aveva trovato una barca. Spiegò che avrebbero dato meno nell’occhio comportandosi come una coppia di fidanzati in una romantica gita sull’acqua. L’aiutò a salire e con una secca spinta si allontanarono dalla ripida sponda. Inserì i remi negli scalmi e iniziò a remare.

La piccola imbarcazione navigava sotto le argentee nubi. Avanzava così lenta e tranquilla, alla cadenza della voga, che il loro viaggio era quasi tedioso. Josefine si riparava dal sole con l’ombrello, del tutto a proprio agio fra le ninfee appena smosse dalla debole corrente. Heinrich remava con sicurezza e la prora legnosa separava il flusso in due sbaffi che si perdevano nell’acqua verde e placida. Il sole scagliava dardi che ne rompevano la superficie in miriadi di schegge sfavillanti e, rimbalzando nei suoi occhi, li facevano ardere di un inconsueto turchese.

«Resta così, non ti muovere.»

«Cosa c’è?»

«Se sapessi dipingere, ti ritrarrei così come sei ora, proprio in questo istante.»

Rise. «Ma tu non sai dipingere.»

«Per questo motivo, dovrò accontentarmi di guardarti.»

Il canale si aprì in un reticolo di corsi d’acqua più ampi che s’infittivano di case e palazzi. Una città cresceva sulle sue sponde come edera rampicante. Heinrich non stava più nella pelle, vogava sempre più rapidamente, anche se gli dolevano le mani e le spalle. I remi cigolavano negli scalmi. Josefine sfogliava il libro d’arte.

Ben presto alle sponde erbose si sostituirono alte e ripide mura, sulle quali scorrevano strade e marciapiedi. Rumori del traffico, voci e scampanellate di biciclette giungevano soffuse e ovattate al bordo dell’acqua. Heinrich scelse una rientranza fra gli argini, celata alla vista, dove l’acqua gorgogliava più scura nella loro ombra e attraccò.

Josefine si rassettò i vestiti, egli le porse il braccio e si arrampicarono per una stretta e ripida scalinata di pietra. Sbucarono sotto un ponte e si trovarono in strada. Amsterdam finalmente. Josefine sorrise con gli occhi velati di lacrime, Heinrich annuì senza dir nulla.

Gironzolarono per la città, costeggiando i canali e saltando di ombra in ombra sotto gli alberi fronzuti, finché non s’imbatterono in un edificio che si elevava imponente sulla monotonia delle strade. A giudicare dall’aspetto austero e un po’ decadente, un tempo doveva essere stato un orfanotrofio, o un ospizio per poveri, oppure un’antica prigione. Ora era un albergo, o almeno così recitava l’insegna. Si guardarono per un momento, scambiandosi un breve cenno d’intesa, poi, attraversarono la strada. Cinque minuti più tardi, i signori Dammerschlaft erano gli ospiti della stanza numero novantacinque, la più bella e ariosa di tutto l’Hotel Vasteland. Le sue finestre si aprivano sul cuore della città e sul tramonto.

Josefine ammirava il panorama. Heinrich la strinse a sé e lei abbandonò il capo sul suo petto, assorbendo il suo odore. Egli le sollevò il viso, la sua bocca dischiuse file di denti che erano collane di perle.

«È un sogno, Heinrich?» disse nascondendo il sorriso contro il suo petto. «Non svegliarmi se è un sogno.»

Heinrich le diede un pizzicotto, per scherzo, su un braccio. Lei trasalì, simulando, per stare al gioco, l’andatura di un sonnambulo.

«Puoi svegliarti, non è un sogno. Siamo salvi.» La prese ancora fra le braccia e la baciò.

«Vorrei svegliarmi sempre così, tutte le mattine, in questa città. Con te.»

«No, non in questa città» fece lui.

«No?»

«Andremo in Inghilterra. La nostra nuova casa.»

«Ho sempre desiderato viaggiare. Non ero mai andata via da Colonia prima d’ora.»

«Vedrai, ti piacerà. Ho studiato medicina a Londra, per un paio d’anni. È bellissima» disse in un soffio fra i suoi capelli.

«Ora, però, devo andare a cercare chi ci farà salpare per la nostra isola.»

Heinrich seguì alla lettera le istruzioni fornitegli da Becker, attraversò la strada ed entrò nel Cafè De Vrije. Il locale era deserto, un uomo dinoccolato e polveroso stava appoggiato al bancone in attesa di clienti.

«E così si è messo cattivo tempo.»

Il barista sgranò gli occhi. Heinrich ripeté la frase.

Il barista sorrise. «Tempo eccezionale per l’Olanda, signore.» Gli fece un cenno con la testa, un gesto a metà strada fra un saluto e un inchino e sparì dietro una tenda. Quando ricomparve, gli mise una tazzina sotto il naso.

«Ma io non ho ordinato niente» protestò.

«Con i miei omaggi» fece una voce alle sue spalle.

Heinrich si voltò. Un signore con il volto immerso nell’ombra gli fece cenno di accomodarsi al suo tavolo.

«Spero che il viaggio sia stato confortevole.» Aveva una voce alquanto sgradevole e in generale, in tutta la sua persona, vi era qualcosa di spiacevole, anche se in quel momento non avrebbe saputo dire cosa.

«Non molto, ma senza particolari intoppi, per fortuna.»

«Ne sono lieto. Sono Felix Van Diemen.» Scandì il suo nome come se dovesse rivelare qualcosa d’insolito. Il suo volto aveva un profilo arcuato, da mezzaluna, con la fronte e il mento sporgenti e il naso inesistente.

Heinrich sfiorò con la mano il suo ginocchio sotto il tavolino, la mano del signor Van Diemen la sfiorò a sua volta. Ebbe ribrezzo a quel contatto, ma aprì le dita e depose l’involto nel suo palmo. La faccia da mestolo del signor Van Diemen non lasciò trapelare alcuna emozione. Sentì frusciare le banconote sotto il tavolo, le stava contando. Era tutto il denaro di Josefine, a lui non era rimasto più nulla.

«Molto bene» disse Van Diemen. «Un carico al quale tengo molto – e non si faccia illusioni, non si tratta di voi, è di gran lunga più prezioso – salperà per l’Inghilterra fra qualche giorno. Quando sarà il momento sarete avvisati. Dunque, chiudetevi in camera e restateci fino ad allora.»

Il signor Van Diemen si alzò. «Allora, ha capito? Non vi muovete.»

Heinrich annuì.

Felix tossì così forte che dal suo torace venne un rumore sordo e secco allo stesso tempo, come se dentro i suoi polmoni rotolassero pietre dai bordi affilati.

«Bene. Mi farò vivo io. Buona giornata.»

Heinrich si stupì della rapidità con cui Felix era svanito nella folla. Si avviò verso l’albergo, ma si voltò subito indietro per verificare se qualcuno lo seguisse. Nessuno era interessato a lui. Eppure era sicuro che, mescolato fra la gente, mimetizzato fra centinaia di altre persone, imitando un individuo qualunque, il signor Van Diemen lo stesse osservando.



COPYRIGHT 2013 – 2015 ANGELO MEDICI

Tutti i diritti riservati

Riproduzione vietata


Hotel Vasteland - Capitolo X




X


Era domenica mattina. Presto, molto presto, a giudicare dalla debole luce che filtrava dalle imposte. Heinrich era sospeso in uno stato di sopore, aleggiava fra dormiveglia e sogno. Josefine gli dormiva addosso, con la testa riversa sul suo petto. Un lontano orologio suonò l’ora. Si svegliarono insieme, sorpresi e imbarazzati come se fosse la prima volta.

Heinrich andò alla finestra e si accese una sigaretta. Augurò il buongiorno alla città, ma la città non rispose. Quel giorno, cinque pianeti allineati esercitavano il loro misterioso influsso sulla Terra, generando un’attrazione invincibile.

Josefine uscì dal bagno. Heinrich colse un guizzo azzurro con la coda dell’occhio. Era il suo vestito nuovo, l’aveva comprato giurando che l’avrebbe indossato solo per amore. Sorrise. Era bella e fresca come la primavera.

Non ti muovere…

Non ti muovere, ti voglio guardare. Ti ho ammirata a lungo, ma tu non mi appartenevi.

Ora mi appartieni, ora posso guardarti.

Non aprire gli occhi, sei così bella.

Non aver paura, ci sono qua io. Nessuno ci può vedere.

Heinrich si fece da presso, il vestito scivolò frusciando sulle spalle nude e cadde ai suoi piedi. La strinse a sé.

La sua pelle era fresca e calda al tempo stesso. I capelli le sfioravano le spalle, i suoi seni erano colmi come ghirbe e aveva le gambe sottili di una gazzella. Le sue dita scivolarono lievi sul suo corpo, seguendone i contorni. Egli sentì il vuoto dentro di lei e volle colmarlo.

Sentì l’anima bruciare. L’amava, l’aveva amata in tutte le vite passate e l’avrebbe amata in tutte le vite a venire. Si rammaricò del buio che gli impediva di vedere chiaramente il suo volto.

Heinrich aprì gli occhi. Gli parve di aver sognato. Non ricordava esattamente i particolari del sogno, solo sensazioni, lievi, eteree, inconsistenti. Ma si sentiva bene, gli parve di aver nuotato in un fiume di miele. Cercò la sua mano. Lei era sveglia e lo osservava. Se ne stupì, egli che non dormiva mai, egli che vegliava sempre sul suo sonno. Josefine non si era mai addormentata, aveva vegliato tutto il tempo, come Asherah sul sonno di El, il dio che non dormiva mai.

Avvertirono dei borborigmi e scoprirono di avere appetito. Era passato da molto il mezzogiorno. Il furore del sole sui loro corpi nudi li turbò e si affrettarono a rivestirsi. Heinrich scese da basso a cercare da mangiare.

«E così si è messo cattivo tempo.»

Sgranò gli occhi. Il portiere ripeté la frase, poi aggiunse: «Tuttavia, due passi all’aria fresca giovano all’appetito». Heinrich capì che doveva uscire. Forse ci siamo, pensò. Corse di sopra a cercare Josefine e insieme filarono via.

Per le strade si udiva un brusìo, sormontato da un’agitazione crescente. Si sentiva sibilare, sussurrare, borbottare e infine rombare un solo gigantesco fragore. Era come lo scrosciare di un torrente impetuoso. Milioni di gocce d’acqua collidono le une contro le altre e generano quel suono spaventoso. Heinrich fermò il primo passante che gli capitò a portata di voce, ma non riuscì a farsi udire, tant’era il fracasso, e fu costretto a urlargli nelle orecchie.

«Stanno arrivando, stanno arrivando!» disse costui con il viso stravolto dalla paura.

Heinrich lo teneva per tutt’e due le braccia.

«Stanno per entrare in città! Capite?» Si divincolò dalla presa e sgusciò via, incespicandogli fra i piedi.

Heinrich e Josefine si scambiarono un’occhiata piena di sgomento.

«L’esercito tedesco sta per entrare in città!» urlò l’uomo, sgomitando per rientrare nella massa umana che sciamava per strada. Tutta Amsterdam ne era invasa, la stessa Koningstraat ne era colma fino ai piedi dei palazzi.

Heinrich e Josefine si fermarono a guardare stupiti, ma non fecero in tempo a riprendere fiato, che furono spinti dalla corrente. La folla odorava d’acqua e di fango. Da una finestra veniva l’aroma di pane abbrustolito, ma era un odore acre, sgradevole, come se l’avessero dimenticato nel forno e fosse arso insieme alla legna. L’aria era densa di fumo.

I volti della moltitudine avevano tutti la stessa espressione folle e disumana. Su di essi si alternavano risa e pianto. La marea umana era come ricoperta da una patina di follia. Vi era chi si strappava i capelli, chi pronunciava parole incomprensibili con lo sguardo assente e chi, seduto sui marciapiedi, stringeva i propri cari aspettando la fine. Alcuni si tuffavano nei canali. Per le strade aleggiavano echi di parole trasportate dalla gran fiumana. Si sentivano frammenti di discorsi, spezzoni di racconti orribili. Le storie più assurde, minuterie d’inferno, mozziconi d’incubi.

Secondo alcuni, i soldati avevano sterminato senza motivo un’intera famiglia, avevano fatto a pezzi i loro corpi e li avevano dati in pasto ai cani. Si narrava poi, di altre famiglie rinchiuse nelle case e date alle fiamme e di interi quartieri incendiati. Dicevano che alcuni disperati avevano cercato scampo buttandosi dalle finestre, ma erano morti prima di sfracellarsi al suolo, falciati in volo dalle raffiche delle mitraglie. Giuravano che le grida e i lamenti di quelli che bruciavano vivi all’interno delle case erano insopportabili.

Josefine trasecolò, chiuse gli occhi e cercò di tapparsi le orecchie per non ascoltare. Si sentì sopraffare dal rombo della marmaglia, povere anime derelitte in un orrido carnevale di mostri, una ridda metafisica di persone terrorizzate a tal punto da aver perso il senno.

Il tempo stava cambiando. Il sole ardeva fioco, velato da una cortina di foschia e, mostrando il suo volto pallido e bucherellato come un pezzo di limburger, si scioglieva nel cielo bianco e pesante. L’azzurro era svanito sotto uno strato di nubi dai bordi sfilacciati come brandelli d’ovatta.

Un passante lo urtò. Heinrich lo guardò male, ma questi chiese subito scusa levandosi il cappello. Rimase a guardarlo mentre si allontanava. Aveva avuto la sensazione che lo sconosciuto gli avesse infilato le mani in tasca, come un abile borseggiatore. Nelle sue tasche ormai vi era ben poco da rubare. Tuttavia, non seppe dire se la sua impressione corrispondesse alla realtà, finché non fu vinto dalla tentazione di infilare una mano in tasca. Sentì allora con la punta delle dita qualcosa che gli sembrò una palla ruvida. La palpò meglio e si accorse che era un foglio di carta appallottolato. Si rifugiò nell’androne di un palazzo tirandosi dietro Josefine e, nella penombra dell’atrio tirò fuori la palla di carta, la spiegò per bene e lesse.

Signor D.,

il cargo è fermo in porto, in attesa degli eventi. Le autorità non sanno ancora da che parte stare. A quanto pare, questa invasione ha scombussolato un bel po’ di piani e di equilibri. E intanto tutto è fermo, nessuno arriva, nessuno parte e non so fino a quando.

Sono desolato.

Felix V.D.

Heinrich scosse Josefine, la prese per le braccia e la portò via. Risalirono a fatica Koningstraat e rientrarono precipitosamente in albergo.



COPYRIGHT 2013 – 2015 ANGELO MEDICI

Tutti i diritti riservati

Riproduzione vietata