martedì 20 settembre 2016

Hotel Vasteland - Capitolo VI




VI

Tutto parlava di lei.

I fiori gli dicevano del perduto istante in cui aveva colto il loro profumo. Le lettere narravano dell’incanto infinito degli occhi che scorrevano le righe. Il suo odore aleggiava ancora su tutti gli orpelli, gli ornamenti e le finzioni di quella stanza. Le sue dita avevano lasciato impronte ovunque.

La stanza era piena di lei.

Un attimo prima era lì, davanti a lui, e gli sorrideva e un momento dopo era svanita, evaporata come un respiro nell’aria, una fiamma confusa fra altre fiamme, una goccia d’acqua nell’acqua.

Era proprio la realtà quella che percepivano i suoi occhi o soltanto un’allucinazione indotta dal reale? E come poteva essere certo del fatto che l’immaginazione non si fosse impadronita della realtà?

Eppure Dammerschlaft la sentiva, ovunque scorgeva la sua ombra, percepiva la sua presenza come un elemento costante, certo e vivo delle sue ore senza memoria. Ma cosa sapeva di lei?

Ricordava a malapena il suo volto, la sfumatura di raro turchese che splendeva nelle iridi, l’arco roseo e delicato delle labbra, le onde brune e selvagge dei suoi capelli. E tuttavia, nel profondo del suo cuore in tumulto, egli sapeva di averla amata. Sapeva di amarla ancora.

Doveva credere in lei, in quella donna eterea, dal sorriso ineffabile, sospesa nel tempo. Doveva andare oltre le apparenze, trascendere la realtà, sradicare le convinzioni più forti. Chi era lui? Un sovversivo in lotta contro il tempo e le leggi della fisica, un partigiano del caos. Tutto pur di nutrire e proteggere il suo amore per quella donna inesistente, il suo amore contro le leggi di natura, il suo amore sovversivo.

Era come se fosse il suo primo giorno sulla Terra. Non ricordava nulla del suo passato. Dubitava che fosse mai esistito un passato, una vita prima di quell’alba grigia in cui si estingueva la sua breve notte. E ticchettii di mille orologi dilaniavano il tempo ogni mattino in cui era costretto a destarsi.

E anche se avesse posseduto dei ricordi, chi gli avrebbe potuto assicurare che fossero frammenti di vite realmente vissute e non allucinazioni, fantasmagorie e miraggi inesistenti? Il passato era tempo che non era più, il futuro non v’era ancora e forse non vi sarebbe stato mai, e anche il tempo non esisteva, era solo una delle tante illusioni, una particella di luce incastrata nell’eterno presente.

Dammerschlaft procedeva a tentoni come un cieco, nella stanza così vuota da apparirgli immensa e spaventosa. Aveva paura di perdersi, com’era già accaduto. E sapeva bene che si sarebbe perso ancora e ancora.

Aprì gli occhi. Il silenzio si risvegliò piombandogli addosso. Vestiti dismessi, ombre incombenti, fiori appassiti, nuvole di patchouli. Negli occhi l’illusione degli occhi di lei. Nella mente il rimbombo delle sue parole. Nelle orecchie il frastuono insopportabile del silenzio. Quella stanza era maledetta, un’oscura presenza ordiva sempre nuovi inganni per i suoi sensi affaticati e metteva a dura prova la sua logica. Esisteva una logica, c’era qualcosa che avesse un senso? Ne dubitava. Lei non c’era e forse non c’era mai stata. Solo uno scherzo della sua fantasia, un miraggio, un’ombra appena un po’ più densa delle altre da sembrargli reale. Soltanto un sogno. O forse lei non era ancora nata, doveva ancora farsi carne e comparirgli davanti un giorno in un tempo di là da venire. Un futuro nel quale sarebbe stato troppo vecchio per riconoscerla. Credette di impazzire.

Gli mancava quella donna sconosciuta, bramava il suo corpo pallido e nudo. Cosa gli stava accadendo? Perché desiderava quella femmina eterea e fluttuante come un fantasma? Quei ricordi intermittenti gli stavano facendo perdere la ragione. Qual era la realtà e quale la fantasia? Forse a tutti era riservata quella sorta di incubo in un certo momento della vita: non poter distinguere i sogni dal vero, le allucinazioni dalla realtà.

Ma un uomo è ben poca cosa di fronte al tempo, davanti agli eventi, di fronte al fato. E non vede forse ognuno di noi che una piccola parte di realtà, quella che gli è toccata in sorte per essergli piombata davanti agli occhi? E non cadiamo in fallo di frequente anche su questo misero frammento, credendo spesso che sia soltanto il residuo di un sogno?

Si inginocchiò presso il letto e infilò la testa sotto le balze ricadenti come un drappo funebre. Era ancora lì, non si era mai mossa dal suo ambiente acquatico e ombroso. Dunque non era un sogno, dunque non era un’allucinazione. La donna era reale e il suo corpo pallido e freddo ne era una prova inconfutabile.

Ebbe timore di questa sua passione per le ombre, per le visioni inconsistenti, per le allucinazioni. Ebbe timore per questo suo misterioso amore per le cose morte, in decomposizione.

Notò delle macchie sulle braccia della donna. Guardò meglio. Segni bluastri si estendevano sulla cute del braccio destro. Vasti ematomi, coaguli di sangue e linee ancor più scure solcavano la pelle. Sulla vena cava si distinguevano gocce di sangue rappreso.

Gli passò qualcosa per la testa, poco meno di un ricordo, poco più di un’intuizione. Andò alla scrivania e notò subito alcune fiale vuote abbandonate sul pavimento. Ne raccolse una. Era morfina. Presero a dolergli le braccia, avvertì delle fitte nell’incavo di ogni avambraccio e il suo sangue indurirsi e scorrere a fatica nelle vene. Tastò con le dita il punto dolente, che prese a fargli ancora più male. Arrotolò le maniche della camicia. Anche la pelle delle sue braccia era violacea. Ebbe la nausea a quella vista e prese a girargli la testa. Si sentì sollevare per i piedi e trasportare via dalla stanza. Planò sul corpo di un giovane che assisteva a una qualche sorta di convegno. Si vide prendere appunti con un mozzicone di matita, appena in tempo per ascoltare le battute finali.

“… come per tutti gli alcaloidi dell’oppio, l’azione della morfina è dovuta alla sua sorprendente capacità di superare la barriera emato-encefalica e legarsi ai recettori oppioidi delle cellule cerebrali, specialmente nel talamo e nel sistema limbico.” Il relatore fece una breve pausa per gustare l’effetto delle sue parole imparziali e inconfutabili sui volti dei presenti. “Essa mima l’azione delle endorfine manifestando un’azione antagonista nei confronti dei recettori oppioidi e agonista parziale nei confronti dei recettori delta, bloccando il rilascio dei neurotrasmettitori a livello presinaptico”. Studenti in piedi, scroscio di applausi.

Cacciò un urlo che soffocò a stento. Più che un grido si sarebbe detto un singulto di dolore, un sommovimento imperioso del petto, palpitazioni brusche ed energiche del suo stesso cuore, come se fosse per abbandonare la sua sede naturale.

La rivide distesa e immobile nei pressi del letto e il suo corpo nudo lo sconvolse a tal punto da fargli perdere la testa. I battiti del cuore subirono un’accelerazione repentina e non vollero saperne di rallentare. La vista gli si annebbiò e gli mancò l’aria.

Gli parve di cadere, un lieve svenire nelle sensazioni rallentate di un sogno. Ma non perse conoscenza. Si limitò a scivolare in ginocchio accanto a lei, con il volto sopra il suo. Sentì un ticchettio liquido e irregolare. Gocce cadevano sulla donna. Non si era reso conto di avere cominciato a piangere. Lacrime precipitavano sul volto di lei, sulla fronte, sugli occhi, sulle labbra e sui capelli, una pioggia lieve, sottile, che ben presto si trasformò in un pianto irrefrenabile. Dammerschlaft piangeva di gusto, inspirando l’aria in grevi singulti mentre il suo dolore si coagulava in gola e in fondo al petto.

Cos’aveva il mondo? Perché girava al contrario? Chi si divertiva a giocare quei crudeli scherzi alla sua memoria? E perché ogni cosa appariva l’esatto opposto di ciò che era?

E forse il mondo davanti ai suoi occhi non era il mondo reale, ma il suo riflesso allo specchio. Tutto rovesciato, sottosopra, ogni cosa ambigua e confusa, la destra al posto della sinistra, l’alto scambiato con il basso e il centro scaraventato in un oscuro infinito. Forse era la morte l’unica speranza, forse la morte era la liberazione, soltanto lei avrebbe ripristinato il diritto al posto del rovescio, come una fotografia che si ricompone dal negativo. Ecco perché lui e quella donna, in una vita precedente che non esisteva più neppure nei ricordi, avevano deciso di partire, di tagliare i ponti con quel mondo asimmetrico e imperscrutabile e scomparire per sempre nell’eco delle loro voci sempre più fievoli e lontane.

Guardò l’orologio. Le quattro e quindici. Passi si avvicinavano sotto la sua finestra, rimbombando sul selciato. Tre o quattro persone parlottavano, i passi si allontanarono e l’eco delle loro voci si perse nella notte. Tornò a guardare l’orologio. Le quattro e diciassette. Sempre numeri dispari. Qualcosa non andava. Forse la morte è dispari?

La suite numero novantacinque era la loro tomba, il loro tempio sepolcrale.

Chiuse la porta a doppia mandata, serrò le imposte e accostò le tende. Infine, si distese a letto, preferendo aspettare l’arrivo di un altro giorno.



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Hotel Vasteland - Parte seconda Dies - Capitolo VII




Parte seconda

Dies



VII


L’alba sopraggiunse rapida e lo sorprese nudo, riverso fra le lenzuola. L’incipit di un nuovo giorno, senza nome né identità, senza passato né futuro. Soltanto l’eterno presente.

Si sentì in trappola, costretto a vivere lo stesso giorno, la stessa ora, nello stesso luogo. Si sentiva come un’orrenda multiforme creatura che perpetuava se stessa riproducendosi all’infinito, o almeno, fino a quando il signore delle ombre non avesse decretato la fine della sua tortura.

La sua mente si liberava dai filamenti di un sogno. Si stropicciò gli occhi. Che ora era? Difficile dirlo. Il tempo pareva essersi fermato. Nessun ticchettio, nessun moto meccanico a misurare le ore nel silenzio della stanza. L’universo fluttuava sospeso nel vuoto, le pareti si dilatavano, niente andava, niente veniva, e ogni cosa era immobile, congelata in un eterno presente. Era una sensazione che aveva già provato, eppure si stupì della sua dirompente novità. Gli pareva, in effetti, di non aver mai vissuto prima niente di simile. Un déjà vu che somigliava in modo bizzarro a uno jamais vu. Forse, si trovava sulla soglia della rivelazione, sull’orlo dell’assoluto, sospeso nell’attimo di cogliere l’essenziale. O, più semplicemente, il tempo era stato abolito? Un dio imperscrutabile e indifferente doveva essersene sbarazzato.

Gli orologi ripresero a ticchettare all’unisono, tutti nello stesso istante, come se non avessero fatto altro negli ultimi tremila anni, e il mondo cominciò a vorticare intorno alla sua testa. La stanza, il letto, gli arredi, ogni cosa ruotava senza requie intorno alla sua testa, come satelliti impazziti di un pianeta sull’orlo della distruzione.

Si distese sul letto in preda alla nausea. Chiuse gli occhi. Là fuori, oltre le sue palpebre, l’universo continuava a roteare senza fine. Da remoti mari del tempo, da oscuri abissi dello spazio, riemerse alla luce perfetta del giorno. Lentamente, dapprima in maniera confusa e quasi impercettibile, poi sempre più nitide, gli apparvero immagini in chiaroscuro e quelle immagini si misero in movimento, presero vita, come sequenze di un film in bianco e nero, proiettate all’interno delle palpebre.

Si vide fermo alla stazione, indossava un abito grigio, che gli donava molto. Si faceva buio, il sole era tramontato da poco, e stava aspettando qualcuno.

Qualcuno in effetti scese dal treno, egli ne scorse il profilo inconfondibile tra gli sbuffi di vapore. Una donna fendeva la folla, ondate di capelli nerissimi fluttuavano su un volto pallido e delicato, nuvole di patchouli sul mare d’inchiostro.

Mai Colonia era parsa loro fredda e vuota come quella notte. E anche le strade erano fredde e vuote come vallate notturne e su quelle vallate perdute era sorta una fitta nebbia, da cui si levavano, come fari silenti sul mare, scheletrici lampioni. L’uomo e la donna camminarono a lungo senza scambiarsi una parola, senza guardarsi, in perfetto silenzio. Attraversarono strade e piazze e radi aloni di luce. Lei si teneva al suo braccio e di tanto in tanto appoggiava il capo alla sua spalla, trovandovi rifugio e conforto. Attraversarono l’ultima strada vuota della città e si fermarono davanti a un edificio maestoso ed elegante. Un’insegna li aveva guidati attraverso la notte, i caratteri gotici splendevano nel buio a formare una parola misteriosa e rassicurante.

Kontinental.

L’orchestra suonava un tango struggente. Uomini e donne affollavano la pista da ballo. Seduti davanti a due tazze di caffè fumante nel bar dell’albergo, si guardavano e sorridevano. Era la loro ultima notte.

Allo scoccare delle ventitré, come a un segnale convenuto, egli si alzò, lasciò alcune banconote sul tavolino e si diresse alla toilette. Josefine si alzò a sua volta e uscì in strada. Iniziò a camminare e non si fermò quando sentì passi affrettati dietro sé. Egli la raggiunse e proseguirono insieme in silenzio. Svoltato l’angolo, fermarono un taxi che li condusse fino alla periferia della città. Da lì in poi proseguirono a piedi.

Le case si erano diradate da un bel pezzo e la città lasciava spazio alla campagna. Era ormai notte alta e la luna illuminava il loro cammino, gettando ombre argentee e gigantesche a lato della strada.

Si fermarono nei pressi di una cascina. Sul davanti era parcheggiato un autocarro carico di ortaggi. Qualcuno nella cabina fumava nell’attesa, sbuffando dense nuvole di fumo fuori dal finestrino. Non appena si accorse di loro, senza profferire parola, avviò il motore. Un lamento metallico, aspro stridore di ingranaggi contro altri ingranaggi, lacerò il silenzio della notte. Lentamente, tossicchiando e sputacchiando, il motore si risvegliò dal suo sonno meccanico e sbuffi di fumo azzurrino svaporarono dal tubo di scarico. Heinrich e Josefine montarono a bordo, il motore salì di giri e si allontanarono nella notte.

Dopo alcuni chilometri, un brontolio cupo solcò il cielo sopra le loro teste. Non era il mormorio del tuono, era qualcosa di più forte. Era un rumore fatto di tanti rumori e insieme formavano un rombo possente che si avvicinava e saliva di tono e intensità. Dieci, cento, mille aerei si libravano nella notte, come insetti notturni, in fitti stormi verso la città.

Si udirono sibili laceranti come urla di streghe e spaventose esplosioni. L’autocarro si arrestò sul ciglio della strada e i suoi occupanti scesero a vedere. Dalla città si levavano già alte colonne di denso fumo nero come la notte e gigantesche fiamme rossastre, vivide e abbacinanti, perfettamente visibili anche da dove si trovavano. Colonia ardeva, il suo corpo sventrato bruciava in una sola, inestinguibile fiamma.

Il vento caldo portò dalla città fino a loro il fetore insopportabile della carne bruciata, l’odore della fuliggine ed effluvi chimici e nauseabondi di esplosivi e di altre diavolerie create per dare la morte. E parve loro perfino di udire le urla di chi tentava di fuggire, o stava bruciando.

Pareva l’inferno.

Heinrich, Josefine e il camionista erano paralizzati da quella visione, un gruppo marmoreo scolpito da mani sapienti, statue biancheggianti di sale ai margini della strada, e sui loro volti danzavano allegramente le fiamme di Colonia. Quelle urla avevano toccato le loro anime a profondità tali che dubitavano della loro esistenza.

All’improvviso non si udì più nulla. Alte fiamme divoravano la città e si stagliavano invincibili contro il cielo nero in un assurdo silenzio. Forse il vento aveva cambiato direzione. Oppure Colonia si era estinta, evaporata in una sola terribile notte, insieme a tutti i suoi abitanti.

Risalirono sull’autocarro con ancora negli occhi le fiamme dell’inferno e nelle orecchie il frastuono di un inferno ancora più vasto: lamenti insopportabili di uomini e donne, di vecchi e di bambini, povera gente arsa viva. L’eco di un’umanità corrotta, vociante e miserabile, che ruzzolava nell’abisso.

Der tod kommt von oben.

Un’immagine balenò rapidissima davanti ai suoi occhi.

La morte arriva dall’alto.

La visione era tetra e mortuaria. Un aereo ronzava nel cielo scuro, sotto le sue ali pendevano raspi di bombe come grappoli di frutta avvelenata. E, sulla tela delle ali inferiori era dipinta quella scritta, in modo che si potesse leggere dalla terra per soggiogarla con il terrore, prima ancora che con le bombe.

Il cielo seminava la morte nelle pianure francesi.

L’aereo stesso, nero più della notte, con le sue croci, i teschi e le scritte in caratteri gotici, era più che un simbolo di morte, era la morte stessa venuta a mietere il suo raccolto con le falci scintillanti delle eliche.

Così gli era stato raccontato. Era il 1917 e suo padre era su quell’aereo. Neanche trent’anni e il cielo piangeva ancora lacrime di morte; a tremare sotto le bombe, stavolta, erano i tedeschi. Il male torna sempre indietro, come un’eco.

Josefine piangeva, singhiozzando fra le braccia di Heinrich, l’autista frenò bruscamente e saltò giù per vomitare.

«Scusate, scusatemi tanto» disse al suo ritorno, asciugandosi la bocca, con gli occhi orribilmente arrossati.

«Su, metta in moto, si sbrighi.» Heinrich si accorse che aveva pianto. «Andiamo via da qui.»

L’autista non se lo fece ripetere due volte, la notte si riempì di fumi azzurrini e l’autocarro ripartì rombando. Nella cabina calò presto il silenzio.

«Sembri sicuro del fatto tuo» disse Heinrich a un tratto. «Di’ un po’: non hai paura che ci fermino?»

«Conosco bene queste lande» fece il camionista. «So quali strade prendere e quali evitare. Quando ho cominciato a fare questo lavoro, ero così piccolo che per vedere la strada dovevo mettere un cuscino sul sedile. Ora lo devo mettere lo stesso il cuscino.» Sospirò. «Per via delle emorroidi.» E rise di gusto guardandolo dritto negli occhi. Anche lui rise e si rilassò contro lo schienale.

«Mi chiamo Heinrich.»

«E io sono Heinz. Heinz Becker» gli porse una sigaretta e ne accese una per sé. «Sai, io sono nato da queste parti, in un paese non lontano da qui e ho molti amici. Se ci dovesse capitare di fare qualche brutto incontro, so dove nasconderci.»

Josefine tossicchiò nel sonno e Heinrich le sistemò meglio il cappotto sulle spalle.

«Ma non credo che accadrà. Vi porterò sani e salvi dall’altra parte» aggiunse Becker tra le volute di fumo.

«Hanno requisito quasi tutte le automobili e gli autocarri,» continuò «ma il mio no, l’ho nascosto bene. Ma in fondo non do loro troppo fastidio. O forse gli fa comodo qualcuno che traffichi di qua e di là dal confine. Sai ne vedo di cose strane, cose che nessuno immagina.» Aspirò dalla sua sigaretta. «E così mentre voialtri ve ne state al fronte, a rischiare pallottole e granate, io vedo passare di qui le fortune dei generali. Quadri, pellicce, gioielli. Quanto ci ha guadagnato lo zio Adolfo in questa guerra!»

«Già, questa maledetta guerra» fece Heinrich pensieroso.

«Sì, proprio maledetta, hai usato il termine giusto» disse Heinz. «E sai qual è la soluzione?» Non aspettò la risposta. «La soluzione è che non c’è soluzione. E quando sarà finita, ormai saremo vecchi. E nessuno ne verrà fuori innocente, credimi, proprio nessuno. Né io né tu e neppure lei.»



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Hotel Vasteland - Capitolo VIII Prima parte




VIII

(Prima parte)


La notte volgeva al termine e il cielo si faceva sempre più chiaro a est. Josefine rabbrividì sotto il cappotto di Heinrich, lui le aveva tenuto la mano per tutto il tempo. Le strade fluivano deserte e silenziose sotto le ruote.

Il sole si levò fra le brume e prese ad arrancare verso la volta plumbea del cielo. Josefine, stremata, si era assopita reclinando il capo sulla sua spalla. Heinrich le liberò la fronte dai capelli. Dormiva come una bambina. Sulle sue palpebre si riflettevano immagini di sogni vividi e provvisori. Il pallido sole continuava la scalata verso lo zenit, il cielo e la terra si fondevano nella luce color del fango. Sorgeva un giorno rancido, putrefatto.

Heinrich ripensò a un sogno che aveva fatto. Sembrava un sogno ma non lo era. Era un giorno reale, un giorno fuori dal comune, ma così sbiadito e distante che sembrava appartenere ormai a un’era remota. Eppure, era trascorso soltanto un mese. Era una bella giornata di primavera e Colonia mostrava i suoi gioielli alla sua tenera luce. I profili degli edifici erano inondati di giallo cadmio e sui vetri delle finestre, il riflesso del sole era quasi insopportabile. Passeggiava per le strade della sua città, con il cuore leggero e palpitante di un giovane viaggiatore. Era tornato dopo molti mesi. Il suo corpo era fasciato da una divisa blu cobalto e il berretto inalberava l’aquila con l’antico simbolo del sole. Una ferita lunga e sottile, che partiva dalla base del femore e si apriva sulla sommità del ginocchio, gli aveva regalato molti giorni di ospedale e quel ritorno.

La città era rimasta come l’aveva lasciata quando era partito, essa si risvegliava lentamente, svogliata e intorpidita, ai suoi occhi. Aveva cercato subito la sua casa, ma aveva trovato la porta chiusa. Nessuno dei familiari era stato informato del suo arrivo.

Egli si pavoneggiava gonfiando il petto sotto la divisa e ammirando il suo riflesso nelle vetrine del centro. Erano linde e addobbate con cura, con fiori e lustrini e velluti, ma qualcosa stonava. Non c’erano le merci che avrebbero dovuto esporre e quel vuoto faceva male agli occhi, si faceva strada dentro le pupille roteando e vibrando con furia. Sentì che gli stava arrivando un gran mal di testa.

In quell’istante la vide.

Risaliva la strada venendogli incontro. Non seppe dire in seguito cosa lo colpì di lei, forse gli occhi, il suo sguardo particolare, oppure il volto, giovane ma al tempo stesso antico, come quello di una regina medievale. Incontrandosi spalla a spalla sul marciapiede, incrociarono lo sguardo per un breve istante, i suoi capelli lo sfiorarono, poi proseguirono il cammino, ognuno per la sua strada. Heinrich si fermò qualche centinaio di metri più avanti. Riecco il suo profumo, anche a quella distanza, era un aroma dolce e delicato, un sentore vagamente esotico. Doveva tornare sui suoi passi, doveva raggiungerla. E si voltò.

Era stata la vacuità del suo sguardo a colpirlo. Una sorta di vuoto nell’azzurro delle iridi. Ne ebbe quasi timore, ma sentì che doveva seguirla. C’era qualcosa in quello sguardo, in quegli occhi, c’era qualcosa che non riusciva a comprendere. Doveva tornare da lei.

Ma lei era lontana, a stento indovinava il suo profilo tra la folla e scoprì con stupore di non riuscire a ricordare il suo volto. I suoi lineamenti erano un mistero ammantato di ombre, il suo viso gli appariva multiforme e cangiante, come il volto triplice della luna e, come Selene, splendeva nella notte soltanto per lui. Ma Selene era lontana, tanto che temé di non poterla raggiungere.

«Mi scusi.»

Lei trasalì e si voltò.

Heinrich rimase a guardarla, senza poter profferire parola. La sua bellezza lo aveva preso alla sprovvista. Era quasi insopportabile.

Erano fermi all’ingresso di un palazzo, egli ne approfittò per lanciare un’occhiata all’interno. L’androne era inondato dalla luce e dove avrebbe dovuto esserci il pieno, c’era il vuoto. L’edificio era sventrato e non ne rimaneva che l’elegante facciata, intatta, che nascondeva un orrido e desolante groviglio di armature contorte e travi annerite dalle fiamme.

«Ci conosciamo per caso?» chiese con labbra rosee e piene come un frutto maturo.

«No, non credo, anche se mi sembra di conoscerla.» Heinrich si accorse che tremava.

«Che razza di risposta sarebbe?» Inarcò un sopracciglio a rimarcare la sua irritazione. Era irresistibile.

Egli capì che scrutava con ansia la sua divisa. «Mi perdoni, non volevo importunarla.»

«Ma insomma, cosa vuole da me?»

«Glielo dirò accompagnandola nella sua passeggiata. Se me lo consente…»

Per tutta risposta lei riprese a camminare. Heinrich la seguì, fiero di continuare il cammino accanto a quella donna, come se fosse un animale raro, ma al tempo stesso, ne aveva timore. Quella donna gli destava preoccupazione, gli provocava un curioso effetto di fascinazione e inquietudine, una ridda di emozioni contrastanti. S’incantò a guardarla e rimase un po’ indietro. Perché si sentiva come un calzino rovesciato, perché sentiva pulsare così forte il suo cuore? Perché si sentiva uno stupido in uniforme? Più la guardava, meno ci si raccapezzava. E intanto nessuna risposta trapelava dal suo viso. È un’arte difficile dedurre dai volti altrui le nostre emozioni.

A spasso con lei, Heinrich si rese conto che la città non era più la stessa. All’improvviso si aprivano spazi immensi, slarghi fra le strade e i palazzi, che non ricordava di avere mai visto. Ben presto comprese che non erano state inaugurate nuove piazze in sua assenza. I bombardamenti avevano diradato gli edifici, alterando i profili familiari della sua città, tanto che non riconobbe il quartiere in cui si trovavano. Colonia era andata a fuoco e ora gli mostrava un po’ alla volta le sue ferite. Tutta la baldanza e l’allegria del mattino erano gradualmente svanite e avevano lasciato il posto a una viva apprensione. Il cuore gli si strinse in una morsa d’angoscia. Sperò che i suoi genitori fossero salvi e in buona salute.

«Le chiedo scusa, non mi sono ancora presentato. Sono proprio un villano.» Le porse la mano. «Mi chiamo Heinrich.»

«Josefine» disse lei con un tono di voce così basso che a stento fu udito.

Camminarono un tratto in silenzio, durante il quale si accorse che lei gli lanciava rapidi sguardi in tralice, lampi azzurri fra le ciocche di capelli, ma quando lui provava a cercare i suoi occhi, ella distoglieva lo sguardo.

«Questi sono gradi da ufficiale?» Josefine indicò le maniche della divisa.

«Le mie sudate strisce d’oro da tenente di vascello.»

«È in città per una licenza?»

«Sono stato ferito e mi hanno concesso di tornare a casa per qualche giorno, a completare la guarigione» fece Heinrich toccandosi la coscia. La ferita prese a fargli male proprio in quell’istante.

«Questo è il nastro dei feriti di guerra.» Mostrò la bianca decorazione che spiccava sul blu oltremare della giacca.

«Mi dispiace» fece lei. «Ma vedo che ora sta bene. Com’è successo?»

La squadra navale scivolava maestosa, superba, invincibile sulle acque verdi e placide del Mare del Nord. Dieci cacciatorpediniere fendevano il mare, grigi d’acciaio scintillante. Presto i loro ventri di metallo avrebbero vomitato migliaia di corpi estranei sulle spiagge di Scandinavia. Soldati in feldgrau, armati fino ai denti. L’invasione stava per cominciare.

Dal ponte di comando della Heidkamp si dominava tutto il mare. Heinrich si sentiva al sicuro lassù. Le navi filavano leste lasciandosi dietro lunghe scie e plasmando nell’acqua cupi vortici che stentavano a richiudersi. Già si scorgeva la terra al confine del fatuo orizzonte, il mare si apriva in miriadi di fiordi, sui quali si levavano alte e ripide vette, le cime ricoperte di neve.

L’aria era gelida e tutto era pronto. Ogni cosa al suo posto, le navi, i cannoni, gli sguardi entusiasti dei soldati. Il nocchiere teneva la rotta con mani salde, stringendo forte fra le dita la ruota del timone. Niente poteva fermarli, niente. E la terra del tuono e del ghiaccio sarebbe stata loro.

Le navi si disposero in formazione aperta e si avvicinarono alla costa. In quel punto la terra rientrava in una lunga e stretta baia che il mare penetrava in profondità. La Heidkamp e la Diether von Roeder allinearono i larghi fianchi come donne baldanzose e intraprendenti, disponendosi alle operazioni di sbarco. Il resto della squadra navale si schierò al largo a formare un velo di protezione. E già sulle navi incombevano torreggianti e screziate le erte creste, come antiche divinità a guardia del fiordo, e già le loro ombre allungavano dita nere sulle coperte e le sovrastrutture dei vascelli, che si udirono colpi di cannone.

Una nave da guerra norvegese era sbucata dal nulla e aveva preso a cannoneggiare dall’ombra le navi. Altri vascelli apparvero come fantasmi all’imboccatura della stretta baia e aprirono il fuoco.

Lampi accecanti e fiammate rossastre spuntarono sulla bocca dei cannoni e l’aria prese a vibrare. Proiettili di grosso calibro sibilavano da ogni parte. Le bordate erano fitte e ben raggruppate. Una salva raggiunse l’acqua a breve distanza dalla Heidkamp e la fece traballare. Heinrich si aggrappò alle strutture della plancia per non cadere. Il comandante urlava ordini a destra e sinistra. Ormai erano stati scoperti.

I motori del cacciatorpediniere ruggirono, salendo di giri con profondi lamenti e la nave manovrò per rispondere al fuoco. Esplosioni tremende la fecero tremare fin nelle stive. I suoi cannoni avevano preso a vomitare fiamme e piombo sui vascelli nemici.

Vi fu un lampo abbagliante, come se fosse caduto il sole in quelle acque nere e un’esplosione folle, gigantesca, inconcepibile gli strappò quasi via i timpani.

La Diether von Roeder era stata colpita. Il ponte era stato spazzato via e al suo posto vi era un’enorme voragine scura, da cui salivano gigantesche lingue di fuoco. Vide marinai in fiamme buttarsi in mare dalle fiancate della nave, vide corpi a pezzi, brandelli di persone, uomini divisi a metà e le due parti scagliate a grande distanza l’una dall’altra, una fine illogica.

Heinrich non sentiva più nulla. Tutto si svolgeva nel più assurdo silenzio.

La nave ardeva nel suo inferno privato ed era squassata da esplosioni spaventose. Le strutture metalliche gemevano e sfrigolavano nel calore. Poi, lo scafo si spezzò, i due tronconi si levarono al cielo come per profferire oscure minacce e colarono a picco.

L’acqua era ricoperta di cadaveri. Soldati e marinai, con le membra devastate e i volti sfigurati, galleggiavano insieme a rottami incendiati di ogni specie.

Josefine non osava fiatare. Quella storia aveva sconfitto ogni suo piano di difesa, lo sconosciuto aveva vinto. Non le restava che arrendersi e lasciarsi trafiggere dalle emozioni. Sul suo volto, bello e altero, si frangevano le ondate impetuose delle sue parole. Presto cominciarono a scendere le lacrime. Heinrich credeva di essere un buon narratore e perciò continuò a raccontare.

Chiuso nel ponte di comando, non ebbe neppure il tempo di rabbrividire di fronte a quel disastro, che un’esplosione immane parve perforare lo scafo da parte a parte. Heinrich fu scagliato via. Si rialzò sconvolto nel fumo nero, la coscia sinistra gli doleva e sanguinava copiosamente, ma si sporse fuori per vedere cosa fosse accaduto. La Heidkamp era stata centrata. Dalla poppa si levavano alte fiamme e urla disumane. Si udirono miriadi di esplosioni in rapida successione e poi detonazioni più gravi di tono che scossero la nave fino alla chiglia. Senza dubbio era stato colpito il deposito delle munizioni, che stavano deflagrando l’una dopo l’altra. Heinrich si rese conto solo allora che il ponte di comando era pieno di cadaveri. Perfino il timoniere in piedi al suo posto era morto, anche se stringeva ancora il timone fra le dita bruciacchiate. Si slanciò alla porta di dritta, ma questa si era fusa con la struttura della plancia e non voleva saperne di aprirsi. Cercò allora di andare dall’altra parte, ma inciampò e cadde fra i morti. Volti dilaniati, che non riconosceva più, lo fissavano con cattiveria, bocche orrendamente spalancate sghignazzavano il loro odio perché era ancora in vita. Si rialzò in piedi, ma cadde ancora. Una mano si era chiusa intorno alla sua caviglia e lo tratteneva. La stretta era forte e lottò per liberarsene, senza capire se chi lo teneva fosse ancora in vita o soltanto un povero corpo irrigidito dal rigore della morte che voleva trascinarlo in fondo al mare insieme a lui.

Solo con enormi sforzi riuscì a liberarsi e fuggire verso un rettangolo di luce, che si rivelò la porta di babordo. La luce della salvezza. La nave si era inclinata da quel lato e quel chiarore veniva dal mare. Oltrepassato il portello, scivolò nelle acque gelide e scure e perse i sensi.

Quando si risvegliò, la Heidkamp era affondata e seppe che era uno dei pochissimi sopravvissuti. Non si era salvato neppure il comandante. Egli, invece, era stato ripescato da una nave che era scampata al disastro. Aveva perso molto sangue, la sua gamba era in condizioni pietose e sulle prime l’avevano addirittura dato per morto, ma il medico di bordo si era accorto che un debole respiro albergava ancora in lui e l’aveva restituito alla vita.

L’occupazione della Norvegia era fallita e i canti allegri e baldanzosi della truppa si erano tramutati in carmi di morte.



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Hotel Vasteland - Capitolo VIII 2 parte




VIII

(Seconda parte)


Il sole aveva da molto oltrepassato il culmine della cupola dorata del cielo e si apprestava a percorrerne la parabola discendente. Rapiti dalla narrazione, non si curavano più dello scorrere del tempo. I loro volti, accesi e infiammati, riflettevano l’incendio del tramonto. Un lontano orologio chiamò l’ora.

«Ora devo proprio tornare a casa. Grazie per avermi fatto compagnia.»

«Spero che non sia un addio, ma un arrivederci.»

«Non so. Gli addii e gli arrivederci sono a volte molto simili nelle intenzioni.»

«Credo di non aver compreso.» Heinrich si accorse di un luccichio ondeggiante sul petto della giovane, proprio nell’incavo fra i seni.

«Non importa» tagliò corto lei. «Buona giornata.»

Il luccichio sembrava prender forma di rette e punte. Egli guardò meglio. Le linee e i vertici formavano un triangolo. Anzi, a ben vedere, i triangoli erano due, l’uno incastrato nell’altro.

«Arrivederci» disse ormai alla sua schiena e alla sua ombra che si allontanavano.

Qualche oscuro mistero si celava nel profondo dei suoi occhi, ne era certo, e quell’arcano inspiegabile si era impadronito della sua stessa essenza, della sua volontà, della sua vita e gli impediva di mettere a fuoco il mondo.

Ma come per l’inusitato effetto di una formula alchemica, il bizzarro rompicapo di vertici, rette e triangoli si ricompose nella sua mente e fra i suoi seni apparve una stella d’oro. La stella di David.

Se fosse stato un altro, avrebbe lasciato perdere quella donna, sarebbe fuggito a gambe levate, l’avrebbe evitata come si evita un pericolo imminente. Ma egli non era nessun altro e non poteva più fuggire, e già aveva dimenticato il mondo, la guerra, i suoi cari, i suoi doveri. Non gli importava più nulla, neanche di se stesso. Doveva vederla ancora, doveva sapere tutto di lei, nei minimi particolari. Voleva che le più piccole e insignificanti cose che facevano parte del suo mondo fossero anche le sue e che i tormenti che la opprimevano opprimessero anche lui.

E sopra ogni altra cosa, desiderò che lei gli appartenesse.

Restò a guardarla fendere la calca sui marciapiedi, la sua figura diventare sempre più piccola finché non si dissolse nella folla. Egli sentì il vuoto dentro, un vuoto che, sapeva, difficilmente sarebbe stato colmato.

Ma si mantenne fermo nella sua risoluzione. Il giorno successivo si svegliò di buonora, si rase con maggior impegno del solito e scelse con cura il suo abbigliamento. L’attese dall’altra parte della strada, in un bar di fronte al suo portone. Brandelli di conversazioni di cui captò solo alcune parole, un cicaleccio popolare come rumore di fondo, vibrazioni a bassa frequenza su cui cavalcavano singolari note di testa e di cuore. Infilò le mani in tasca, rade monete vociarono al suo tocco. Ordinò un caffè e cercò di farselo bastare. Qualcuno gli rivolse la parola. Senza divisa, era un uomo come gli altri.

Ed eccola al tramonto uscire finalmente dal portone, attraversare la strada, ticchettando sui suoi tacchi a testa bassa e finire proprio fra i suoi piedi. Egli se la ritrovò quasi fra le braccia. Josefine sollevò il viso trattenendo tutto il suo stupore.

Heinrich smise di respirare. Era così semplice e puro il rossore dipinto sul suo volto, così incolpevole l’azzurro dei suoi occhi. Era così bella.

Non avrebbe potuto sperare di meglio. Proprio quando cominciava a credere che non avrebbe mai più visto quella donna, lei gli era caduta in braccio.

«Buonasera!» Heinrich sorrise.

«Buonasera.» fece lei risistemandosi il cappellino sui capelli ondulati.

Sapeva di alberi di cipro, di mirto e brezza di mare. Era come se il profumo venisse dalla sua bellezza, dalle profondità della sua stessa anima. Il suo odore sovrastava il profumo della sera e si scioglieva nell’aria come un canto.

Josefine prese a discorrere. Heinrich l’ascoltava in silenzio, non osava fiatare, non osava interromperla. Era bella la sua bocca mentre partoriva le parole. Il volto era trasparente e puro come il vetro. Le emozioni nascevano sotto la pelle anticipando la natura dei pensieri e le espressioni si formavano sul suo viso come increspature sulla superficie del mare. Rimase incantato dalla danza delle mani che accompagnava i passi salienti del suo parlare, degna della principessa Salomè. Era una donna intelligente, di raffinata cultura. Ogni cosa l’affascinava. Era attratta dai più disparati argomenti nel campo dell’arte e della letteratura, della filosofia e della religione. Parlarono molte ore senza prestare attenzione al loro cammino, finché non si ritrovarono in un quartiere popolare.

Le mura grigie e scrostate dei palazzi incombevano da ogni parte. Si faceva sera e le ombre si allungavano su di loro con neri artigli. Josefine tacque e la sua figura già minuta parve farsi ancora più piccina. Si accostò a lui ed egli d’istinto le cinse le spalle come per proteggerla da quelle ombre e l’attirò a sé. Josefine si lasciò condurre ed egli sentì il profilo ondeggiante del suo corpo aderire perfettamente al suo.

Davanti ai portoni, negli anditi, sui marciapiedi e per strada, bambini magrissimi, emaciati, indignavano la vista con i loro capelli incrostati, i volti sporchi e le mani unte con le unghie contornate di nero, come se le avessero affondate per gioco nel carbone della notte.

Erano immobili e silenziosi, lo sguardo vuoto, assente. Uno spettacolo anomalo, un coro pallido e silente al termine di una tragedia. Faceva male al cuore. Sulle gote smunte di alcuni di loro lo sporco si era sciolto in lunghe scie al passaggio delle lacrime. Probabilmente non toccavano cibo da giorni. La miseria e la disperazione aleggiavano sul quartiere come spettri inquieti.

Una voce si levò nell’ombra.

Shemà Israel

Adonai eloheinu

Adonai ehad

baruch shem kevod malkhuto leolam va’ed…

Le parole si spensero in singulti. Una donna piangeva. Josefine sollevò il viso. I suoi occhi erano pieni di lacrime.

«Siamo così pieni di miseria, questa guerra ci rende poveri dentro» disse Heinrich.

«Non possediamo più nulla, vero?»

«Noi non possediamo più nulla, neppure il tempo.»

Da una finestra aperta una musica si spandeva lieve nel crepuscolo. Gli parve di averla già sentita, anzi, fu quasi certo di averla riconosciuta. Era, con ogni probabilità, una sinfonia di Brahms, un andante largo e maestoso. Quelle note sapevano di morte e disperazione, di dolcezza e rassegnazione e si dissolvevano nella malinconia e nel rimpianto. Ebbero freddo, rabbrividirono e, stupiti, si cercarono. Si trovarono nell’androne buio di un palazzo, tremanti per l’emozione e il pericolo di essere scoperti.

Lei affondò il viso nella sua spalla e al sicuro fra le sue braccia si lasciò andare a un lungo pianto, singhiozzando come una bambina. Anche Heinrich avrebbe voluto piangere, ma non ci riuscì e tenendo fra le braccia quella donna, ripensò ai morti dilaniati, ai cadaveri gonfi che galleggiavano come orrende boe. Riascoltò le urla, il crepitare delle mitraglie, le esplosioni assordanti, il rombo urlante dei bombardieri appesi al cielo livido e duro come il ferro. E le bombe fischiavano allegramente, seminando il panico tra le fila gloriose dei soldati, nell’orrido ruggito di esplosioni che scagliavano in aria poveri corpi in pezzi, come giocattoli rotti. Giovani pieni di vita, che respiravano e parlavano e piangevano. E avevano paura.

E intanto la musica andava e andava e non voleva smettere di andare lieve e mesta per le strade e per i vicoli e salire fino ai piani più alti dei palazzi, fino alle nuvole immobili in ascolto e sempre più in alto, a toccare le stelle e farle piangere, perché quella musica era il grido di dolore dell’umanità tutta intera, il pianto mesto e rassegnato della terra.

Il grammofono gracchiò e tacque. Heinrich pensò che anche se non era Brahms, chiunque aveva scritto quella musica sapeva bene cosa fossero il dolore e la disperazione.

Josefine gli si strinse addosso. A lui parve di sentire le voci argentee delle stelle. La baciò e senti sulle labbra il lieve sfiorare dei petali di un fiore.

Si salutarono sulla soglia di casa sua, giurando di rivedersi l’indomani.

Heinrich passeggiò ancora nella notte, felice come non era mai stato. Sentiva il suo profumo pulito e delicato, l’odore di boschi fragranti e umidi. Vagò per tutta la notte, non avrebbe potuto addormentarsi per nessuna ragione al mondo. Quella notte era così bella che non doveva essere sciupata, non poteva permettersi di perderne anche un solo istante dormendo.

Si levò il sole ed egli andò sotto casa sua ad aspettarla. L’attese per tutto il giorno in strada, ma lei non si fece vedere, l’attese per tutta la notte, ma di lei neppure l’ombra. Venne l’alba e lui era ancora lì, sotto il portico, davanti al suo portone. Bussò, ma nessuno rispose. Chiese di lei a tutti i passanti, ma sembrava svanita, inghiottita dalla terra. La cercò per le strade e per le piazze, nei luoghi in cui erano stati insieme e in quelli che non conosceva, ma lei non c’era. Alle prime ombre della sera il dolore alla gamba si fece insopportabile e se ne tornò al suo albergo. Aprì la valigia e trovò quello che cercava.

Una piccola scatola di latta. Alcune lettere gotiche stampigliate sul coperchio proclamavano che era di proprietà del Ministero della Guerra. Egli l’aprì e ne estrasse una piccola fiala. Morfina. Nella scatola ce n’erano abbastanza da stendere un cavallo per un anno, ma all’ospedale gli avevano detto di non assumerne più di una alla settimana. Il contatto dell’ago sulla pelle lo fece rabbrividire, ma si lasciò trafiggere. Si distese sul letto e chiuse gli occhi, mentre un piacevole tepore si propagava rapido nelle sue membra.

Lei non viene. Non conosce la strada per la porta del cuore.

Lei non viene. Non possiede la chiave per la porta del cuore.

Custodiva il sorriso dell’attesa come un tesoro, lo serbava per fargliene dono. Apparecchiò la stanza con cura e si preparò a riceverla. Il suo cuore palpitava forte a ogni rumore. Sentì passi in corridoio venire verso la sua porta. Si sistemò i capelli e la camicia per piacerle. I passi indugiarono e poi proseguirono. Trascorse una quantità di tempo che non seppe calcolare. Stava per prendere il soprabito e uscire di nuovo, quando la porta si aprì.

Era venuta profumata di pioggia e patchouli e l’aria fresca danzava sui suoi capelli umidi. Era stato soltanto un involontario succedersi di spiacevoli contrattempi a trattenerla, o aveva dubitato fino all’ultimo di lui?

Stava sulla porta, indecisa se oltrepassare la soglia di quel mondo nuovo, inspiegabile, di quel mondo in penombra, eppure così bello e misterioso, o se restare dalla sua parte di confine, nel mondo di tutti i giorni, confortevole e conosciuto.

Josefine non decise.

Fu lui ad attrarla a sé, a baciare la sua bocca, schiusa come un fiore. Lei era rigida, spaventata e si faceva scudo della debole armatura delle braccia incrociate sul petto. Heinrich sussurrò il suo nome fra i suoi capelli, sulla sua pelle, tante volte. Adorava pronunciare il suo nome, piacque anche a lei.

Erano corpi opposti, in antitesi, anti-corpi. Le braccia si distendevano, le mani si avvicinavano, cercando un contatto, ma bruscamente si ritraevano, senza essersi sfiorate, come se intuissero il freddo all’interno dei loro corpi, il gelo dentro i cuori. Erano come morti.

Era spaventoso.

Le teste si voltarono, lentamente, non nello stesso istante. E la bocca raggiunse l’altra bocca. Egli sentì il respiro vicino al suo, così simile al suo. Regolare, rassicurante. Il fiato. Tiepido, tenue. Denti morsero labbra in attesa. Labbra si ritrassero e scoprirono tesori nascosti, perle incastonate in sorrisi inevitabili. Profezie di lingue vagavano, tracciando contorni sconosciuti.

Egli copriva quel corpo con il suo, come una coperta pesante per l’inverno, come un sudario. Come un’ombra. Le loro membra erano radici che affondavano nella terra nuda e suggevano linfa vitale per i loro corpi liquidi. Erano reclusi in un cono di luce, prigionieri di loro stessi. Per sempre. Rinchiusi, intrappolati fra l’ombra e l’ora, esiliati in un luogo inaccessibile, tra il letto e il destino, che esisteva soltanto nei sogni. O nei peggiori incubi.

Josefine affondò gli occhi nei suoi, Heinrich li sentì penetrare a fondo, passarlo da parte a parte, e rabbrividì. Erano come artigli, stiletti affilati che straziavano la sua carne. Sentiva tutto il suo dolore, lo sentiva forte, nelle viscere e nel cuore. La strinse fra le braccia e sentì che tremava.

La stanza era nuda e silenziosa. Desolazione e smarrimento. Odore della notte. Era quello il momento, egli lo sapeva, quando la tenebra sa di volgere al termine, di aver oltrepassato il suo equatore. Il cuore della notte. In quell’istante capì che aveva cominciato ad amarla. In quell’istante capì che aveva cominciato a morire.

Josefine chiuse gli occhi. Cullandosi l’uno nell’altra si scoprirono, sorprendendosi della reciproca scoperta.

Fuori pioveva. Il rumore della notte giungeva fino a loro dal filtro delle mura, dalle finestre cieche e sbarrate. Lei piangeva, sommessamente, come un canto. Piangeva di un dolore smarrito e ritrovato. Piangeva a occhi chiusi di una felicità che le faceva male, perché le era ignota. Piangeva, perché piangeva lui.

Era buio là fuori, oltre il baluardo delle mura, oltre il confine delle loro ombre. Pioveva a dirotto. Notte e pioggia cadevano insieme, inghiottite dalla terra avida e assetata. Le nubi cantavano con la loro voce greve. Tramontava la luna, figlia della notte.

Heinrich si svegliò all’improvviso. E lei non c’era più. Da quanto? Un’ora, due, forse tre? E già non ricordava più il suo volto. Ebbe paura di averla persa per sempre.

Gli passarono davanti migliaia di volti di donne, ma quello che cercava non riusciva a trovarlo. Il suo viso era come se fosse composto da tutti i tipi di occhi, di orecchie, di nasi e di bocche del mondo. E tutte le sfumature di iridi e di capelli e di pelle di questo mondo sfilarono davanti ai suoi occhi. Ma essendo il volto di tutte le donne, non era il volto di nessuna donna.

E ogni volta che pensava a lei, il suo viso era soltanto una macchia confusa.



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Hotel Vasteland - Capitolo IX Prima parte




IX

(Prima parte)


Heinrich si svegliò. Non si era accorto di essersi addormentato. Si era smarrito ai confini di un sogno, un delirio onirico nel quale Josefine era scomparsa e lui non riusciva neppure a ricordare il suo volto. Ma Josefine era accanto a lui, era sempre stata accanto a lui, forse aveva vissuto tutta la sua vita dentro lo stesso sogno. Tuttavia qualcosa l’aveva ridestato. Becker gli scuoteva una spalla, mostrandogli un vecchio cartello stradale arrugginito, piantato ai margini di un largo incrocio. Heinrich gli diresse un’occhiata interrogativa.

«Zevenaar.»

«Siamo già in Olanda?»

«Sì.» Becker sorrise. «È andato tutto bene, come ti avevo promesso.»

Poco dopo, sopraggiunse un lamento insopportabile e l’autocarro si arrestò. Josefine si svegliò stiracchiandosi le membra. Erano nei pressi della stazione ferroviaria.

I tre si guardarono negli occhi per un lungo, interminabile minuto.

«Non so come ringraziarti» disse alla fine Heinrich. Josefine abbassò il finestrino e si sporse a guardar fuori con cautela. Poi socchiuse lo sportello.

«Sciocchezze» disse Becker e gli porse un biglietto. «Cerca questa persona, vi aiuterà. E state attenti, mi raccomando.»

Il rumore del traffico penetrava dallo sportello aperto a infrangere la quiete ovattata della cabina di guida. Scesero. Dall’autocarro giunse loro un cenno di saluto. Ritti in piedi sulla banchina, come viaggiatori qualunque, lo guardarono allontanarsi nel fumo azzurrognolo dei gas combusti, finché scomparve.

Il treno arrivò puntuale, preannunciato da un fischio assordante e si fermò sbuffando come una caffettiera. Josefine si strusciò affettuosa sulla sua spalla. Il controllore verificò i biglietti senza prestar loro troppa attenzione. Heinrich scambiò con lui alcune battute sul tempo. La piatta campagna olandese si stendeva a perdita d’occhio fuori dal finestrino. Erano distanti mille miglia e mille anni dalla Germania e dalla guerra.

Josefine stirò le membra e sorrise. Egli le circondò le spalle con un abbraccio e le baciò la fronte. «Ce la faremo, vedrai.»

Lei rispose con un bacio e un sorriso.

Il treno ebbe un sussulto e lo stridore atroce e lancinante dei freni lacerò loro i timpani. Il convoglio agonizzava in un moto lentissimo e con un ultimo fiacco rantolo si arrestò completamente. Heinrich si sporse dal finestrino. Si trovavano in aperta campagna e non vi era traccia di stazioni o di centri abitati. Temette un attacco aereo e stava per dire a Josefine di accucciarsi dietro i sedili, quando un’automobile giunse sferragliando sulla ghiaia e si arrestò accanto al treno fermo sulla massicciata. Ne discesero quattro individui intabarrati in lunghi soprabiti scuri, le tese dei cappelli tirate fin sugli occhi. Salirono a bordo. Gli venne fortissima la tentazione di saltare giù dal treno e mettersi a correre a perdifiato nella campagna, tirandosi dietro Josefine, ma non fece neppure in tempo a prenderle la mano che, con un sibilo acuto, il convoglio ripartì, precludendo loro anche quella via di fuga.

In fondo al corridoio gli uomini in nero si avvicinavano, controllando documenti e facendo domande ai passeggeri. Heinrich la guardò negli occhi e poiché non v’era il tempo di dire nulla, cercò di infonderle in quel modo tutta la sua calma e la sua forza.

«Buongiorno signori. I vostri documenti, prego.»

Heinrich salutò con un rapido cenno del capo e presentò i passaporti.

Un componente della nera brigata si posizionò nei pressi del sedile, impedendo il passaggio e guardandoli così fisso negli occhi, che furono certi che neanche la più lieve colpa annidata in fondo alle loro anime gli sarebbe sfuggita.

Josefine non respirava neppure, ma egli la sentì tremare.

«Il signore e la signora Dammerschlaft di Colonia» disse dopo aver esaminato a lungo i documenti. «Oh pardon, avrei dovuto dire il dottor Dammerschlaft.»

Egli cercò di assumere il contegno più solenne possibile.

«Vedo che siete freschi sposi. In viaggio di nozze, suppongo?»

«Precisamente.» Il falsario aveva fatto proprio un bel lavoro. Lo benedisse mentalmente. Aveva fatto diventare Heinrich un medico, Josefine un’insegnante di musica e, già che c’era, li aveva uniti in un matrimonio mai celebrato.

«Allora, vogliate gradire i miei omaggi e l’augurio di un meraviglioso soggiorno in Olanda.»

Heinrich si lasciò andare contro lo schienale, guardò Josefine e le baciò la mano ancora tremante. Lei sorrise e una felicità incontenibile parve nascere dall’immensità dei suoi occhi cerulei, e strinse forte la sua mano.

«Ti preparerò i kreplech e accenderò per te le candele del sabato.»

«Non sono religioso» sospirò. «In realtà, non credo che esista alcun Dio.»

«Heinrich, no! Non devi dire così.»

Egli preferì non replicare. Abbandonò la testa sul sedile e si sentì bene. E questo gli bastava. Il sole era alto e riscaldava il vagone. Alcuni passeggeri conversavano in una lingua dolce e garbata, un distinto signore con gli occhiali cerchiati d’oro leggeva placido il suo giornale, due o tre bimbetti biondi schiamazzavano allegramente, sciamando su e giù per il corridoio, come rondini in un flusso di vento caldo. La campagna olandese era una donna che si stendeva languida al sole, godendo delle sue carezze e se mai un tempo era esistita la guerra, essa era ormai un ricordo sbiadito e lontano, un sogno spaventoso, quasi del tutto dimenticato.

Heinrich già benediva in cuor suo l’Olanda, quando vide che in fondo al corridoio si era formato un capannello. Due degli uomini vestiti di nero parlottavano concitati con il controllore. A questi si aggiunsero ben presto gli altri due e iniziarono a far cenni e a guardare con insistenza nella loro direzione. Poi, come se avessero preso una risoluzione, si mossero tutti insieme. Mentre si avvicinavano, udì qualcuno chiedere: «Dove ha detto che sono diretti?»

Heinrich si sentì perduto. Ebbe la certezza che erano stati scoperti. Ma cosa fare? Dove fuggire?

Lo sparuto gruppetto si avvicinava, il controllore gli fece dei cenni da lontano. «Mi scusi, può mostrarmi ancora una volta i biglietti?»

Il suo cuore mancò un battito e sentì defluire il sangue dalla faccia, lasciando al suo posto una pallida maschera.

«Herr Dammerschlaft, herr Dammerschlaft!» strillò il tale che gli aveva controllato i documenti.

Doveva fare qualcosa, ma che cosa?

In quel momento, il treno lanciò un fischio acutissimo, il suo ritmo sferragliante prese a scemare e rallentò la sua corsa. Erano vicini a una stazione.

«Presto Josefine, presto, non dire nulla e seguimi, svelta!»

Le prese la mano, lei afferrò la valigia e corsero verso l’uscita.

«Dottor Dammerschlaft, dottor Dammerschlaft, si fermi, prego!»

Il convoglio si arrestò alla stazione e saltarono giù. Sul binario accanto stava arrivando un altro treno. Heinrich strinse forte la mano di Josefine e corsero insieme attraverso i binari. Il treno sferragliò spaventoso, in un vento assordante e li mancò d’un soffio. Non si voltarono indietro e continuarono a correre. Il treno intanto si era fermato e vomitava una folla di passeggeri dai vagoni. Erano per lo più contadini, le donne portavano cassette di ortaggi in bilico sulla testa e gli uomini casse più grandi traboccanti di frutta e gabbie piene di conigli e di galline. C’era una grande confusione e la stazione ne fu invasa in pochissimo tempo. Un’orda torbida e multiforme, la turba composita e variegata delle campagne, il rigurgito delle città in tempo di guerra. Heinrich e Josefine furono risucchiati dalla marea umana e finirono per confondersi in mezzo a quell’umanità varia e semplice, odorosa di terra e di bestiame.

Si nascosero nell’ombra, fra le colonne di un porticato, ansanti e impauriti. Ma nessuno aveva potuto seguirli in quel marasma. Heinrich la strinse a sé e la baciò. Josefine, incerta e sconvolta dalla corsa, si arrese ai suoi baci. Poi si presero per mano e, come due studentelli che avevano marinato la scuola, s’inoltrarono per le vie della città vecchia. Utrecht era splendente e l’altissima torre del duomo svettava nel sole. La città era intatta, la guerra non l’aveva neppure sfiorata. Erano salvi.

Si incamminarono per i portici e il passaggio dalla luce calcinata della piazza alla penombra li rese temporaneamente ciechi. Josefine indovinò dall’odore la presenza di una libreria. Entrò e prese a scorrere le dita sulle costole di libri polverosi, sulla carta antica, ingiallita dal tempo, sulla quale resistevano ancora, aggrappate alle fibre con gli accenti, i punti e le virgole, le parole.

La bottega era angusta, ma zeppa di volumi, le pareti erano incastonate di libri. Tomi dagli argomenti più disparati erano ammucchiati sul pavimento in pile alte quasi quanto un uomo. Vi erano testi universitari, opere di scrittori olandesi pressoché sconosciuti e dimenticati nel buio e nella polvere, trattati di filosofia e di estetica, volumi illustrati di pittura fiamminga. Alcuni erano molto vecchi.

Heinrich rimase sulla soglia, scrutando guardingo la vasta piazza oltre il colonnato.

Josefine lo chiamò.

«Una volta ero una lettrice accanita.» Sospirò. «Sembra passato così tanto tempo, quasi una vita intera, e invece era soltanto la settimana scorsa.»

Heinrich le prese una mano e le accarezzò la guancia, ma non riuscì a impedire che una lacrima si affacciasse dal blu dei suoi occhi.

«Posso esservi utile?»

Trasalirono. La domanda era stata posta da un vecchio dall’aria stanca. Nell’oscurità della libreria non l’avevano notato. La sua figura incurvata si confondeva fra le cataste dei libri, il suo viso era simile alla carta stantia e raggrinzita dei suoi volumi. Si sarebbe detto che fosse vecchio quanto i libri che vendeva.

«Diamo un’occhiata, se non le spiace.»

«Certo, certo, fate… fate pure» rispose il libraio. «Questi vecchi libri non interessano più a nessuno.» Guardò con aria afflitta il pavimento sporco.

«Ma no, si sbaglia» disse Josefine. «Questi volumi sono molto interessanti.»

«Lei trova?»

«Sì, per esempio, questo sulla pittura rinascimentale è molto bello.»

«Mi scusi» si intromise Heinrich. «Ci può dire come possiamo arrivare ad Amsterdam?»

«Ad Amsterdam…» fece il vecchio cogitabondo, poi il suo volto s’illuminò. «Ma certo!» Consultò l’orologio da taschino. «Ci dovrebbe essere un treno in partenza adesso…»

«Temo che non riusciremo mai a prenderlo» lo interruppe Heinrich.

«Dunque, potreste andare con il torpedone, non è molto confortevole, però…»

«Il torpedone andrà benissimo.»

«Parte a mezzogiorno in punto, ma è dall’altra parte della città. Forse se vi affrettate…» E le sue parole già si spegnevano nel vento dei loro piedi veloci per le strade di Utrecht.

«Aspettate, aspettate!» Il vecchio li raggiunse trafelato con un grosso volume fra le mani.

«Mi dispiace.» Josefine sorrise con dolcezza. «Non possiamo permetterci di acquistarlo.»

«Ma non voglio venderlo. È un omaggio, lo prenda. Sono sicuro che lei saprà apprezzarlo più della polvere della mia libreria.»



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