martedì 20 settembre 2016

Hotel Vasteland - Capitolo IX Seconda parte



IX

(Seconda parte)



Il tomo passò dalle mani aggrinzite del vecchio libraio a quelle morbide e lisce della donna, che lo aprì e ne sfogliò alcune pagine. Oltrepassata la soglia d’ombra della libreria sembrò quasi che il volume riprendesse a vivere alla luce del sole, che i dipinti raffigurati sulle sue antiche pagine riemergessero dalla densa patina del tempo e i colori riguadagnassero intatte la vitalità e il vigore perduto.

Era l’opera sul Rinascimento italiano.

Josefine strinse fra le sue le mani fredde e tremolanti del vegliardo e la sua bocca si schiuse in un sorriso colmo di gratitudine.

«Vi auguro buon viaggio» disse rientrando nel suo negozio.

Heinrich se la tirò dietro. Non c’era più tempo, dovevano correre se volevano partire. Il libro si aprì su una pagina a caso. Vi era raffigurata la Fuga in Egitto del Tiziano.

«Credi che se ne sia accorto?»

«Che stiamo fuggendo? Credo di sì.»

La strada si srotolava come un nastro impolverato sotto le ruote delle biciclette. Ai suoi margini scivolava lenta la campagna, striata dalle linee scure e regolari dei solchi dell’aratro. Apparivano, qua e là, mulini a vento e case dal tetto di paglia, le bianche mura rinforzate da travature in legno scuro. Entrambi desiderarono vivere all’ombra di quelle mura, lontano da tutto il resto, con la sola compagnia del loro amore.

Non era stata una buona idea prendere il torpedone. In primo luogo, non lo era affatto. Si trattava di uno sgangherato autocarro con il cassone stracolmo di sedie, che veniva spacciato per tale. In secondo luogo, il surrogato del torpedone, che con tutta probabilità era stato requisito, era rumoroso e puzzolente e arrancava con immensa fatica. Infine, dopo alcuni chilometri, si era sentito un forte odore di bruciato e un denso fumo nero aveva invaso loro i polmoni. Il motore era andato a fuoco. L’idea delle biciclette era stata di Josefine, Heinrich ci aveva messo il denaro, il suo ultimo gruzzolo.

Costeggiarono un canale, le nuvole vagabondavano nel cielo azzurro duplicando il loro splendore nel suo specchio di luce. A un tratto Heinrich si fermò. Puntò lo sguardo su qualcosa oltre la ripa, smontò dalla bici e svanì dietro i pruni. Josefine smise di pedalare. Una brezza d’aria translucida le sfiorò i capelli e andò a morire sui fuscelli. Era l’unica cosa mobile sulla strada. Rimase interdetta a guardarsi le scarpette impolverate, senza sapere cosa pensare.

«Presto, vieni.»

Seguì la voce che la chiamava oltre la siepe.

Heinrich aveva trovato una barca. Spiegò che avrebbero dato meno nell’occhio comportandosi come una coppia di fidanzati in una romantica gita sull’acqua. L’aiutò a salire e con una secca spinta si allontanarono dalla ripida sponda. Inserì i remi negli scalmi e iniziò a remare.

La piccola imbarcazione navigava sotto le argentee nubi. Avanzava così lenta e tranquilla, alla cadenza della voga, che il loro viaggio era quasi tedioso. Josefine si riparava dal sole con l’ombrello, del tutto a proprio agio fra le ninfee appena smosse dalla debole corrente. Heinrich remava con sicurezza e la prora legnosa separava il flusso in due sbaffi che si perdevano nell’acqua verde e placida. Il sole scagliava dardi che ne rompevano la superficie in miriadi di schegge sfavillanti e, rimbalzando nei suoi occhi, li facevano ardere di un inconsueto turchese.

«Resta così, non ti muovere.»

«Cosa c’è?»

«Se sapessi dipingere, ti ritrarrei così come sei ora, proprio in questo istante.»

Rise. «Ma tu non sai dipingere.»

«Per questo motivo, dovrò accontentarmi di guardarti.»

Il canale si aprì in un reticolo di corsi d’acqua più ampi che s’infittivano di case e palazzi. Una città cresceva sulle sue sponde come edera rampicante. Heinrich non stava più nella pelle, vogava sempre più rapidamente, anche se gli dolevano le mani e le spalle. I remi cigolavano negli scalmi. Josefine sfogliava il libro d’arte.

Ben presto alle sponde erbose si sostituirono alte e ripide mura, sulle quali scorrevano strade e marciapiedi. Rumori del traffico, voci e scampanellate di biciclette giungevano soffuse e ovattate al bordo dell’acqua. Heinrich scelse una rientranza fra gli argini, celata alla vista, dove l’acqua gorgogliava più scura nella loro ombra e attraccò.

Josefine si rassettò i vestiti, egli le porse il braccio e si arrampicarono per una stretta e ripida scalinata di pietra. Sbucarono sotto un ponte e si trovarono in strada. Amsterdam finalmente. Josefine sorrise con gli occhi velati di lacrime, Heinrich annuì senza dir nulla.

Gironzolarono per la città, costeggiando i canali e saltando di ombra in ombra sotto gli alberi fronzuti, finché non s’imbatterono in un edificio che si elevava imponente sulla monotonia delle strade. A giudicare dall’aspetto austero e un po’ decadente, un tempo doveva essere stato un orfanotrofio, o un ospizio per poveri, oppure un’antica prigione. Ora era un albergo, o almeno così recitava l’insegna. Si guardarono per un momento, scambiandosi un breve cenno d’intesa, poi, attraversarono la strada. Cinque minuti più tardi, i signori Dammerschlaft erano gli ospiti della stanza numero novantacinque, la più bella e ariosa di tutto l’Hotel Vasteland. Le sue finestre si aprivano sul cuore della città e sul tramonto.

Josefine ammirava il panorama. Heinrich la strinse a sé e lei abbandonò il capo sul suo petto, assorbendo il suo odore. Egli le sollevò il viso, la sua bocca dischiuse file di denti che erano collane di perle.

«È un sogno, Heinrich?» disse nascondendo il sorriso contro il suo petto. «Non svegliarmi se è un sogno.»

Heinrich le diede un pizzicotto, per scherzo, su un braccio. Lei trasalì, simulando, per stare al gioco, l’andatura di un sonnambulo.

«Puoi svegliarti, non è un sogno. Siamo salvi.» La prese ancora fra le braccia e la baciò.

«Vorrei svegliarmi sempre così, tutte le mattine, in questa città. Con te.»

«No, non in questa città» fece lui.

«No?»

«Andremo in Inghilterra. La nostra nuova casa.»

«Ho sempre desiderato viaggiare. Non ero mai andata via da Colonia prima d’ora.»

«Vedrai, ti piacerà. Ho studiato medicina a Londra, per un paio d’anni. È bellissima» disse in un soffio fra i suoi capelli.

«Ora, però, devo andare a cercare chi ci farà salpare per la nostra isola.»

Heinrich seguì alla lettera le istruzioni fornitegli da Becker, attraversò la strada ed entrò nel Cafè De Vrije. Il locale era deserto, un uomo dinoccolato e polveroso stava appoggiato al bancone in attesa di clienti.

«E così si è messo cattivo tempo.»

Il barista sgranò gli occhi. Heinrich ripeté la frase.

Il barista sorrise. «Tempo eccezionale per l’Olanda, signore.» Gli fece un cenno con la testa, un gesto a metà strada fra un saluto e un inchino e sparì dietro una tenda. Quando ricomparve, gli mise una tazzina sotto il naso.

«Ma io non ho ordinato niente» protestò.

«Con i miei omaggi» fece una voce alle sue spalle.

Heinrich si voltò. Un signore con il volto immerso nell’ombra gli fece cenno di accomodarsi al suo tavolo.

«Spero che il viaggio sia stato confortevole.» Aveva una voce alquanto sgradevole e in generale, in tutta la sua persona, vi era qualcosa di spiacevole, anche se in quel momento non avrebbe saputo dire cosa.

«Non molto, ma senza particolari intoppi, per fortuna.»

«Ne sono lieto. Sono Felix Van Diemen.» Scandì il suo nome come se dovesse rivelare qualcosa d’insolito. Il suo volto aveva un profilo arcuato, da mezzaluna, con la fronte e il mento sporgenti e il naso inesistente.

Heinrich sfiorò con la mano il suo ginocchio sotto il tavolino, la mano del signor Van Diemen la sfiorò a sua volta. Ebbe ribrezzo a quel contatto, ma aprì le dita e depose l’involto nel suo palmo. La faccia da mestolo del signor Van Diemen non lasciò trapelare alcuna emozione. Sentì frusciare le banconote sotto il tavolo, le stava contando. Era tutto il denaro di Josefine, a lui non era rimasto più nulla.

«Molto bene» disse Van Diemen. «Un carico al quale tengo molto – e non si faccia illusioni, non si tratta di voi, è di gran lunga più prezioso – salperà per l’Inghilterra fra qualche giorno. Quando sarà il momento sarete avvisati. Dunque, chiudetevi in camera e restateci fino ad allora.»

Il signor Van Diemen si alzò. «Allora, ha capito? Non vi muovete.»

Heinrich annuì.

Felix tossì così forte che dal suo torace venne un rumore sordo e secco allo stesso tempo, come se dentro i suoi polmoni rotolassero pietre dai bordi affilati.

«Bene. Mi farò vivo io. Buona giornata.»

Heinrich si stupì della rapidità con cui Felix era svanito nella folla. Si avviò verso l’albergo, ma si voltò subito indietro per verificare se qualcuno lo seguisse. Nessuno era interessato a lui. Eppure era sicuro che, mescolato fra la gente, mimetizzato fra centinaia di altre persone, imitando un individuo qualunque, il signor Van Diemen lo stesse osservando.



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Hotel Vasteland - Capitolo X




X


Era domenica mattina. Presto, molto presto, a giudicare dalla debole luce che filtrava dalle imposte. Heinrich era sospeso in uno stato di sopore, aleggiava fra dormiveglia e sogno. Josefine gli dormiva addosso, con la testa riversa sul suo petto. Un lontano orologio suonò l’ora. Si svegliarono insieme, sorpresi e imbarazzati come se fosse la prima volta.

Heinrich andò alla finestra e si accese una sigaretta. Augurò il buongiorno alla città, ma la città non rispose. Quel giorno, cinque pianeti allineati esercitavano il loro misterioso influsso sulla Terra, generando un’attrazione invincibile.

Josefine uscì dal bagno. Heinrich colse un guizzo azzurro con la coda dell’occhio. Era il suo vestito nuovo, l’aveva comprato giurando che l’avrebbe indossato solo per amore. Sorrise. Era bella e fresca come la primavera.

Non ti muovere…

Non ti muovere, ti voglio guardare. Ti ho ammirata a lungo, ma tu non mi appartenevi.

Ora mi appartieni, ora posso guardarti.

Non aprire gli occhi, sei così bella.

Non aver paura, ci sono qua io. Nessuno ci può vedere.

Heinrich si fece da presso, il vestito scivolò frusciando sulle spalle nude e cadde ai suoi piedi. La strinse a sé.

La sua pelle era fresca e calda al tempo stesso. I capelli le sfioravano le spalle, i suoi seni erano colmi come ghirbe e aveva le gambe sottili di una gazzella. Le sue dita scivolarono lievi sul suo corpo, seguendone i contorni. Egli sentì il vuoto dentro di lei e volle colmarlo.

Sentì l’anima bruciare. L’amava, l’aveva amata in tutte le vite passate e l’avrebbe amata in tutte le vite a venire. Si rammaricò del buio che gli impediva di vedere chiaramente il suo volto.

Heinrich aprì gli occhi. Gli parve di aver sognato. Non ricordava esattamente i particolari del sogno, solo sensazioni, lievi, eteree, inconsistenti. Ma si sentiva bene, gli parve di aver nuotato in un fiume di miele. Cercò la sua mano. Lei era sveglia e lo osservava. Se ne stupì, egli che non dormiva mai, egli che vegliava sempre sul suo sonno. Josefine non si era mai addormentata, aveva vegliato tutto il tempo, come Asherah sul sonno di El, il dio che non dormiva mai.

Avvertirono dei borborigmi e scoprirono di avere appetito. Era passato da molto il mezzogiorno. Il furore del sole sui loro corpi nudi li turbò e si affrettarono a rivestirsi. Heinrich scese da basso a cercare da mangiare.

«E così si è messo cattivo tempo.»

Sgranò gli occhi. Il portiere ripeté la frase, poi aggiunse: «Tuttavia, due passi all’aria fresca giovano all’appetito». Heinrich capì che doveva uscire. Forse ci siamo, pensò. Corse di sopra a cercare Josefine e insieme filarono via.

Per le strade si udiva un brusìo, sormontato da un’agitazione crescente. Si sentiva sibilare, sussurrare, borbottare e infine rombare un solo gigantesco fragore. Era come lo scrosciare di un torrente impetuoso. Milioni di gocce d’acqua collidono le une contro le altre e generano quel suono spaventoso. Heinrich fermò il primo passante che gli capitò a portata di voce, ma non riuscì a farsi udire, tant’era il fracasso, e fu costretto a urlargli nelle orecchie.

«Stanno arrivando, stanno arrivando!» disse costui con il viso stravolto dalla paura.

Heinrich lo teneva per tutt’e due le braccia.

«Stanno per entrare in città! Capite?» Si divincolò dalla presa e sgusciò via, incespicandogli fra i piedi.

Heinrich e Josefine si scambiarono un’occhiata piena di sgomento.

«L’esercito tedesco sta per entrare in città!» urlò l’uomo, sgomitando per rientrare nella massa umana che sciamava per strada. Tutta Amsterdam ne era invasa, la stessa Koningstraat ne era colma fino ai piedi dei palazzi.

Heinrich e Josefine si fermarono a guardare stupiti, ma non fecero in tempo a riprendere fiato, che furono spinti dalla corrente. La folla odorava d’acqua e di fango. Da una finestra veniva l’aroma di pane abbrustolito, ma era un odore acre, sgradevole, come se l’avessero dimenticato nel forno e fosse arso insieme alla legna. L’aria era densa di fumo.

I volti della moltitudine avevano tutti la stessa espressione folle e disumana. Su di essi si alternavano risa e pianto. La marea umana era come ricoperta da una patina di follia. Vi era chi si strappava i capelli, chi pronunciava parole incomprensibili con lo sguardo assente e chi, seduto sui marciapiedi, stringeva i propri cari aspettando la fine. Alcuni si tuffavano nei canali. Per le strade aleggiavano echi di parole trasportate dalla gran fiumana. Si sentivano frammenti di discorsi, spezzoni di racconti orribili. Le storie più assurde, minuterie d’inferno, mozziconi d’incubi.

Secondo alcuni, i soldati avevano sterminato senza motivo un’intera famiglia, avevano fatto a pezzi i loro corpi e li avevano dati in pasto ai cani. Si narrava poi, di altre famiglie rinchiuse nelle case e date alle fiamme e di interi quartieri incendiati. Dicevano che alcuni disperati avevano cercato scampo buttandosi dalle finestre, ma erano morti prima di sfracellarsi al suolo, falciati in volo dalle raffiche delle mitraglie. Giuravano che le grida e i lamenti di quelli che bruciavano vivi all’interno delle case erano insopportabili.

Josefine trasecolò, chiuse gli occhi e cercò di tapparsi le orecchie per non ascoltare. Si sentì sopraffare dal rombo della marmaglia, povere anime derelitte in un orrido carnevale di mostri, una ridda metafisica di persone terrorizzate a tal punto da aver perso il senno.

Il tempo stava cambiando. Il sole ardeva fioco, velato da una cortina di foschia e, mostrando il suo volto pallido e bucherellato come un pezzo di limburger, si scioglieva nel cielo bianco e pesante. L’azzurro era svanito sotto uno strato di nubi dai bordi sfilacciati come brandelli d’ovatta.

Un passante lo urtò. Heinrich lo guardò male, ma questi chiese subito scusa levandosi il cappello. Rimase a guardarlo mentre si allontanava. Aveva avuto la sensazione che lo sconosciuto gli avesse infilato le mani in tasca, come un abile borseggiatore. Nelle sue tasche ormai vi era ben poco da rubare. Tuttavia, non seppe dire se la sua impressione corrispondesse alla realtà, finché non fu vinto dalla tentazione di infilare una mano in tasca. Sentì allora con la punta delle dita qualcosa che gli sembrò una palla ruvida. La palpò meglio e si accorse che era un foglio di carta appallottolato. Si rifugiò nell’androne di un palazzo tirandosi dietro Josefine e, nella penombra dell’atrio tirò fuori la palla di carta, la spiegò per bene e lesse.

Signor D.,

il cargo è fermo in porto, in attesa degli eventi. Le autorità non sanno ancora da che parte stare. A quanto pare, questa invasione ha scombussolato un bel po’ di piani e di equilibri. E intanto tutto è fermo, nessuno arriva, nessuno parte e non so fino a quando.

Sono desolato.

Felix V.D.

Heinrich scosse Josefine, la prese per le braccia e la portò via. Risalirono a fatica Koningstraat e rientrarono precipitosamente in albergo.



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Hotel Vasteland - Capitolo XI




XI


Heinrich! Heinrich…

Il ricordo risalì dal subconscio rapido e inaspettato come un rigurgito e ne aveva lo stesso sapore. E rivide suo padre seduto in giardino in una primavera di tanti anni prima. Incideva rami di piccoli arbusti per ricavarne talee e gli diceva che aveva un nome forte e vigoroso e che non doveva aver paura perché quel nome lo poneva al sicuro dai pericoli del mondo.

«Heinrich, Heinrich,» gli diceva «la vita è una scala. Io ti aiuto a salire, tu mi aiuterai a scendere.»

Suo padre era un uomo alto e forte e non alzava mai la voce. Neanche per sgridarlo di una marachella. Bastava che lo guardasse ed era già in lacrime; ma subito sentiva il calore della sua mano sulla guancia e, come per magia, le lacrime si arrestavano. Chissà dov’era. Sotto tonnellate di mattoni e cemento dopo il bombardamento di Colonia, o forse l’ultimo di una lunga fila di vecchi in coda per il pane.

«Non aver paura.»

Sbirciò fra le tende nella strada di sotto. Era scesa la sera. Non c’era più nessuno, fin dove poteva spingersi il suo sguardo, la strada era deserta. Ma alcuni individui in abiti scuri stazionavano nell’ombra all’imbocco della via e volgevano occhiate insistenti verso l’albergo. Non v’era modo di uscire senza darlo a vedere. Heinrich si maledisse per non essersene accorto prima.

Le pareti della stanza dovevano essere solide e impenetrabili quanto le mura di una fortezza, per accordarsi con la fiducia che voleva trasmetterle con le sue parole.

Le cinse la vita e depose lievi baci alla base del collo. Lei sorrise e inarcò il suo corpo di agile gazzella. Le loro labbra si sfiorarono e i loro fiati si fusero in un solo respiro. Il loro bacio era eterno, nulla avrebbe potuto sciogliere il loro abbraccio. Non parlavano più, non ve ne era bisogno.

Lei prese ad accarezzarlo e attraverso le sue mani gli fece comprendere quanto fosse vasto il suo desiderio, quanto avesse trepidato nell’attesa che la sua forza si facesse strada in lei e la sovrastasse, la soggiogasse.

«Vieni, mia regina» sussurrò al suo orecchio.

La regina si assise in trono, gli occhi e la bocca socchiusi. Egli era insieme spalliera e cuscino, era il trono e il regno, le sue braccia una fortezza inespugnabile, il suo corpo solida roccia, era tutto il mondo che la nutriva e la sosteneva. Heinrich immobile godeva della sua danza.

La regina cantò ed era un canto lieve, una nenia remota, una melodia ancestrale. Un carme di amore e morte che si perdeva nella nebbia del tempo e narrava di giorni smarriti come gatti randagi e di notti trascorse a piangere sulla soglia dell’oscurità.

Un lungo fremito pervase il suo corpo regale, alla luce della sera. La danza si arrestò, si fermò anche il canto. La regina si preparò a ricevere il dono, nel calore profondo del suo mistero di donna dalla pelle bruna, colorata di sole. Ormai tutto era suo. La stanza d’albergo, le parole, Heinrich e lei stessa. E ogni lacrima, ogni goccia di gioia e ciascun maledetto frammento del bene e del male, ogni particella di tenebra, ogni scheggia di luce e il tempo passato e il tempo ancora da venire.

Si arrese, stupita della sua stessa forza, reclinò il capo e si abbandonò a lui, respirando fra i capelli che le ricoprivano il viso.

«E adesso cosa faremo?»

Per la prima volta nella sua vita, Heinrich non seppe cosa rispondere. Avrebbe voluto dirle che l’avrebbe portata via da quella città, che l’avrebbe condotta al sicuro, dall’altra parte del mare e l’avrebbe amata per sempre. Ma neppure una parola uscì dalla sua bocca.

Si osservò le mani. Linee rette e curve s’intersecavano solcando la pelle, come orbite di pianeti di un universo bidimensionale, una cosmologia in palmo di mano.

Si ricordò allora dove aveva nascosto una piccola scatola di latta. La prese e la depose sul letto, fra loro. Disfece lentamente la carta che l’avvolgeva, sollevò il coperchio e finalmente l’aprì. Josefine osservava la scena con apprensione via via crescente. Heinrich estrasse alla fine alcune fiale contenenti un liquido trasparente, un laccio emostatico e una siringa e le adagiò sulle coperte.

Josefine scoppiò a piangere.

Heinrich innestò l’ago che prese a brillare come una piccola baionetta. Azionò lo stantuffo e il liquido gorgogliò dentro il cilindro vitreo attraverso le linee fitte e regolari della scala graduata. Quando ebbe terminato, aprì un’altra fiala e poi un’altra e un’altra ancora, ripetendo con sapienza gli stessi movimenti. Ammirò la siringa. La innalzò con solennità verso la luce della lampada, come in un rito religioso e, nel più completo silenzio, spinse avanti il piccolo pistone per eliminare le bolle d’aria. Gocce molto chiare colarono lentamente dall’ago e scivolarono sul corpo cilindrico, fino a bagnargli le dita.

«Vieni.»

Le prese la mano. Applicò il laccio emostatico al suo esile braccio e strinse il nodo. Le vene eruppero bluastre come torrenti in piena dalla pallida pianura vergine dell’epidermide, fiumi di vita, fiumane di sangue.

Josefine non disse nulla e lo lasciò fare. Si riscosse solo al contatto col freddo metallo dell’ago che penetrava nella sua carne. Avvertì una vampa di calore incunearsi fra la testa e il cuore e si sentì mancare. Heinrich ripeté le stesse operazioni, stavolta sul suo braccio, poi si adagiò accanto a lei e le baciò la fronte.

«Ti amo» disse Josefine.

«Anch’io ti amo, ti ho sempre amata.»

La baciò sulla bocca a lungo, accarezzandole i seni bianchi e pieni, la strinse nel suo abbraccio, le membra annodate come serpenti nel Giardino proibito. La prese ancora, lentamente, annegando nel profondo mare dei suoi occhi. Lei invocò il suo nome mentre lui germogliava nel suo pallido ventre, poi si accorse di star iniziando lentamente a cadere. Il suo corpo perdeva pian piano le forze, egli lo sentiva farsi flaccido e inerte e svuotarsi fra le sue braccia.

E poi anche Heinrich cominciò a cadere, a precipitare dentro un pozzo senza fondo, nel buio fitto dell’incoscienza. Il mondo si allontanava e sfumava sotto una coltre di fitta nebbia. Non vedeva più nulla, la stanza era svanita, il mondo era stato inghiottito dalle tenebre. Non sentiva più le membra, non sapeva se avesse ancora un corpo e si chiedeva in quale angolo dell’universo o frammento di tempo si fosse incastrata la sua coscienza.

Era la fine.

Si sentì vuoto. Quel che restava del suo io aleggiava ancora come un’eco, da qualche parte, spegnendosi in una profondità che non era tempo, né spazio.

Un chiarore appena percettibile trapelava dalle imposte. Ogni cosa pareva ricomporsi nel suo ordine originale, ogni frammento si incastrava nel verso giusto, combaciando con gli altri, tutto aveva un senso. Si stropicciò gli occhi e si rese conto di non averli mai aperti. Dunque non era la luce del giorno quel bagliore che era giunto da profondità abissali fino alle sue pupille. Era come un frammento di quel bagliore primordiale, di quella luce vergine e pura che aveva esiliato le tenebre in una delle due metà esatte dell’universo all’alba della creazione. E quella luce ardeva in lui come un fuoco perenne.

Era la vita.

Soltanto quando ebbe compreso aprì gli occhi. Era giorno fatto ormai e la crudele energia del sole irrompeva dispotica nella stanza con la forza di un oceano di luce. Il violento bagliore illuminava impietoso il letto disfatto, i vestiti alla rinfusa, le membra nude, che assumevano sotto le sue onde tutte le sfumature di un colore nauseante. Heinrich richiuse gli occhi.

Subito sentì una risata isterica, una voce stridula che si prendeva gioco di lui. Stette per un po’ in ascolto. Soltanto dopo capì. La voce che lo scherniva era la sua. Quella era la sua stessa risata.

La stanza prese a roteare di colpo e non vide più nulla. Ricominciò a udire le voci. E stavolta non provenivano dalla sua gola. In verità, non erano vere e proprie voci, erano più che altro sussurri, gridolini, risate, come se tante persone bisbigliassero tutte insieme dentro un teatro, aspettando che si sollevasse il sipario. E ora le voci salivano di tono, sussultavano in gorgheggi di meraviglia e incredulità, urlavano quasi, come se il sipario si fosse sollevato davvero, mostrando scene fantastiche. Mille voci strillavano tutte insieme la loro stranezza, la loro anomalia, la loro indifferenza. Sullo sfondo, un uniforme e lontano crepitare di alte fiamme. Era l’inferno.

Sii felice oggi, perché domani morirai.

Ma Heinrich aveva cominciato a morire quella notte fuori dal tempo, un po’ alla volta, un respiro dopo l’altro, molto prima di quanto si aspettasse, molto prima che arrivasse il domani.

La morfina l’aveva ucciso, ma non completamente. Aveva ucciso soltanto la parte migliore di sé, la parte più pura, quella che aveva amato Josefine e custodiva gelosamente la sua preziosa memoria. Era sopravvissuta la parte peggiore, giacché era quella che non l’aveva amata, che non aveva saputo salvarla, che l’aveva lasciata morire nell’oblio e svanire senza lasciare traccia. Lei non c’era più, non apparteneva più al mondo, alla terra, alla vita.

A lui era toccata un’insolita sorte. La morte non l’aveva voluto. Lo aveva respinto, scacciato dal suo lago di nera pece e abbandonato sulla sponda ardente della vita. Ma poi, qualcosa era andato storto e si era malamente incastrato in qualche frammento di tempo, tra la vita e la morte, e lì era rimasto fino al suo prossimo risveglio.



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Hotel Vasteland - Capitolo XII






XII


La nebbia non volle saperne di diradarsi quel giorno.

Nel buio fitto, ai margini della notte, Heinrich tremava dentro il suo cappotto striminzito. La notte intabarrata in un manto untuoso si stendeva viziosa sulla coperta della nave nel più profondo dei silenzi. Un suono di sirena lacerò l’etere, funesto come l’annuncio della fine dei tempi. Heinrich si riscosse dal torpore. La nave profetizzava con infauste trombe di Gerico il distacco dalla terra.

La Redden sciolse gli ormeggi, la sua libertà improvvisa gli provocò turbamento. Un marinaio inciampò in una cima e maledisse le divinità del mare. Egli rise pensando all’ironia della sorte, all’ennesimo tiro che gli giocava un destino infido e perverso, che gli aveva fatto trovare sulla sua strada una donna bellissima, la rovina e una nave di nome Salvezza (1), proprio quando credeva di non avere più scampo.

In altri tempi, in altri luoghi, avrebbe potuto amare quella donna, come fosse la cosa più naturale del mondo. L’avrebbe potuta avere in moglie e vivere accanto a lei giorno per giorno e notte dopo notte, ma quelli non erano tempi adatti all’amore. Era il tempo dell’odio e del terrore, era il tempo di vite provvisorie appese alla punta delle baionette. Anni luridi e corrotti su cui la morte si strofinava il vello come una vecchia in calore.

La nave scivolava sulle acque calme, dentro un’atmosfera spessa e ovattata. La notte gravida impallidiva, molto vicina a concepire il giorno. Non era possibile intuire alcun moto, i motori brontolavano nel buio della sala macchine e il fumo saliva dritto dai fumaioli in un flusso d’inchiostro verso il cielo. Certo, poteva udire lo sciabordio dei flutti e intuire onde infrangersi contro la prua e le murate e anche permettersi l’illusione di avere la sua vita saldamente in pugno. Ma tutto questo non aveva alcun valore.

Non avrebbe saputo dire se stessero ancora vagando nella rada o avessero già guadagnato il largo. Nulla si muoveva in quell’alba buia e assurda, paralizzata in un arcano sortilegio. Decise di resistere al freddo che gli mordeva il viso e avanzò verso la prora. La nave era ingombra di casse ed egli si faceva strada a fatica fra contenitori dalle forme inusitate e scatole di ogni grandezza, ammassate alla rinfusa. Esistevano pochi dubbi, o almeno questa era l’impressione che ne aveva ricavato discorrendo con il signor Van Diemen, sul fatto che il comandante e il suo equipaggio fossero invischiati in bizzarri traffici con l’Inghilterra. Ma non era certo il momento di farsi troppe domande. Era già un caso fortunato che la lettera che preannunciava la partenza l’avesse raggiunto, e un miracolo che fosse sopravvissuto.

Raggiunse il punto più elevato, in cima alla prora e si mise a sedere sul cordame. Intabarrato nel suo cappotto, come un re senza corona in partenza per l’esilio, si dispose a piangere lacrime amare al vento e alle acque scure.

Perché l’avevano lasciato partire? Loro dunque sapevano, sapevano tutto, fin dall’inizio? Sapevano che era solo questione di tempo e avrebbe capitolato portando in dono il cadavere di Josefine? Perché non avevano preso anche lui?

In quel momento gli parve di scorgere un tenue chiarore all’oriente, la nebbia s’impreziosiva di gocce di luce dorata e, se i suoi occhi non lo ingannavano, stava per sorgere il sole. In breve, l’orizzonte e il mare, ovunque potesse spingersi il suo sguardo, avevano assunto la radiosa tonalità dello zolfo. Heinrich si sentì al sicuro, sicuro come mai era stato negli ultimi tempi.

Il comandante venne a portargli una tazza di caffè. I galloni cuciti sulle maniche brillavano nella penombra del castello di prora.

«Dove siamo?»

«Siamo in cammino» rispose l’ufficiale dietro i suoi baffi macchiati di nicotina. Nei suoi occhi scintillavano ondate miste di ironia e disprezzo.

«Lo sapeva lei, caro signore, che il nord della carta geografica non corrisponde affatto al nord indicato dalla bussola?»

«No, non lo sapevo, capitano» disse Heinrich con scarso entusiasmo. «E come si fa allora a non perdersi?»

«È semplice. Basta correggere la rotta del numero di gradi indicato sulla mappa, dal momento che la declinazione magnetica della Terra non è costante in ogni luogo» disse il comandante, grato della domanda.

«E sa qual è la rotta più breve fra due punti?»

«Quella che li unisce in linea retta.»

«Non è corretto, signore» disse il comandante.

«Ah no?» chiese Heinrich con straordinaria calma, ma dentro fremeva e avrebbe voluto dare una sonora lezione di arte nautica a quello spocchioso individuo. Decise tuttavia di contenersi per non destare sospetti.

«No, signore.» Il comandante represse un’evidente nota di disappunto. «Vede, la Terra è una sfera e per accorciare la rotta può essere conveniente seguirne la curvatura, puntando prima a nord e poi ridiscendendo a sud, se ci si trova nell’emisfero boreale, o viceversa, se si naviga nell’emisfero australe.»

Il comandante continuò ad aggiungere dati tecnici e a fornire spiegazioni sempre più accurate, ma egli si mostrò così poco interessato che ben presto si stufò e se ne tornò in plancia, lasciandolo solo all’aria pungente del mattino. Heinrich ripensò ai mesi passati a solcare i mari nella pancia d’acciaio di una nave, la sua chiglia affilata a fendere le acque del mondo.

Risponda rosso al rosso, verde al verde,

avanti pur, la nave non si perde…

Gettò un rapido sguardo all’acqua nera, nel punto in cui svaniva sotto lo strato di foschia. Niente da fare, la nebbia non voleva saperne di disperdersi e scivolava pigramente sulla superficie delle acque.

… se sulla rotta rosso e verde appare,

mano al timone e tieni a dritta il mare…

La tazza era molto calda, se la rigirò fra le mani, finendo per scottarsi ugualmente. Affondò il naso nella cavità d’alluminio e l’aroma gli punse le narici. Gli tornò in mente l’odore del surrogato di caffè in altri giorni di freddo, così simili a quello che era appena sorto, quando il sole lottava per prevalere sulle ombre.

«Comandante, ha mai letto Conrad?»

Un’ombra si affacciò dalla passerella di dritta. «Conrad?»

Heinrich sospirò. «Lasci perdere. Non ha alcuna importanza.»

«Ma no, aspetti, or mi par di ricordare. Non ha forse scritto una guida al carteggio nautico?»

Heinrich stavolta non rispose.

La sua mente tornò a quei giorni così confusi, privi di spiegazioni, mancanti di ogni logica. Erano i giorni di un mai nato e malgrado ciò riteneva di essere stato fortunato, perché nulla sapeva e nulla poteva sapere. Negli anni che gli restavano da vivere non avrebbe goduto della stessa buona sorte. Perché ora ricordava tutto. La città indolente adagiata sulle acque e il buio e l’angoscia, gli scialbi mattini di Koningstraat, il Café De Vrjie dall’altra parte della strada, l’oscura camera d’albergo. E il dolore.

Ecco perché l’avevano lasciato andare. Il dolore. Era quella la sua condanna, era quello il suo destino. Il dolore era la linea d’ombra da attraversare.

Quella notte, aveva messo Josefine in valigia e in quella stessa valigia aveva rinchiuso anche il suo cuore. Aveva chiamato un taxi come un assassino qualunque e il conducente l’aveva aiutato a caricare il pesante bagaglio senza sospettare nulla. Si erano diretti al porto.

La nebbia e l’oscurità l’avevano per una volta favorito ed era riuscito a trascinarla fino all’acqua. Guardandola distesa sulla sabbia fredda e soffice, egli credette di impazzire. Non l’aveva mai vista più bella, nel suo vestito azzurro, la veste dell’amore e della morte.

La prese fra le braccia un’ultima volta, la condusse fino all’orlo delle acque e ve la depose. I flutti lambirono voraci il suo volto, le sue spalle e i suoi fianchi. I suoi capelli fluttuavano nell’acqua verdastra, nei suoi occhi il riflesso di acque morte. La corrente la esortava a prendere il largo, lei voleva seguirla, ma lui la teneva per mano e non voleva lasciarla andare.

Non gli era mai appartenuta. Era una creatura del mare, non aveva nulla a che vedere con la terra, con il mondo degli uomini, così saturo di violenza e dolore, intriso di sangue, fradicio di morte.

Lasciò la sua mano e la rese alle acque.

Heinrich rimase a fissare il mare finché scomparve tra i flutti. Sapeva di non aver più diritto ad alcuna compassione, ad alcun misero avanzo di speranza, ad alcun futuro per i prossimi dieci milioni di anni.

Lei ora apparteneva al mare.

La nave si dispose prua al vento e si diresse verso il mare aperto. L’Olanda si allontanava mesta, oltre il giardinetto di poppa, sepolta sotto una coltre di nebbia.

… non incrociar la rotta a un veliero

se dubbio v’ha d’abbordo pur leggero…

Il vento rinforzò e la nebbia si disperse, lasciandolo avvolto nel blu totale del mare e del cielo, liquefatti in un silenzio inevitabile, e onde invidiose vennero a infrangersi in ventagli di spuma contro lo scafo.

Cosa avrebbe fatto una volta sbarcato in Inghilterra? Cosa sarebbe stato di lui, della sua vita, nei numerosi anni a venire senza lei?

… tu dagli eventi prenderai consiglio

pronto e sicuro in subito periglio.

D’un tratto, davanti a lui vi fu solo mare e silenzio e ogni cosa gli fu chiara, come se avesse all’improvviso riacquistato la vista, sottrattagli per qualche oscuro maleficio. E il mare era ovunque, alla sua destra come alla sua sinistra, davanti e alle sue spalle. Non si scorgeva più il profilo della costa, non vi era più alcun segno di terra, l’Olanda era sparita. Come se non esistesse più. Come se non fosse mai esistita. E la nave si arrese all’amplesso delle acque infinite.

Era solo al mondo.

Avvertì il respiro salato del vento fra i capelli ed era un’aria gentile, non minacciosa, né ostile, era un alito puro, fresco e cristallino che penetrava nelle sue narici per farsi respiro e vaporizzarsi di rimando nell’aria salmastra.

Heinrich portò le mani alle narici e inspirò profondamente. Perfino in quel momento, sulla coperta della nave, in mezzo al mare, poté sentire il suo odore sulla punta delle dita, nel cavo delle mani si era impresso il suo profumo, esotico e dolce.

Chiuse gli occhi per poterla vedere ancora, per smarrirsi ancora una volta nel suo sorriso, per vederla planare e sprofondare, dolcemente, negli abissi.



(1) Il nome della nave, tradotto dall'olandese.




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Hotel Vasteland - Parte terza Oltre lo specchio




Parte terza

Oltre lo specchio



La stanza era oscura e gelida, un sepolcro di statue dagli arti monchi, intrappolate nelle ombre. Un picchiettare cadenzato e armonico si faceva beffe del tempo. La notte esalava il suo ultimo respiro al primo, timido raggio di luce.

La coscienza si liberava dalle ombre di un torpore che aveva portato con sé sogni incoerenti, inafferrabili, mostruosi, nei quali le sue membra erano invischiate in assurde ragnatele che tentava invano di lacerare.

Cosa aveva sognato davvero? Difficile a dirsi. Immagini sfocate, in eterno movimento gli affollavano il cervello, simboli faticosi da decifrare. E poi, nitida e ferma, l’immagine di una donna che si stagliava su tutte le altre. Una donna che sapeva di conoscere bene.

Ebbe una rivelazione. Non v’era niente che non conoscesse già, non v’era nulla che dovesse ancora accadere. Si rabbuiò pensando al passato, a quel passato che era stato presente ed era tornato a dissolversi nel tempo trascorso. L’intervallo fra i tempi andati e quel nuovo presente era stato spaventosamente breve.

I suoi pensieri si facevano sempre meno coerenti e si caricarono d’indignazione retrospettiva. Aprì gli occhi lentamente.

Dal biancore delle lenzuola, fioriva un corpo nudo, disteso languidamente nell’indolenza del primo risveglio. Le masse scure e selvagge dei capelli erano sparse sul cuscino. La donna aprì gli occhi. Iridi azzurre, di raro turchese, appena emerse dalle acque dei sogni, cercavano i suoi. Dovunque nella stanza v’era profumo di patchouli.

Era la donna del sogno.

Heinrich, Heinrich!

Egli riconobbe il suo nome nelle profondità abissali dei suoi occhi.

Josefine… sussurrò a fior di labbra, Josefine… come se avesse difficoltà a pronunciare quel nome per lungo tempo dimenticato.

Ho creduto di sognare e che nel sogno tu mi abbandonassi. Mi sono svegliata nel letto vuoto e ti ho cercato. Ma tu non c’eri. Ho creduto che fossi andato via, per sempre.

Non lasciarmi mai più.

Si strinse a lui e lo abbracciò forte. Heinrich si stupì della sua forza, si sentì soffocare come fra le spire di un rettile e cercò di divincolarsi.

Non sciogliere il mio abbraccio.

Non rispose, la guardò attraverso le pupille dilatate. Temeva che le cose potessero sfuggirgli, allontanarsi da lui ancora una volta. Volle tenere gli occhi ben aperti. Se li avesse impressi nella memoria, ogni particolare di quella stanza, ogni caratteristica di quel corpo, anche la più insignificante, nulla gli sarebbe più sfuggito.

Nessuno mi ha mai guardata come mi guardi tu.

Accarezzò la testa abbandonata sul suo petto, i capelli neri sparsi sul guanciale come da una cornucopia colma di oscurità. Giocò con la sua chioma, passando le dita fra le onde, inanellando riccioli e volute.

Nessuno mi sa capire come sai tu.

Sentiva sulla pelle il calore dell’altro corpo, avvinghiato al suo come un naufrago aggrappato a frammenti di sogni infranti. Respirava lieve, il suo corpo si inarcava in armonie simmetriche diffondendo nell’aria onde profumate.

Lei lo fissava, ma il suo sguardo pareva lontano, come se lo scrutasse dalle profondità del mare. Egli si vide riflesso nei suoi occhi, un tenue bagliore nel buio delle correnti marine, un riflesso in cui, finalmente, si riconobbe.

Appoggiò le labbra alla sua fronte e la trovò inaspettatamente fredda. Inspirò un sorso d’aria dalla sua pelle di carta. Gli parve di annusare un fiore appassito. Un fiore raro e delicato. Un’orchidea nera fra le sue braccia.

Non avremo tempo, egli disse.

Nella sua testa, l’assordante ronzio della disperazione.

Avremo tutto il tempo che desideriamo.

Heinrich udì i battiti del suo cuore accelerare, il respiro farsi più rapido fra le narici dilatate. Era bella come un sogno.

No, non avremo tempo, ripeté.

Sorrise, ma qualcosa andò in pezzi dentro di lui.

Non avremo tempo di amarci.



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Hotel Vasteland - Postfazione




Postfazione



Il motivo del doppio-fenomenologia di Hotel Vasteland

Un giorno stavo scrivendo al computer nella stanza di sotto, battevo i tasti con regolarità sotto l’influsso di una discreta ispirazione, fermando di tanto in tanto i miei pensieri su una virgola o su un avverbio. Dicono che il radon che s’infiltra nelle case dal sottosuolo, nelle cantine e nei locali sotto il livello stradale, sia nocivo. Io credo invece che il gas incrementi la creatività: come scrivo nel seminterrato, non scrivo in nessun’altra parte della casa. Così, anche quel giorno scrivevo, come sempre, sotto l’effetto del radon e, come sempre, l’orologio alla parete declamava, imperterrito e autorevole, minuti e secondi. Ma non mi accorsi del suo ticchettio finché non l’ebbi arrestato.

La stanza, priva di quel monotono e familiare rumore, mi sembrò sguarnita e fredda, come uno di quegli appartamenti da prendere in affitto e ancora da arredare. Quella stanza vuota, sebbene vi avessero echeggiato le note della mia ispirazione, creava uno strano effetto in me, come se mi trovassi a casa di qualcun altro, o non fossi più io. Avevo prodotto un minimo cambiamento e già quella sala non mi apparteneva più. E neppure la scrittura mi apparteneva, non riuscivo più a battere un solo tasto, a comporre una sola parola. Mi affrettai a far ripartire l’orologio e, come per incanto, la stanza si rianimò e ripresi a scrivere.

Il ticchettio dell’orologio alla parete della stanza in cui scrivo è lo stesso che scandisce il tempo nella camera d’albergo del signor Dammerschlaft. E sono certo che il suo arresto ha prodotto un’interruzione del flusso del tempo anche nella sua storia e l’ha scaraventato in un universo atemporale, dove non esiste passato, né futuro; tutto accade nello stesso istante, e quel tempo presente si chiama eternità.

Chi sono io?

Il volto che calza sul mio teschio, oppure la mia immagine riflessa allo specchio?

Chi sono io davvero?

Quello che credo di essere o quello che di me vedono gli altri?

Il signor Dammerschlaft si guarda allo specchio e non si riconosce, sente pronunciare il suo nome, ma gli pare quello di un perfetto estraneo, i conoscenti lo fermano per strada, ma è come se li vedesse per la prima volta. Il signor Dammerschlaft è un uomo senza memoria. E chi perde la memoria, perde anche la propria identità.

Il nucleo di Hotel Vasteland è doppio, come quei sistemi stellari composti da due astri gemelli, nei quali l’uno esiste solo perché esiste l’altro, altrimenti l’immensa forza gravitazionale li spazzerebbe via entrambi, e invece, li attrae reciprocamente. Da un lato, la crisi d’identità, dall’altro, l’impossibilità di amare. Temi antitetici e contraddittorii? Niente affatto, sono il recto e il verso della stessa moneta.

Se non so chi sono, se non so chi sono davvero, come posso amare il mio simile? Come faccio a specchiarmi in lui se non riconosco la mia immagine allo specchio? Non sono in grado di compatire nel senso letterale del termine (dal latino cum-patire, sentire insieme), sentire quello che sente l’altro, provare quello che prova l’altro. Come posso amare, se non conosco i miei limiti e i miei difetti, la mia vera natura, se non so neppure dove finisco io e dove comincia l’altro?

Se la nostra identità è smarrita, se non ci ritroviamo più, non possiamo amare, perché amare significa riconoscersi nell’altro a tal punto da annullare la nostra esistenza in quella della persona amata, perché l’altro siamo noi.

Ma lo specchio ha in sé qualcosa di diabolico. Esso riproduce una forma, un oggetto, un mondo che in realtà non esiste. L’immagine si sdoppia in una vera e un’altra falsa. Un’apparenza. Non si può andare dall’altra parte e pretendere di attraversare indenni la superficie di cristallo. Una cosa è la realtà, un’altra il suo riflesso. E la stregoneria dello specchio sta proprio nel farci desiderare quello che sta al di là, di farci innamorare dei miraggi che riflette. Per il mio Heinrich è ancora peggio, perché la realtà e il suo riflesso, reale e immaginario, sono la stessa cosa, sono entrambi un enigma dal quale vorrebbe uscire al più presto.

Il tema dello specchio è ricorrente in letteratura. Voglio ricordare la scena in cui Florentino Ariza, protagonista de L’amore ai tempi del colera di Gabo Marquez, chiede al padrone del ristorante di vendergli lo specchio nel quale si rifletteva l’immagine della sua amata, ma anche, Lo specchio deformante di Anton Céchov, che fa apparire bella una donna che non lo è affatto, Alice attraverso lo specchio di Lewis Carroll, o Lo specchio di Isaac Singer. Ma soffermiamoci un momento su quest’ultimo.

Singer scriveva in una lingua che non esisteva più, l’antico yiddish, un idioma fuori dal tempo, e raccontava di un mondo che, al pari del suo linguaggio, non c’era più: il mondo contadino dell’Europa orientale, al confine fra il mito e la dura realtà dei campi. Un piccolo mondo antico popolato da angeli e demoni e destinato a evaporare come il fumo attraverso i camini di Auschwitz. E il suo specchio si mantiene appena al di qua dei confini del reale, “racchiuso da una cornice dorata decorata con serpenti, pomoli, rose e vipere”, ma, al tempo stesso, è una porta spalancata su un altro mondo. Nello specchio si è insediato un demone.

Si tratta di una leggenda antichissima. “Quando un demone si stanca di inseguire l’ieri o di girare in circolo su un mulino a vento, può sistemarsi in uno specchio. Là aspetta come un ragno nella sua tela, ed è certo che la mosca rimarrà presa”.

E la tentazione è fortissima. Quale donna può resistere alla propria bellezza riflessa allo specchio? “Zirel aveva molto da guardare. La sua pelle era bianca come seta, aveva i seni pieni come otri, i capelli le scendevano sulle spalle e le gambe erano sottili come quelle di una cerva”. Non può neppure sospettare che la trappola sta per chiudersi.

Ma torniamo al signor Dammerschlaft e alle sue enigmatiche avventure. Di qua dallo specchio, un mondo ordinato e ordinario, anche se incomprensibile, di là dallo specchio, un mondo al rovescio, capovolto, sottosopra. Qual è il vero e qual è il falso? Qual è il reale e quale l’immaginario?

Non esiste una sola realtà, ma infiniti piani del reale fra loro connessi a tal punto che anche una trascurabile variazione del flusso degli eventi in uno di questi piani influisce inevitabilmente su tutti gli altri, determinando mutamenti e variazioni infinite. Tale è il potere di un singolo avvenimento, da alterare lo scorrere degli eventi. Come un sasso in uno stagno produce infinite onde circolari, che rompono la quieta superficie dell’acqua, così ogni cambiamento può partorire infinite realtà parallele.

Qual è il compito di uno scrittore? Narrare di tutte le realtà simultanee? Sarebbe troppo noioso. E inutile. Ingannare il protagonista (e attraverso di lui il lettore) con le finzioni e gli artifici che ha creato? O aiutarlo a trarsi d’impaccio dalle situazioni incresciose, dai raggiri e dalle falsità in cui egli stesso l’ha gettato?

Nessuno di questi.

Il suo compito è superare la finzione. Il suo compito è rivelare l’uomo nella sua nuda essenza, svelando, da un lato, la verità nella sua vulnerabilità, scoprendo, dall’altro, il lato animalesco e mostruoso della sua umanità.

L’alternanza sogno-veglia (rectius, incubo-veglia) che sovverte l’unità di tempo e di luogo del vissuto del protagonista non è un caso. Il sogno è un luogo pieno di enigmi, una collezione di simboli dei quali sfugge il senso complessivo. E non è più possibile distinguere il sogno dal reale, l’incubo dalla veglia, perché si assomigliano in modo spaventoso.

Il sogno è lo specchio della vita, esattamente come la vita è lo specchio del sogno. Tuttavia, la superficie riflettente non è più rivolta verso l’esterno, ma verso l’interno e mostra ciò che non dovrebbe mostrare mai.

Il buio dentro di noi.

A.M.







Nota dell’Autore

I versi nel Capitolo VIII sono Deuteronomio 6, 4-9.

Ascolta Israele

il Signore è il nostro Dio

il Signore è Uno

sia benedetto il santo nome del suo Regno

per sempre e in eterno.

Shemà Israel è una preghiera antichissima, la più sentita fra quelle della liturgia ebraica. Secondo alcune fonti, risalirebbe addirittura ad Amenothep IV, meglio noto come Akhenaton, passato alla storia come il faraone eretico per aver tentato di sostituire il culto del dio Amon con un embrione di monoteismo.

Heinrich e Josefine sono come il sole e la luna, la luce e il buio, il bianco e il nero, Aset e Asar (ovvero, Iside e Osiride), gli opposti che si attraggono. Ma la loro attrazione è inconcepibile, addirittura scandalosa, immorale, contro natura, nel contesto e nel tempo in cui agiscono. Sono l’unione impossibile fra El e Asherah (la moglie di Dio), le divinità pre-monoteistiche a cui faccio riferimento nel Capitolo X.

Israel, secondo alcuni studiosi, deriva dall’unione delle parole Is (da Iside), Ra (il dio egizio Rah) e El (il dio canaanita sopra citato). La spiegazione che viene fornita in proposito è che tre battaglioni egiziani di stanza nel Sinai, guidati da un generale di nome Moshéh, abbiano disertato e si siano insediati nella Terra promessa. È stato appurato che sono storicamente esistite unità da guerra egizie con nomi di divinità. Dunque, siamo noi a creare i nostri dèi e non loro noi. E, come creiamo i nostri idoli, plasmandoli dalla creta delle nostre paure, così forgiamo i nostri epigoni e li facciamo danzare sulle assi traballanti dei nostri teatri esistenziali. Mi scuso per la divagazione.

Le rime in corsivo nel Capitolo XII sono tratte da Guida al diporto nautico di Flavio Guglielmi.

E per finire, una Josefine Ascher è realmente esistita. Nata il 19 dicembre 1898, morì in uno dei tanti campi di concentramento dell’Europa occupata. Ho saputo di lei solo molto dopo aver composto il romanzo, quando il personaggio creato viveva ormai di vita propria. Ecco, questo libro potrebbe essere dedicato a lei, a quell’oscura eroina che visse i suoi ultimi giorni all’ombra dei camini.



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