martedì 20 settembre 2016

Hotel Vasteland - Capitolo XII






XII


La nebbia non volle saperne di diradarsi quel giorno.

Nel buio fitto, ai margini della notte, Heinrich tremava dentro il suo cappotto striminzito. La notte intabarrata in un manto untuoso si stendeva viziosa sulla coperta della nave nel più profondo dei silenzi. Un suono di sirena lacerò l’etere, funesto come l’annuncio della fine dei tempi. Heinrich si riscosse dal torpore. La nave profetizzava con infauste trombe di Gerico il distacco dalla terra.

La Redden sciolse gli ormeggi, la sua libertà improvvisa gli provocò turbamento. Un marinaio inciampò in una cima e maledisse le divinità del mare. Egli rise pensando all’ironia della sorte, all’ennesimo tiro che gli giocava un destino infido e perverso, che gli aveva fatto trovare sulla sua strada una donna bellissima, la rovina e una nave di nome Salvezza (1), proprio quando credeva di non avere più scampo.

In altri tempi, in altri luoghi, avrebbe potuto amare quella donna, come fosse la cosa più naturale del mondo. L’avrebbe potuta avere in moglie e vivere accanto a lei giorno per giorno e notte dopo notte, ma quelli non erano tempi adatti all’amore. Era il tempo dell’odio e del terrore, era il tempo di vite provvisorie appese alla punta delle baionette. Anni luridi e corrotti su cui la morte si strofinava il vello come una vecchia in calore.

La nave scivolava sulle acque calme, dentro un’atmosfera spessa e ovattata. La notte gravida impallidiva, molto vicina a concepire il giorno. Non era possibile intuire alcun moto, i motori brontolavano nel buio della sala macchine e il fumo saliva dritto dai fumaioli in un flusso d’inchiostro verso il cielo. Certo, poteva udire lo sciabordio dei flutti e intuire onde infrangersi contro la prua e le murate e anche permettersi l’illusione di avere la sua vita saldamente in pugno. Ma tutto questo non aveva alcun valore.

Non avrebbe saputo dire se stessero ancora vagando nella rada o avessero già guadagnato il largo. Nulla si muoveva in quell’alba buia e assurda, paralizzata in un arcano sortilegio. Decise di resistere al freddo che gli mordeva il viso e avanzò verso la prora. La nave era ingombra di casse ed egli si faceva strada a fatica fra contenitori dalle forme inusitate e scatole di ogni grandezza, ammassate alla rinfusa. Esistevano pochi dubbi, o almeno questa era l’impressione che ne aveva ricavato discorrendo con il signor Van Diemen, sul fatto che il comandante e il suo equipaggio fossero invischiati in bizzarri traffici con l’Inghilterra. Ma non era certo il momento di farsi troppe domande. Era già un caso fortunato che la lettera che preannunciava la partenza l’avesse raggiunto, e un miracolo che fosse sopravvissuto.

Raggiunse il punto più elevato, in cima alla prora e si mise a sedere sul cordame. Intabarrato nel suo cappotto, come un re senza corona in partenza per l’esilio, si dispose a piangere lacrime amare al vento e alle acque scure.

Perché l’avevano lasciato partire? Loro dunque sapevano, sapevano tutto, fin dall’inizio? Sapevano che era solo questione di tempo e avrebbe capitolato portando in dono il cadavere di Josefine? Perché non avevano preso anche lui?

In quel momento gli parve di scorgere un tenue chiarore all’oriente, la nebbia s’impreziosiva di gocce di luce dorata e, se i suoi occhi non lo ingannavano, stava per sorgere il sole. In breve, l’orizzonte e il mare, ovunque potesse spingersi il suo sguardo, avevano assunto la radiosa tonalità dello zolfo. Heinrich si sentì al sicuro, sicuro come mai era stato negli ultimi tempi.

Il comandante venne a portargli una tazza di caffè. I galloni cuciti sulle maniche brillavano nella penombra del castello di prora.

«Dove siamo?»

«Siamo in cammino» rispose l’ufficiale dietro i suoi baffi macchiati di nicotina. Nei suoi occhi scintillavano ondate miste di ironia e disprezzo.

«Lo sapeva lei, caro signore, che il nord della carta geografica non corrisponde affatto al nord indicato dalla bussola?»

«No, non lo sapevo, capitano» disse Heinrich con scarso entusiasmo. «E come si fa allora a non perdersi?»

«È semplice. Basta correggere la rotta del numero di gradi indicato sulla mappa, dal momento che la declinazione magnetica della Terra non è costante in ogni luogo» disse il comandante, grato della domanda.

«E sa qual è la rotta più breve fra due punti?»

«Quella che li unisce in linea retta.»

«Non è corretto, signore» disse il comandante.

«Ah no?» chiese Heinrich con straordinaria calma, ma dentro fremeva e avrebbe voluto dare una sonora lezione di arte nautica a quello spocchioso individuo. Decise tuttavia di contenersi per non destare sospetti.

«No, signore.» Il comandante represse un’evidente nota di disappunto. «Vede, la Terra è una sfera e per accorciare la rotta può essere conveniente seguirne la curvatura, puntando prima a nord e poi ridiscendendo a sud, se ci si trova nell’emisfero boreale, o viceversa, se si naviga nell’emisfero australe.»

Il comandante continuò ad aggiungere dati tecnici e a fornire spiegazioni sempre più accurate, ma egli si mostrò così poco interessato che ben presto si stufò e se ne tornò in plancia, lasciandolo solo all’aria pungente del mattino. Heinrich ripensò ai mesi passati a solcare i mari nella pancia d’acciaio di una nave, la sua chiglia affilata a fendere le acque del mondo.

Risponda rosso al rosso, verde al verde,

avanti pur, la nave non si perde…

Gettò un rapido sguardo all’acqua nera, nel punto in cui svaniva sotto lo strato di foschia. Niente da fare, la nebbia non voleva saperne di disperdersi e scivolava pigramente sulla superficie delle acque.

… se sulla rotta rosso e verde appare,

mano al timone e tieni a dritta il mare…

La tazza era molto calda, se la rigirò fra le mani, finendo per scottarsi ugualmente. Affondò il naso nella cavità d’alluminio e l’aroma gli punse le narici. Gli tornò in mente l’odore del surrogato di caffè in altri giorni di freddo, così simili a quello che era appena sorto, quando il sole lottava per prevalere sulle ombre.

«Comandante, ha mai letto Conrad?»

Un’ombra si affacciò dalla passerella di dritta. «Conrad?»

Heinrich sospirò. «Lasci perdere. Non ha alcuna importanza.»

«Ma no, aspetti, or mi par di ricordare. Non ha forse scritto una guida al carteggio nautico?»

Heinrich stavolta non rispose.

La sua mente tornò a quei giorni così confusi, privi di spiegazioni, mancanti di ogni logica. Erano i giorni di un mai nato e malgrado ciò riteneva di essere stato fortunato, perché nulla sapeva e nulla poteva sapere. Negli anni che gli restavano da vivere non avrebbe goduto della stessa buona sorte. Perché ora ricordava tutto. La città indolente adagiata sulle acque e il buio e l’angoscia, gli scialbi mattini di Koningstraat, il Café De Vrjie dall’altra parte della strada, l’oscura camera d’albergo. E il dolore.

Ecco perché l’avevano lasciato andare. Il dolore. Era quella la sua condanna, era quello il suo destino. Il dolore era la linea d’ombra da attraversare.

Quella notte, aveva messo Josefine in valigia e in quella stessa valigia aveva rinchiuso anche il suo cuore. Aveva chiamato un taxi come un assassino qualunque e il conducente l’aveva aiutato a caricare il pesante bagaglio senza sospettare nulla. Si erano diretti al porto.

La nebbia e l’oscurità l’avevano per una volta favorito ed era riuscito a trascinarla fino all’acqua. Guardandola distesa sulla sabbia fredda e soffice, egli credette di impazzire. Non l’aveva mai vista più bella, nel suo vestito azzurro, la veste dell’amore e della morte.

La prese fra le braccia un’ultima volta, la condusse fino all’orlo delle acque e ve la depose. I flutti lambirono voraci il suo volto, le sue spalle e i suoi fianchi. I suoi capelli fluttuavano nell’acqua verdastra, nei suoi occhi il riflesso di acque morte. La corrente la esortava a prendere il largo, lei voleva seguirla, ma lui la teneva per mano e non voleva lasciarla andare.

Non gli era mai appartenuta. Era una creatura del mare, non aveva nulla a che vedere con la terra, con il mondo degli uomini, così saturo di violenza e dolore, intriso di sangue, fradicio di morte.

Lasciò la sua mano e la rese alle acque.

Heinrich rimase a fissare il mare finché scomparve tra i flutti. Sapeva di non aver più diritto ad alcuna compassione, ad alcun misero avanzo di speranza, ad alcun futuro per i prossimi dieci milioni di anni.

Lei ora apparteneva al mare.

La nave si dispose prua al vento e si diresse verso il mare aperto. L’Olanda si allontanava mesta, oltre il giardinetto di poppa, sepolta sotto una coltre di nebbia.

… non incrociar la rotta a un veliero

se dubbio v’ha d’abbordo pur leggero…

Il vento rinforzò e la nebbia si disperse, lasciandolo avvolto nel blu totale del mare e del cielo, liquefatti in un silenzio inevitabile, e onde invidiose vennero a infrangersi in ventagli di spuma contro lo scafo.

Cosa avrebbe fatto una volta sbarcato in Inghilterra? Cosa sarebbe stato di lui, della sua vita, nei numerosi anni a venire senza lei?

… tu dagli eventi prenderai consiglio

pronto e sicuro in subito periglio.

D’un tratto, davanti a lui vi fu solo mare e silenzio e ogni cosa gli fu chiara, come se avesse all’improvviso riacquistato la vista, sottrattagli per qualche oscuro maleficio. E il mare era ovunque, alla sua destra come alla sua sinistra, davanti e alle sue spalle. Non si scorgeva più il profilo della costa, non vi era più alcun segno di terra, l’Olanda era sparita. Come se non esistesse più. Come se non fosse mai esistita. E la nave si arrese all’amplesso delle acque infinite.

Era solo al mondo.

Avvertì il respiro salato del vento fra i capelli ed era un’aria gentile, non minacciosa, né ostile, era un alito puro, fresco e cristallino che penetrava nelle sue narici per farsi respiro e vaporizzarsi di rimando nell’aria salmastra.

Heinrich portò le mani alle narici e inspirò profondamente. Perfino in quel momento, sulla coperta della nave, in mezzo al mare, poté sentire il suo odore sulla punta delle dita, nel cavo delle mani si era impresso il suo profumo, esotico e dolce.

Chiuse gli occhi per poterla vedere ancora, per smarrirsi ancora una volta nel suo sorriso, per vederla planare e sprofondare, dolcemente, negli abissi.



(1) Il nome della nave, tradotto dall'olandese.




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Hotel Vasteland - Parte terza Oltre lo specchio




Parte terza

Oltre lo specchio



La stanza era oscura e gelida, un sepolcro di statue dagli arti monchi, intrappolate nelle ombre. Un picchiettare cadenzato e armonico si faceva beffe del tempo. La notte esalava il suo ultimo respiro al primo, timido raggio di luce.

La coscienza si liberava dalle ombre di un torpore che aveva portato con sé sogni incoerenti, inafferrabili, mostruosi, nei quali le sue membra erano invischiate in assurde ragnatele che tentava invano di lacerare.

Cosa aveva sognato davvero? Difficile a dirsi. Immagini sfocate, in eterno movimento gli affollavano il cervello, simboli faticosi da decifrare. E poi, nitida e ferma, l’immagine di una donna che si stagliava su tutte le altre. Una donna che sapeva di conoscere bene.

Ebbe una rivelazione. Non v’era niente che non conoscesse già, non v’era nulla che dovesse ancora accadere. Si rabbuiò pensando al passato, a quel passato che era stato presente ed era tornato a dissolversi nel tempo trascorso. L’intervallo fra i tempi andati e quel nuovo presente era stato spaventosamente breve.

I suoi pensieri si facevano sempre meno coerenti e si caricarono d’indignazione retrospettiva. Aprì gli occhi lentamente.

Dal biancore delle lenzuola, fioriva un corpo nudo, disteso languidamente nell’indolenza del primo risveglio. Le masse scure e selvagge dei capelli erano sparse sul cuscino. La donna aprì gli occhi. Iridi azzurre, di raro turchese, appena emerse dalle acque dei sogni, cercavano i suoi. Dovunque nella stanza v’era profumo di patchouli.

Era la donna del sogno.

Heinrich, Heinrich!

Egli riconobbe il suo nome nelle profondità abissali dei suoi occhi.

Josefine… sussurrò a fior di labbra, Josefine… come se avesse difficoltà a pronunciare quel nome per lungo tempo dimenticato.

Ho creduto di sognare e che nel sogno tu mi abbandonassi. Mi sono svegliata nel letto vuoto e ti ho cercato. Ma tu non c’eri. Ho creduto che fossi andato via, per sempre.

Non lasciarmi mai più.

Si strinse a lui e lo abbracciò forte. Heinrich si stupì della sua forza, si sentì soffocare come fra le spire di un rettile e cercò di divincolarsi.

Non sciogliere il mio abbraccio.

Non rispose, la guardò attraverso le pupille dilatate. Temeva che le cose potessero sfuggirgli, allontanarsi da lui ancora una volta. Volle tenere gli occhi ben aperti. Se li avesse impressi nella memoria, ogni particolare di quella stanza, ogni caratteristica di quel corpo, anche la più insignificante, nulla gli sarebbe più sfuggito.

Nessuno mi ha mai guardata come mi guardi tu.

Accarezzò la testa abbandonata sul suo petto, i capelli neri sparsi sul guanciale come da una cornucopia colma di oscurità. Giocò con la sua chioma, passando le dita fra le onde, inanellando riccioli e volute.

Nessuno mi sa capire come sai tu.

Sentiva sulla pelle il calore dell’altro corpo, avvinghiato al suo come un naufrago aggrappato a frammenti di sogni infranti. Respirava lieve, il suo corpo si inarcava in armonie simmetriche diffondendo nell’aria onde profumate.

Lei lo fissava, ma il suo sguardo pareva lontano, come se lo scrutasse dalle profondità del mare. Egli si vide riflesso nei suoi occhi, un tenue bagliore nel buio delle correnti marine, un riflesso in cui, finalmente, si riconobbe.

Appoggiò le labbra alla sua fronte e la trovò inaspettatamente fredda. Inspirò un sorso d’aria dalla sua pelle di carta. Gli parve di annusare un fiore appassito. Un fiore raro e delicato. Un’orchidea nera fra le sue braccia.

Non avremo tempo, egli disse.

Nella sua testa, l’assordante ronzio della disperazione.

Avremo tutto il tempo che desideriamo.

Heinrich udì i battiti del suo cuore accelerare, il respiro farsi più rapido fra le narici dilatate. Era bella come un sogno.

No, non avremo tempo, ripeté.

Sorrise, ma qualcosa andò in pezzi dentro di lui.

Non avremo tempo di amarci.



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Hotel Vasteland - Postfazione




Postfazione



Il motivo del doppio-fenomenologia di Hotel Vasteland

Un giorno stavo scrivendo al computer nella stanza di sotto, battevo i tasti con regolarità sotto l’influsso di una discreta ispirazione, fermando di tanto in tanto i miei pensieri su una virgola o su un avverbio. Dicono che il radon che s’infiltra nelle case dal sottosuolo, nelle cantine e nei locali sotto il livello stradale, sia nocivo. Io credo invece che il gas incrementi la creatività: come scrivo nel seminterrato, non scrivo in nessun’altra parte della casa. Così, anche quel giorno scrivevo, come sempre, sotto l’effetto del radon e, come sempre, l’orologio alla parete declamava, imperterrito e autorevole, minuti e secondi. Ma non mi accorsi del suo ticchettio finché non l’ebbi arrestato.

La stanza, priva di quel monotono e familiare rumore, mi sembrò sguarnita e fredda, come uno di quegli appartamenti da prendere in affitto e ancora da arredare. Quella stanza vuota, sebbene vi avessero echeggiato le note della mia ispirazione, creava uno strano effetto in me, come se mi trovassi a casa di qualcun altro, o non fossi più io. Avevo prodotto un minimo cambiamento e già quella sala non mi apparteneva più. E neppure la scrittura mi apparteneva, non riuscivo più a battere un solo tasto, a comporre una sola parola. Mi affrettai a far ripartire l’orologio e, come per incanto, la stanza si rianimò e ripresi a scrivere.

Il ticchettio dell’orologio alla parete della stanza in cui scrivo è lo stesso che scandisce il tempo nella camera d’albergo del signor Dammerschlaft. E sono certo che il suo arresto ha prodotto un’interruzione del flusso del tempo anche nella sua storia e l’ha scaraventato in un universo atemporale, dove non esiste passato, né futuro; tutto accade nello stesso istante, e quel tempo presente si chiama eternità.

Chi sono io?

Il volto che calza sul mio teschio, oppure la mia immagine riflessa allo specchio?

Chi sono io davvero?

Quello che credo di essere o quello che di me vedono gli altri?

Il signor Dammerschlaft si guarda allo specchio e non si riconosce, sente pronunciare il suo nome, ma gli pare quello di un perfetto estraneo, i conoscenti lo fermano per strada, ma è come se li vedesse per la prima volta. Il signor Dammerschlaft è un uomo senza memoria. E chi perde la memoria, perde anche la propria identità.

Il nucleo di Hotel Vasteland è doppio, come quei sistemi stellari composti da due astri gemelli, nei quali l’uno esiste solo perché esiste l’altro, altrimenti l’immensa forza gravitazionale li spazzerebbe via entrambi, e invece, li attrae reciprocamente. Da un lato, la crisi d’identità, dall’altro, l’impossibilità di amare. Temi antitetici e contraddittorii? Niente affatto, sono il recto e il verso della stessa moneta.

Se non so chi sono, se non so chi sono davvero, come posso amare il mio simile? Come faccio a specchiarmi in lui se non riconosco la mia immagine allo specchio? Non sono in grado di compatire nel senso letterale del termine (dal latino cum-patire, sentire insieme), sentire quello che sente l’altro, provare quello che prova l’altro. Come posso amare, se non conosco i miei limiti e i miei difetti, la mia vera natura, se non so neppure dove finisco io e dove comincia l’altro?

Se la nostra identità è smarrita, se non ci ritroviamo più, non possiamo amare, perché amare significa riconoscersi nell’altro a tal punto da annullare la nostra esistenza in quella della persona amata, perché l’altro siamo noi.

Ma lo specchio ha in sé qualcosa di diabolico. Esso riproduce una forma, un oggetto, un mondo che in realtà non esiste. L’immagine si sdoppia in una vera e un’altra falsa. Un’apparenza. Non si può andare dall’altra parte e pretendere di attraversare indenni la superficie di cristallo. Una cosa è la realtà, un’altra il suo riflesso. E la stregoneria dello specchio sta proprio nel farci desiderare quello che sta al di là, di farci innamorare dei miraggi che riflette. Per il mio Heinrich è ancora peggio, perché la realtà e il suo riflesso, reale e immaginario, sono la stessa cosa, sono entrambi un enigma dal quale vorrebbe uscire al più presto.

Il tema dello specchio è ricorrente in letteratura. Voglio ricordare la scena in cui Florentino Ariza, protagonista de L’amore ai tempi del colera di Gabo Marquez, chiede al padrone del ristorante di vendergli lo specchio nel quale si rifletteva l’immagine della sua amata, ma anche, Lo specchio deformante di Anton Céchov, che fa apparire bella una donna che non lo è affatto, Alice attraverso lo specchio di Lewis Carroll, o Lo specchio di Isaac Singer. Ma soffermiamoci un momento su quest’ultimo.

Singer scriveva in una lingua che non esisteva più, l’antico yiddish, un idioma fuori dal tempo, e raccontava di un mondo che, al pari del suo linguaggio, non c’era più: il mondo contadino dell’Europa orientale, al confine fra il mito e la dura realtà dei campi. Un piccolo mondo antico popolato da angeli e demoni e destinato a evaporare come il fumo attraverso i camini di Auschwitz. E il suo specchio si mantiene appena al di qua dei confini del reale, “racchiuso da una cornice dorata decorata con serpenti, pomoli, rose e vipere”, ma, al tempo stesso, è una porta spalancata su un altro mondo. Nello specchio si è insediato un demone.

Si tratta di una leggenda antichissima. “Quando un demone si stanca di inseguire l’ieri o di girare in circolo su un mulino a vento, può sistemarsi in uno specchio. Là aspetta come un ragno nella sua tela, ed è certo che la mosca rimarrà presa”.

E la tentazione è fortissima. Quale donna può resistere alla propria bellezza riflessa allo specchio? “Zirel aveva molto da guardare. La sua pelle era bianca come seta, aveva i seni pieni come otri, i capelli le scendevano sulle spalle e le gambe erano sottili come quelle di una cerva”. Non può neppure sospettare che la trappola sta per chiudersi.

Ma torniamo al signor Dammerschlaft e alle sue enigmatiche avventure. Di qua dallo specchio, un mondo ordinato e ordinario, anche se incomprensibile, di là dallo specchio, un mondo al rovescio, capovolto, sottosopra. Qual è il vero e qual è il falso? Qual è il reale e quale l’immaginario?

Non esiste una sola realtà, ma infiniti piani del reale fra loro connessi a tal punto che anche una trascurabile variazione del flusso degli eventi in uno di questi piani influisce inevitabilmente su tutti gli altri, determinando mutamenti e variazioni infinite. Tale è il potere di un singolo avvenimento, da alterare lo scorrere degli eventi. Come un sasso in uno stagno produce infinite onde circolari, che rompono la quieta superficie dell’acqua, così ogni cambiamento può partorire infinite realtà parallele.

Qual è il compito di uno scrittore? Narrare di tutte le realtà simultanee? Sarebbe troppo noioso. E inutile. Ingannare il protagonista (e attraverso di lui il lettore) con le finzioni e gli artifici che ha creato? O aiutarlo a trarsi d’impaccio dalle situazioni incresciose, dai raggiri e dalle falsità in cui egli stesso l’ha gettato?

Nessuno di questi.

Il suo compito è superare la finzione. Il suo compito è rivelare l’uomo nella sua nuda essenza, svelando, da un lato, la verità nella sua vulnerabilità, scoprendo, dall’altro, il lato animalesco e mostruoso della sua umanità.

L’alternanza sogno-veglia (rectius, incubo-veglia) che sovverte l’unità di tempo e di luogo del vissuto del protagonista non è un caso. Il sogno è un luogo pieno di enigmi, una collezione di simboli dei quali sfugge il senso complessivo. E non è più possibile distinguere il sogno dal reale, l’incubo dalla veglia, perché si assomigliano in modo spaventoso.

Il sogno è lo specchio della vita, esattamente come la vita è lo specchio del sogno. Tuttavia, la superficie riflettente non è più rivolta verso l’esterno, ma verso l’interno e mostra ciò che non dovrebbe mostrare mai.

Il buio dentro di noi.

A.M.







Nota dell’Autore

I versi nel Capitolo VIII sono Deuteronomio 6, 4-9.

Ascolta Israele

il Signore è il nostro Dio

il Signore è Uno

sia benedetto il santo nome del suo Regno

per sempre e in eterno.

Shemà Israel è una preghiera antichissima, la più sentita fra quelle della liturgia ebraica. Secondo alcune fonti, risalirebbe addirittura ad Amenothep IV, meglio noto come Akhenaton, passato alla storia come il faraone eretico per aver tentato di sostituire il culto del dio Amon con un embrione di monoteismo.

Heinrich e Josefine sono come il sole e la luna, la luce e il buio, il bianco e il nero, Aset e Asar (ovvero, Iside e Osiride), gli opposti che si attraggono. Ma la loro attrazione è inconcepibile, addirittura scandalosa, immorale, contro natura, nel contesto e nel tempo in cui agiscono. Sono l’unione impossibile fra El e Asherah (la moglie di Dio), le divinità pre-monoteistiche a cui faccio riferimento nel Capitolo X.

Israel, secondo alcuni studiosi, deriva dall’unione delle parole Is (da Iside), Ra (il dio egizio Rah) e El (il dio canaanita sopra citato). La spiegazione che viene fornita in proposito è che tre battaglioni egiziani di stanza nel Sinai, guidati da un generale di nome Moshéh, abbiano disertato e si siano insediati nella Terra promessa. È stato appurato che sono storicamente esistite unità da guerra egizie con nomi di divinità. Dunque, siamo noi a creare i nostri dèi e non loro noi. E, come creiamo i nostri idoli, plasmandoli dalla creta delle nostre paure, così forgiamo i nostri epigoni e li facciamo danzare sulle assi traballanti dei nostri teatri esistenziali. Mi scuso per la divagazione.

Le rime in corsivo nel Capitolo XII sono tratte da Guida al diporto nautico di Flavio Guglielmi.

E per finire, una Josefine Ascher è realmente esistita. Nata il 19 dicembre 1898, morì in uno dei tanti campi di concentramento dell’Europa occupata. Ho saputo di lei solo molto dopo aver composto il romanzo, quando il personaggio creato viveva ormai di vita propria. Ecco, questo libro potrebbe essere dedicato a lei, a quell’oscura eroina che visse i suoi ultimi giorni all’ombra dei camini.



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domenica 18 settembre 2016

Recensioni e commenti su Hotel Vasteland




«AL DI LÀ DELLA SUPERFICIE DI CRISTALLO C’ERA UN MONDO UGUALE A QUELLO CHE SI TROVAVA AL DI QUA. UN MONDO SORPRENDENTEMENTE IDENTICO, EPPURE SPAVENTOSAMENTE A ROVESCIO.»

Heinrich Dammerschlaft apre gli occhi in una stanza dell’Hotel Vasteland. È confuso, spaesato, spaventato. Non sa come ci è finito, nè per quale motivo. Non sa neanche a chi appartenga il volto che lo fissa dallo specchio, non conosce neppure il suo nome. Così, dopo un totale reset delle informazioni contenute nella sua memoria, deve ricostruire tutto, tassello dopo tassello, evitando di sembrare un folle, cosa che complicherebbe ulteriormente la sua agghiacciante situazione. Ma, come se non bastasse, il corpo senza vita di una splendida donna.

In un incalzante ritmo che conduce oltre una linea di assurda credibilità, un romanzo straordinario che ricorda le atmosfere di Lewis Carroll.



Abbiamo letto con molto interesse il suo bellissimo testo e riteniamo che si tratti di un’opera notevole nella sua brevità, dalla prosa quasi poetica, incalzante e rapida, senza bisogno di orpelli stilistici spesso fini a se stessi, profondo, ricco di temi ed originale.



Genere letterario: Narrativa Crossover

Pubblico di riferimento: Colto

Punti rilevanti: Lettura a più livelli, contenuti, aspetto formale

Impianto tecnico e ampio, struttura ortogonale, con scenari descritti, interiori e suggeriti; ritmo cadenzato, leggibilità buona, comprensione buona ma esigente.



Un romanzo di ottima fattura. E non mi pare poca cosa. Un ingarbugliato gomitolo dalla dimensione onirica e sognante, eppure una vicenda di semplice umanità, seppure dalle mille sfaccettature, fatta di avversità, destino e di amore, di speranza d’amore, come ponte tra mondi differenti. Il testo segue più binari, filtrando le vicende in una sequenza di movimenti disparati, traslando e incrociando trame e sfumature in un articolato itinerario. Siamo di fronte ad un lavoro per alcuni aspetti netto, sintetico e senza eccessi, ma allo stesso tempo introspettivo, rarefatto e meditato. Un’esperienza letteraria dall’eloquio pregno. L’autore evita baratri scoscesi e filosofici, seppur avventurandosi in un esercizio d’equilibrio appena sull’orlo, come pure picchi di lirismo. Il finale rappresenta una soluzione a molte cose, un ciclico tornare all’incontro con la donna/mito, dopo la sofferta accettazione del (non) cambiamento, e il recupero della felicità. Stilisticamente come pure semanticamente è articolato e un po’ impegnativo. Linguisticamente è valido. Buono.

Tra Schnitzler e Baricco.



E' un modo mirabile di concepire un racconto, il cervello è in funzione, sempre.



sabato 17 settembre 2016

La Trilogia dei Luoghi


L’impero del vento, La città verticale e Hotel Vasteland, il mio ultimo romanzo, costituiscono la catena inscindibile di una trilogia, la Trilogia dei Luoghi. Le maglie della catena che unisce queste opere, pur così diverse fra loro per trama, plot e ambientazione, sono la diversità e l’identità. La domanda da porsi è: chi sono io? Chi sono io davvero? Sono questioni che ci poniamo dalla notte dei tempi, ma la cui sola risposta ottenuta era l'eco che rimbalzava sulle pareti di una caverna.
Ne L’impero del vento, la crisi d’identità è innescata dalla condizione di diversità, dal sentirsi stranieri, estranei, alieni in un paese straniero. Non a caso, strano e straniero hanno la stessa radice, anche in altre lingue (strange – stranger, etrange – etranger).
Ne La città verticale ho narrato il dramma di sentirsi estranei al mondo e ai luoghi che ci appartengono.
In Hotel Vasteland, la crisi d’identità è così profonda e definitiva, che ci fa risvegliare estranei a noi stessi, prigionieri di un corpo che non riconosciamo.
Percepire la diversità è prendere coscienza della difficoltà d’idealizzare la propria identità al punto da riconoscere le identità altrui soltanto come presenze estranee e inquietanti. Entità che non sono in relazione tra di loro in alcun modo, proprio come tessere di un puzzle che non s’incastrano con nessun’altra, perché non appartengono alla stessa scatola.
La Trilogia dei Luoghi, il mio hotel, la mia città, il mio impero.

 
 

sabato 27 agosto 2016

Il ponte


Il ponte era il cordone ombelicale fra le due rive. Di qua la vita. Di là la morte. Mi fermai nel mezzo, guardai giù nei vortici d'inchiostro e vidi le cose capovolte.

Ebbi freddo.

Un gelo mai provato prima s'impadronì del mio cuore. Forse avevo sempre guardato il mondo dalla parte sbagliata.

Il silenzio mi avvolse con la noncuranza con cui avvolge le persone senza speranza.

Mi sentivo senza pace, inquieto, lacerato dalla voglia di restare e dal desiderio di partire. Non ero riuscito ad accettare passivamente il male del mondo. Non riuscivo a farmene una ragione. Le persone che incontravo erano come condomini dispettosi. Mi odiavano senza ragione. La mia vita era sospesa fra un presente immobile e un passato che non passava. Quanto avrei pagato una sola misera bottiglia di oblio! Soltanto l'alcol cancella il dolore. Ma ciò che desideravo davvero era una sorta di perdita di controllo controllata.

La prossima vita, pensai, voglio rinascere sasso, così non sento più niente.

Mi ha sempre fatto paura l'acqua di notte, il velo di mistero della superficie a celare chissà quali segreti inconfessabili. Cose che devono restare nascoste.

Qualcosa si mosse nell'oscurità, una massa più scura dell'ombra, e lentamente quel profilo informe prese le sembianze d'un grande uccello notturno. Con un balzo si staccò imperioso dalla terra, le sue ali si aprirono e vorticò in una larga virata verso la luna, proiettandone l'ombra sulla mia faccia mentre mi sorvolava.

Spentosi il vibrare del volo, il silenzio ritessè la sua tela d'organza.

I flutti mi chiamavano, il vortice era più chiassoso e felice che mai nel suo idrico tumulto. Vieni, vieni a raggiungerci, cosa aspetti? Tu ci appartieni.

Noi ti apparteniamo...

Avevo sempre desiderato vedere il mondo a testa in giù. Così mi sporsi ancora un po'.

Qual è il vero e quale il falso? Come si può distinguere il torto dalla ragione? Cosa sono la gioia e il dolore, la verità e la menzogna, la vita e la morte?

La risposta venne mentre precipitavo a testa in giù.

Niente?

Niente.


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mercoledì 17 agosto 2016

Signora Ava


E' difficile mettere un mondo in un libro, ma Jovine ci è riuscito. Un piccolo mondo antico, meridionale e molisano, un Mezzogiorno misconosciuto ai più, già a quell'epoca, quando, allora come ora, la Storia scorreva altrove. Un mondo meridionale e contadino, in cui il tempo pare essersi fermato ai tempi della mitica 'gnora Ava, l'età dell'oro in cui i mazzamaurriè (1) si divertivano a fare piccoli dispetti nelle case e un contadino poteva innamorarsi di una ninfa dei boschi. Un universo in palmo di mano, che sarebbe stato, di lì a poco, spazzato via dalla furia della modernità e dal vento della rivoluzione, come altri microcosmi in epoche successive, anch'essi in bilico fra la dura realtà dei campi, le superstizioni e le leggende - come non pensare al Singer de L'ultimo demone? (2) -.
Anche Jovine è scomparso, è svanito prima di essere scoperto, in quest'Italia che “coperta di capolavori, non sa né amarli né perfino conservarli e lascia un Tintoretto scomparire a poco a poco sotto la pioggia...” (3). Spentosi il clamore del Premio Viareggio 1950, il silenzio ritessè una tela di polvere sulle sue opere. Scivolò presto nel dimenticatoio, in compagnia di tanti giganti; sopra tutti, John Fante (4), lo scrittore più famoso caduto in oblio e Pascal d'Angelo, il poeta con picco e pala (the pick and shovel poet) (5), guarda caso, tutti abruzzesi e molisani.
Signora Ava è stato definito (6), per la ricchezza espressiva, la lucidità narrativa, l'universalità del dramma e il suo realismo magico, il nostro Cent'anni di solitudine (7). Io credo che non vi sia alcuna esagerazione. Anche perchè mi scatena un piacere sottile e perverso accostare la letteratura italo-meridionale a quella sudamericana.
Il romanzo di Jovine costituisce l'episodio meno celebre, ma centrale, in un trittico ideale aperto da I vicerè di De Roberto e chiuso da Il gattopardo di Tomasi di Lampedusa. Un affresco niente affatto patriottico e celebrativo, e per questo motivo, tanto aderente alla realtà storica dei giorni fatidici e feroci in cui nacque l'Italia.
Cambiare tutto perchè nulla cambi.
In realtà, le cose cambiarono, e come cambiarono! Mutarono drasticamente, e niente fu più lo stesso. Soprattutto per la povera gente. Dagli errori di allora nacque l'Italia di oggi, una donna invecchiata precocemente, con il bel volto deturpato dalle cicatrici e un po' zoppa, figlia illegittima di quegli anni.
Signora Ava, rispetto agli altri due romanzi, è l'unico scritto dalla parte dei poveretti, dei contadini e dei cafoni, che subirono sulla loro pelle le novità del Risorgimento.
“Concetta, alta, solenne, col capo chiuso in bende nere, gridò: Allegri figlioli, è arrivata la repubblica!” Una sagoma scura e dolente, che sembra ritagliata con forbici d'ingegno direttamente dalle pagine di una tragedia greca, fa il suo ingresso sulla scena, annunciando quello che non venne.
I poveri cafoni l'avrebbero scoperto presto e a loro spese.
Di lì a poco una guerra civile avrebbe dilaniato l'Italia meridionale – come altro si può chiamare lo scontro aspro e sanguinoso fra i nuovi padroni e i vecchi sudditi, passato alla storia come brigantaggio? -, si sarebbero aperte le cateratte dell'emigrazione, a milioni avrebbero attraversato gli oceani per le Americhe e l'Oceania. La nuova Italia nasceva piena di debiti e senza neppure gli occhi per piangere. E la casata maledetta che permise tutto questo fece ridere a crepapelle Guglielmo, imperatore di Germania, quando iscrisse d'ufficio la nostra Patria al club delle potenze coloniali: “L’Italia, un paese che cercava le colonie in Africa, quando le colonie ce le aveva a casa propria.”
Se l'arte è un lavoro di scelta, come nel gioco delle carte, bisogna saper 'scegliere e scartare'. E Francesco Jovine è un grande giocatore. Eccovi qualche bella giocata.
La campagna addormentata sotto la neve: “Tutto bianco, tutto bianco avanti, indietro, all'infinito: il Signore fa di un colore unico le cose veramente misteriose, terribili. La varietà dei colori il Signore la offre per il nostro gioco di vecchi bambini. Ma il mare, il cielo, la neve, un colore solo.”
Il sentore della fine: “La morte non aveva persuaso i nostri muscoli e le nostre anime che quello era il luogo per ricongiungerci col Tutto”.
Riflessioni sul senso della vita e della morte: “...si nasce dalle tenebre e ci si prepara lentamente a morire. Tra i due punti, tra il nascere e il morire c'è la vita: il nostro lungo errore. La morte ci riporta al punto di partenza ed elimina l'errore... La vita, troppo lunga, piena di rumori, di urla, di risa, di vanità, di delitti”.
E micro incursioni etico-esistenzialiste e sogni cosmogonici di concordia discors: “...buono, cattivo, angelico, diabolico, fuggire, credere, dubitare, sperare: ogni tanto tutto si fonde; per un attimo nasce l'armonia...”.
Grandi pagine di letteratura dal Molise, una terra ancora poco conosciuta.
E un accorato appello ai tecnocrati del Ministero della Pubblica istruzione. Per favore, mandate in pensione I promessi sposi e rimpiazzatelo con Signora Ava.
  1. Folletti delle credenze popolari del Molise, simili ai troll.

  2. Isaac Singer scriveva in una lingua che non esisteva più, l’antico yiddish e raccontava di un mondo che, al pari del suo linguaggio, non c’era più: il mondo contadino dell’Europa orientale, popolato da angeli e demoni.
  3. Marcel Proust, Lettere.

  4. Capolavori dimenticati come Chiedi alla polvere, Sogni di Bunker Hill e Full of life chiedono vendetta. Per la (ri)scoperta di Fante siamo tutti debitori a Charles Bukowsky.


  5. Goffredo Fofi, Prefazione a Signora Ava (Donzelli Editore, 2010).

  6. Gabriel Garcia Marquez; titolo originale Cien anos de soledad (1967).