giovedì 19 febbraio 2015

Un re


 

            Non ho molto tempo per la pausa pranzo, le mie giornate lavorative sono frenetiche e spesso sono come risucchiato in un vortice nel quale il tempo scorre veloce, le lancette avanzano inesorabili e finisco per timbrare il cartellino molto oltre l’orario di uscita. E uscendo incontro per le scale gli impiegati che rientrano, avendo già terminato il loro pasto. Così, non mi resta molto tempo per mangiare. Del resto, mi accontento di un primo – generalmente un piatto di risotto alle ortiche, una ciotola di cuori di burro al vapore, oppure una porzione di pizzoccheri alla valtellinese – e un contorno abbondante, che fa da antipasto e da secondo, il tutto innaffiato da un buon bicchier di vino. Consumo il mio frugale e veloce pasto, sbirciando, fra un boccone e l’altro, i titoli in prima pagina. Le notizie, quelle no, non ho il tempo di approfondirle, lo farò a casa, se mi avanzerà del tempo. Così, quando rientro al lavoro ho gli occhi pieni di slogan a caratteri cubitali: il Pil scende, la disoccupazione sale, la preoccupazione regna sovrana.

            Tuttavia, quello che davvero desidero non è tanto riempirmi la pancia, quanto godere di alcuni minuti di tranquillità che possano spegnere l’incendio della mia testa in fumo per lo stress. Parlo il minimo indispensabile, giusto per l’ordinazione e, ascolto ancor meno. Lo so, non risulto troppo simpatico, ma cercate di comprendermi, ho davvero poco tempo. Ora, se i camerieri assecondano questo mio desiderio di tranquillità, tutto fila liscio, consumo velocemente il mio pasto, sorbisco il caffè mentre pago il conto – perché tempo ce n’è sempre meno e, tanto per cambiare, sono in ritardo – e me ne vado. Ma a volte non accade. Essi scambiano il mio desiderio di quiete per freddezza, alterigia, eccesso di riservatezza. Credo in verità che mi giudichino un cliente alquanto stravagante, che arriva tardi, pretende di essere servito immediatamente e chiede il conto prima di aver finito di mangiare, e fanno quanto in loro potere per molestarmi con la scusa di portar via il piatto che non ho ancora terminato e al quale mi aggrappo con le unghie e con i denti come se fosse l’ultimo pasto di un condannato a morte. Oppure, mi chiedono se desidero altro, mentre sono ancora a metà del primo, o se possono portare il caffè quando ho appena messo in bocca la prima forchettata del contorno. Ma la domanda più seccante di tutte è: “Tutto bene?”. E io, cosa dovrei rispondere? Che andrebbe bene se ti levassi dai piedi e mi lasciassi mangiare in santa pace. Ma non lo faccio, in fondo il cameriere sta lavorando, mica si diverte e io nutro un profondo rispetto per il lavoro, anche se chi lo svolge è a volte importuno e fastidioso.

            Ecco, in quei casi, sono costretto a difendere la mia isola privata dal vento impetuoso dell’invadenza con occhiate fulminanti e feroci e, il più delle volte, è sufficiente, non devo ricorrere al mio arsenale di battute taglienti e glaciali, sempre a portata di mano.

            Era da poco che frequentavo quel ristorante, me l’avevano descritto come un posto tranquillo e devo dire che non si erano sbagliati, per questo andavo sempre lì. Da qualche tempo avevo la fortuna di essere servito da una cameriera che aveva compreso appieno i miei desiderata e faceva del suo meglio per soddisfarli. Così, quando entravo in sala, la cercavo con lo sguardo e poco dopo potevo approdare all’isola di tranquilla felicità che aveva apparecchiato per me.

Generalmente, dopo che mi ero seduto a tavola non la degnavo di uno sguardo, i miei occhi non salivano oltre il livello del tavolo, immerso com’ero nelle pagine di carta stampata, ma mi piaceva molto vedere le sue mani candide e curate che si affaccendavano sulla tovaglia. Tuttavia quel giorno, non ne ricordo bene il motivo, forse perché dovetti ripeterle l’ordinazione che non aveva ben compreso, o per qualche altra causa che ora mi sfugge, i miei occhi indugiarono un po’ nei suoi, prima che entrambi ci ritraessimo in reciproco imbarazzo.

Ne nacque una sorta d’intesa tacitamente proclamata, che si rafforzava giorno per giorno, fra rapidi sorrisi, gesti garbati e rarefatte parole che, a una lettura superficiale, avevano un significato banale e ordinario, ma che, a un livello più profondo, potevano significare tutt’altro. Ed era il tutt’altro che intuivo in quei gesti cortesi e in quelle parole gentili a intrigarmi. Certo non v’era nulla di eccezionale. Erano frasi banali come: “Desidera altro?”, o “Tutto bene?”, accompagnate a volte da un lieve sfiorarci le mani che avveniva come per caso, domande alle quali avrei voluto rispondere che no, non andava tutto bene da quando c’era lei a servirmi e che l’altro che desideravo non era ancora vino o un caffè, ma i suoi occhi nocciola chiaro, i suoi capelli color del miele, le sue labbra rosate e le sue mani candide e curate.

Quegli occhi mi riportavano indietro nel tempo, avevo sedici anni e mi piaceva una certa ragazza, il suo sguardo mi bastava per una notte intera e l’estate alla fine della scuola durava quanto l’eternità. Com’erano fragili quegli anni, e come eravamo fragili noi.

            Un giorno arrivai in anticipo. Un bel sorriso illuminò il suo volto e mi accolse con parole e gesti più gentili del solito. Aveva i capelli legati dietro la nuca e la luce artificiale del salone si spandeva sul suo capo in un fulgore color del rame. C’erano pochissimi clienti, a parte me. Dopo aver ordinato, come se avessimo atteso un tacito segnale, iniziammo a conversare amabilmente, da buoni conoscenti, come non eravamo. Parlavamo della vita, della mia e della sua, che erano come banche i cui conti non tornavano.

Un tedesco al tavolo accanto la chiamò con suoni crudeli che parevano rigurgiti e dovette allontanarsi. Il tempo era volato ed era tardissimo. Non avevo mangiato neppure un boccone. Mi alzai e mi diressi al banco per il caffè e il conto.

Mescolai lentamente lo zucchero nel caffè, otto volte in senso orario e otto volte in senso antiorario e ancora daccapo. Avrei voluto che il tempo si fermasse. Quando portai la tazzina alle labbra il caffè era freddo e rabbrividii. Pagai e salutai.

“Ciao” disse e mi parve il verso di un felino in amore, e forse lo era davvero. Feci finta di non accorgermi dell’ammiccare repentino che velò per un istante la luce che brillava nei suoi occhi e mi allontanai nel vento e nella pioggia.

Ma la pioggia era troppo fitta e il vento troppo impetuoso e tornai subito sui miei passi. La trovai ancora alla cassa ad armeggiare con fatture e ricevute e conti che non tornavano. Sorrise. Non mi parve affatto stupita del mio ritorno. Era sicura di aver seminato bene in me. Era vero. Il seme era germogliato e già si faceva una pianta rigogliosa. Mi piaceva il colore dei suoi capelli, la luce nei suoi occhi, così mi lasciai condurre nella sua stanza.

Volle accendere soltanto una candela per rischiarare il buio. E non fu una cattiva idea.

La luce rivestiva il suo corpo nudo di tenui bagliori, un alone caldo, rosato le sfiorava i seni, la vita, le anche, il ventre. Sciolse i suoi capelli. Era come un acquerello dipinto sulle tenebre con il pennello intinto nella debole luce di una fiammella. E, di fronte a una tavola apparecchiata da mille delizie, scoprii di avere fame.

Lei cercò i miei occhi e sorrise ancora per dire sì.

E svelò un tesoro nascosto, celato nella profondità del suo mistero. 

E io lo conquistai quel tesoro, lo ebbi tutto per me, e ancora e ancora e ancora, finchè non giacemmo avvinti, sfiniti, estranei, in una coltre di nuvole.

La candela si spese. Una folata di vento, credetti, e mi affrettai a riaccenderla. Fui interrotto da una luce abbagliante, improvvisa. Il suo bagliore era freddo e asettico, insopportabile, tanto che avrei scambiato il dono della vista con la luce calda e imperfetta della candela. Non era stato il vento. Mi cacciò dal suo letto. Il re era stato spodestato dal trono.

Raccolsi i miei vestiti. Mi ritrovai ancora nel vento e nella pioggia, la notte era durata un’ora soltanto e già il mio trono era caduto. Avevo il suo profumo addosso e sulla punta delle dita, il suo sapore nella bocca e il suo calore dentro il cappotto. Mi misi a correre. Perché devo camminare, se posso correre? Perché devo strisciare, se posso volare? Ma era lei a trattenermi al suolo, a fare di me un verme che striscia e si graffia il ventre sulla fredda terra.

Non misi mai più piede in quel ristorante. Passai giorni che furono un inferno di incubi famelici e striscianti. Poi, mi accorsi che qualcosa era cambiato. Fuori era primavera inoltrata e la città stiracchiava le membra di cemento al suo calore. Allora sorse e crebbe forte in me il desiderio di rivederla. Cominciai a pensare a lei notte e giorno, invece di lavorare, facevo sogni a occhi aperti, fantasticando su un nostro futuro a due, ma mi svegliavo sudato e ansante nel cuore della notte, perché quel sogno si era trasformato in un incubo. Non saprei dire né come né perché, ma quella donna così bizzarra era entrata in punta di piedi nei miei sogni e non se ne voleva andare. Così un giorno tornai al ristorante e mi sedetti al tavolo più appartato. Venne un cameriere a ricevere l’ordinazione e mi accorsi che il suo sorriso era sarcastico, senza che mi potessi spiegare il perché. Di lei nessuna traccia.

Mangiai senza gusto cuori di burro al vapore, che in altri momenti avrei apprezzato. Masticavo lentamente e mandavo giù i bocconi senza sentire alcun sapore, come quando si ha il raffreddore. Poi, ordinai un caffè e mi avviai a pagare il conto.

E la vidi. Sbucò da dietro una tenda e mi comparve davanti, come faceva ogni volta con i clienti, per preparare la ricevuta. Era un po’ ingrassata dall’ultima volta, ma era splendida e raggiante. Con gesti freddi e veloci preparò il conto, senza guardarmi mai negli occhi, tanto che dubitai che mi avesse riconosciuto. Allora le presi una mano e fu costretta a vedermi. Sul suo volto si dipinse un’espressione di disappunto, che tentò di celare con un velo di freddezza, ma non ritrasse la mano. In quel momento, udii una sorta di miagolio e mi sporsi sul bancone incuriosito, per vedere da chi provenisse quel verso. Dietro la tenda socchiusa c’era una culla e dentro la culla un bambino.

Erano trascorsi nove mesi dalla perdita del mio regno.

Si divincolò dalla presa e si affrettò a richiudere la tenda. Poi, mi spinse verso la stanza adiacente. Non ero riuscito a vedere in volto chi dormiva nella culla.

Seppi che il suo più grande desiderio era quello di avere un figlio, ma non cercava un padre per lui. Aveva amato molto e molto aveva sofferto per amore, non avendo mai trovato l’uomo che potesse proteggerla e scaldarla nelle lunghe notti d’inverno. Così, aveva giurato a sé stessa che mai più un uomo sarebbe stato tanto importante da ridursi in ginocchio ai suoi piedi. Voleva un re per far di lei la regina di una notte, un monarca a tempo determinato che abdicasse, che rinunciasse al trono in cambio di una notte d’amore. E poi svanisse per sempre e che le tenebre cancellassero il suo nome come quello dei morti. E così era stato. In un colpo solo, il re di una sola notte si era lasciato dietro una vedova e un orfano.

A quella donna non importava nulla di me. Non aveva voluto sapere chi fossi, da dove venivo, se fossi in grado di garantirle un tetto e a quanto ammontava il mio conto in banca. A lei non importava un fico secco di me. Le erano interessati un bel paio di occhi neri, questo sì, e membra solide che dovevano aver rivelato al suo istinto di donna le caratteristiche di una discendenza forte e sana. Nient’altro. I baci, gli abbracci, le carezze nel buio, i sospiri, le mie dita fra i suoi capelli, i suoi occhi nei miei, erano orpelli, ornamenti, fronzoli del mistero della vita. Essa non aveva apparecchiato che meri contorni del pasto, mentre la portata principale, di due soli ingredienti, cromosomi x e y, già si preparava nel buio del suo ventre.

Le chiesi più volte, la implorai, la supplicai di lasciarmi vedere suo figlio, mio figlio, una sola volta e poi sarei sparito per sempre dalla loro vita, dal loro regno sul quale sentivo di non poter vantare alcun diritto. Non ci fu nulla da fare. Fu irremovibile, dura e tagliente come una roccia modellata dal ghiaccio e dai venti. Non mi permise di vedere il bambino. Seppi solo che era un maschio e godeva di ottima salute. Poi dovetti prendere la porta.

Tuo figlio ha i tuoi occhi, mi parve di sentire.

Mi voltai, ma era già sparita dietro la tenda di velluto nero che nascondeva mio figlio e non seppi mai se fosse stata davvero lei a pronunciare quella frase, o la mia immaginazione a inventarsi quelle parole con intento consolatorio.

Mi sentivo a pezzi. Ancora una volta abbandonavo senza gloria quel luogo infausto, affranto, sconfitto, abbattuto come la statua di un sovrano spodestato. Non sapevo da dove venivo né da che parte andavo e il paesaggio era conforme al mio stato d’animo. Una distesa brulla, piatta, indecifrabile come il mistero che mi stava crescendo nel cuore. Un re senza una terra, la terra senza un re. Un padre senza il figlio, il figlio senza un padre. Non riuscivo a risolvere quell’enigma, senza riconnettermi alla mutata sensibilità dei miei anni. Se tutte le donne del mondo avessero rinunciato agli uomini, come un sesso ormai inutile e superato, lo avrei accettato, ma così no, non riuscivo a farmene una ragione. Eppure, più mi allontanavo da quel luogo, più sentivo che quella donna e quel bambino non avevano più alcun significato per me, erano stati un mero incidente di percorso, un’impronta lungo il sentiero del destino che dovevo lasciarmi dietro.

Come una lente d’ingrandimento concentra i raggi solari in un solo punto luminosissimo e appicca il fuoco, così concentrai le mie riflessioni esclusivamente su me stesso. E giunsi a una conclusione. Ero io il padre e al tempo stesso il figlio. Com’era possibile? Il padre e il figlio di me stesso? Ebbene sì, ciò era possibile, ma solo in un sogno. Era stato soltanto un sogno, un balordo infingimento, un delirio razionale, una bizzarra interconnessione temporale di due linee vitali e null’altro? Alla domanda non riuscii a far seguire una risposta. Ma mi accorsi che non mi faceva più male.

E sotto la lente deformante della mia coscienza, lentamente presi fuoco. E arsi, arsi fino in fondo, mi dibattei fra le fiamme dell’infermo, fiammate catartiche si sprigionarono all’interno del mio essere e bruciai completamente. Andai completamente a fuoco. E di ciò che ero stato rimase soltanto cenere.

Mi ritrovai, non so come, nei pressi di casa mia. Meccanicamente salii le scale e aprii la porta. Avevo in mente qualcosa. Ed era più forte di me.

Dovevo fare qualcosa che non serviva a niente.

Mi sedetti allo scrittoio, accesi la lampada, distesi un foglio e impugnai un mozzicone di matita. In cuor mio ero sicuro, pur senza rinvenirne una ragione, che quell’atto, nella sua perfetta inutilità, potesse servire a qualcosa.

E come segni arcani tracciati da un bastone sulla sabbia del mare, vocali, sillabe e consonanti nascevano sul foglio, e crescevano e si moltiplicavano. Finito il foglio, ne prendevo un altro e ricominciavo daccapo. In pochi minuti, la scrivania era ricoperta di decine di fogli di carta da me vergati, e altrettanti ve n’erano ai miei piedi. Il pavimento aveva mutato colore e ora camminavo sulla neve vergine, scivolando a ogni passo, ora fluttuavo su quella distesa di carta, che era stata foglia, corteccia e albero ed era ora la cosa più effimera al mondo, la vita di un uomo racchiusa in un pezzo di carta.

 

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sabato 7 febbraio 2015

Viaggio dalla Terra alla Terra




 

            Il portello si richiuse con un tonfo e Mac O’Neil, legato stretto come un salame al seggiolino, parlò alla radio. Qualcuno da qualche parte, con una voce lontana come fosse dall’altra parte del mare, per qualche motivo sconosciuto, si mise a contare alla rovescia: “Sette… sei… cinque… quattro… “

Non arrivò a tre che si ebbe un fremito nella struttura, come se O’Neil tremasse, a due il sussulto crebbe fino a farsi terremoto e a uno sulla terra fiorì un vulcano di fiamme e bagliori, poi l’argentea prua del razzo s’immerse nel buio mare cosmico e si coprì del riflesso delle stelle.

            O’Neil si affacciò al finestrino. Là fuori vi era il regno della notte, oscuro e misterioso, un buio fitto e impenetrabile. Le stelle vorticavano a velocità fantastiche e buchi neri s’aprivano a poca distanza dal suo razzo.

            A circa metà del tragitto, Mac O’Neil trasalì. In lontananza, un bagliore si avvicinava a grande velocità. Il luccichio rivelò una sagoma argentea che s’ingrandiva sempre più. Un razzo uguale al suo viaggiava a velocità spaventosa in direzione della Terra. Mac O’Neil si attaccò alla radio.

            “Un razzo proveniente dalla Luna? In volo verso la Terra?”

            Chissà perché dal centro di controllo rispondevano con domande alle sue domande.

            “Mantenga la rotta e buona fortuna” gracchiarono dalla Terra e Mac O’Neil avrebbe voluto fare altre domande, ma la comunicazione s’interruppe e restò solo nel silenzio dello stretto abitacolo. Sul riflesso del suo casco le stelle scorrevano a velocità vertiginosa e gli parve di precipitare in un abisso. Ma non ebbe il tempo di preoccuparsi, che già la Luna mostrava il suo bel viso, enorme e burroso, come il faccione di una grassa signora. Era arrivato.

            Sorvolò boschi e deserti e alte montagne coperte di neve. Infine, atterrò in un prato pieno di margherite. Aprì il portello, saltò fuori e si nascose dietro il corpo argenteo del razzo. Non c’era anima viva.  L’odore pungente dei gas combusti si dissipò e si sentì solo il profumo dei fiori e della terra bagnata. Il razzo, scivolando sull’erba umida durante l’atterraggio, aveva sbandato più volte e ora puntava il suo naso di metallo verso una specie di alta torre che si scorgeva in lontananza. Mac O’Neil corse a prendere il binocolo e, armeggiando con la manopola della messa a fuoco, sulle sue retine si compose l’immagine di un campanile.

            “Accidenti” disse fra sé “Sembra proprio la chiesa di Alverston”

            Solo al calar della sera si decise a lasciare il luogo dell’atterraggio e si diresse al villaggio che si stendeva sotto il campanile. Si avvicinò furtivo e subito vide un’abitazione che, se non fosse stata sulla Luna, si sarebbe detto che fosse quella del giudice Clarke. Proseguì, e sulla soglia della chiesa vide addirittura il reverendo Balthus. Poco più avanti c’era perfino la casa del borgomastro Tennyson, esattamente dove avrebbe dovuto essere. Udì anche l’ululato dei lupi, come nelle notti più fredde del suo paese.

“E’ proprio Alverston” si disse, e non fu più sicuro di trovarsi sulla Luna. Svoltò l’angolo della piazza e s’imbatté nel signor Kinglax, che lo salutò di fretta, ma con cortesia. Le sue gambe proseguivano da sole su strade che conoscevano bene e in breve si trovò davanti a casa sua. Aprì il cancello, che cigolò come al solito, attraversò il giardino e bussò alla porta.

La porta si aprì e si trovò di fronte sua moglie in vestaglia e bigodini. La tavola era già apparecchiata per la cena. Dopo aver mangiato si sedettero sul divano davanti al televisore. C’era il loro programma preferito, in tutto e per tutto uguale a quello che davano sulla Terra, c’erano perfino le stesse interruzioni pubblicitarie. Dopo qualche sbadiglio s’infilarono a letto e sotto le coperte egli ebbe quella donna, come aveva la moglie della Terra.

Il mattino dopo, O’Neil si svegliò prestissimo, salutò la moglie e decollò con il suo razzo. Era a metà strada – aveva impiegato meno tempo dell’andata, perché il viaggio di ritorno era in discesa -, quando incrociò un razzo uguale al suo. Stavolta, non fece domande inutili alla radio. Tirò la leva del freno d’emergenza e il missile si arrestò con un forte stridore. Anche l’altro pilota aveva fatto lo stesso e ora i due ordigni erano immobili nello spazio a non più di cinque metri l’uno dall’altro. Mac O’Neil aprì il portello e lo stesso fecero dall’altra parte.

Con sua enorme sorpresa, vide un altro Mac O’Neil ai comandi del razzo, come uno specchio che guarda un altro specchio. I due si osservarono per un pò, poi Mac O’Neil che veniva dalla Luna buttò un “Oilà!” al quale Mac O’Neil che veniva dalla Terra rispose: “Aliò!”. I due parlavano e si muovevano simultaneamente, ma con grande incertezza, proprio come quando si prova un discorso davanti allo specchio. Non c’era verso di avviare una conversazione, l’uno rispondeva alla domanda dell’altro con identica domanda; perciò, si salutarono con un cenno del capo e richiusero i portelli. I motori lanciarono vive lingue di fiamma e i razzi sfrecciarono nel buio della notte.

Appena messo piede a terra, Mac O’Neil si precipitò a casa sua. Alverston era rimasta come l’aveva lasciata. Sua moglie gli aprì in vestaglia e bigodini. Era come sempre, tuttavia gli parve stanca e assonnata, come dopo certe notti.

Egli la strinse fra le braccia e la baciò. “Mi sei mancata tanto” disse.

“Ma se sei appena uscito” fece lei.

Mac O’Neil si accese un sigaro e si buttò sul divano. I ceppi scoppiettavano nel camino, sua moglie era accanto a lui e fra poco sarebbe cominciato il loro programma preferito in tivù. In quel momento decise che per nessuna ragione al mondo avrebbe più lasciato Alverston.

 

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martedì 6 gennaio 2015

Non c'ero


 

Non c’ero quando lei morì. Non me lo perdonerò mai. Avrei voluto tenerla in braccio per l’ultima volta, la mia bionda Camilla, mentre esalava il suo ultimo respiro e cercava i miei occhi per affondarvi i suoi, forse pieni di paura.

Non me lo perdonerò mai. Anche se era solo un cane. La mia dolce Camilla.

Certo non era un cane letterario, come Argo (1) di Ulisse, come Bauchan (2) di Thomas Mann, o Randy (3) di Carofiglio. E, perché no, mademoiselle Cocotte (4) di Maupassant. Era solo un cane. Ma era il mio.

Per anni continuai a sentire le sue unghie ticchettare sul pavimento delle stanze della casa di mia madre, nella sua andatura caracollante e un po’ goffa. Era in discreto sovrappeso. Non conosco come si determini il peso forma canino, ma lei lo era di sicuro. Se dovessi paragonarla a una persona, credo che sarebbe stata una biondona tutta curve e delizie e molto, molto dolce. Mi ricordo che quando tentava di correre, ci si metteva d’impegno, si preparava a scattare come un centometrista, ma la sua corsa era patetica, credo che non abbia mai sfrecciato oltre i due chilometri all’ora. E poi, si stancava subito, soprattutto negli ultimi tempi.   

L’ho amata? Si può amare un cane? Si, si può amare un cane, io l’ho fatto e anche lei ha amato me. Decisamente. Una volta, a causa di un infortunio - ero ingessato dal collo all’ombelico – mi sono fatto un’intera estate in poltrona, ma lei non mi ha mai lasciato solo, neppure per un minuto. Per farla mangiare o uscire a fare i suoi bisogni, si era costretti a trascinarla via di peso, tra molti ringhi e tentativi di mordere. Ma non ha mai morso nessuno. Era tutta una finta per far vedere che era feroce. Un cane affezionato alla casa che abitava e ai suoi occupanti. Prendeva un aspetto serio, ringhiava e abbaiava, digrignando i denti, ma nessuno le dava retta, non si poteva credere che una cagnetta rotonda e burrosa come lei, potesse addentare polpacci e caviglie. E avevano ragione. Ma l’impegno, il coraggio e la dedizione che dimostrava nel difendere noi e la sua casa, quando, spesso a torto, ci credeva in pericolo, era commovente.

Una volta scovò una pericolosa vipera che si era introdotta nel nostro giardino. Prese ad abbaiare furiosamente per richiamare la nostra attenzione e intanto, aveva iniziato una strana danza davanti al rettile; se questo tentava di sgusciar di lato, lei subito gli saltava davanti, se strisciava verso l’altro, lei gli si parava davanti. Un ballo ritmico tutt’intorno al serpente, che a volte portava le sue zampe vicinissimo ai suoi denti veleniferi. Un balletto che si dimostrò efficace, perché la vipera non riuscì a muoversi fino a quando non le fracassammo la testa con una pietra.

Ma ne capitò un’altra. E fu un caso molto strano. Era notte fonda, la casa era avvolta dal silenzio e i raggi bluastri della tv rischiaravano la penombra. Io ero mezzo addormentato davanti al televisore e nel dormiveglia accarezzavo la sua testolina morbida. A un tratto sentimmo un tonfo e subito dopo, strida acutissime provenire dalla cucina. Ci precipitammo di là e vidi due occhi gialli emergere dall’oscurità. Vi fu un gemito più terrificante dei precedenti, uno stridio che pareva una minaccia. Mi si gelò il sangue nelle vene. Una figura nera si muoveva nella penombra. A occhio e croce giudicai che una strega era apparsa nella cucina e profferisse oscure minacce. Camilla fece due abbai di circostanza, molto formali, tanto per ricordare a me, ma soprattutto a lei, che era un cane da guardia e poi, si rifugiò spaventatissima fra le mie gambe. Solo quando la fuliggine si fu diradata, capii cos’era accaduto. Una grossa civetta era caduta, attraverso la canna fumaria, dentro il camino e cercava disperatamente una via d’uscita. Liberare la civetta, fu più arduo che svelare il mistero, ma, aiutandomi con una rete da pesca, ci riuscii. Camilla però non smise di tremare e dovetti portarmela a letto perché non volle saperne di dormire nella sua cuccia. L’uccellaccio notturno proprio non le era piaciuto. 

Io credo che in punto di morte, abbia avuto paura, ma non di morire. Credo che abbia avuto paura di lasciare il mondo morbido, caldo e accogliente che il destino aveva riservato a lei, cucciolo di pochi giorni, abbandonata in un cassonetto dei rifiuti. Paura di dover lasciare le persone che si erano prese cura di lei. Amava tanto la sua casa e le persone che l’abitavano. Quando sentì che era giunta la sua ora, d’istinto andò a cercare mia madre, forse si ricordò di quando lei l’allattava con un biberon per neonati e credo che la considerasse davvero anche sua madre. Ma mia mamma non fece in tempo a prenderla in braccio, che lei morì ai suoi piedi. Ogni volta che me lo raccontava, i suoi occhi si riempivano di lacrime. Era una di famiglia, diceva, giurandomi che non avrebbe mai più preso un cane, perché nessun altro animale avrebbe potuto colmare il vuoto che aveva lasciato.

Ancora oggi, quando torno a casa di mia madre, avverto quel senso di vuoto, pare sempre che manchi qualcosa, o che ci sia troppo silenzio, come quando qualcuno sposta un mobile o stacca un orologio da un muro dopo tanti anni che è stato lì e di fronte alla parete vuota non sai dire cosa manchi davvero, per tutto il tempo che hai passato a fissarla, senza accorgerti di ciò che c’era. Ecco, lei era così. Una presenza discreta, che faceva parte della casa. E te ne accorgevi le rare volte che non c’era. E se, guardando bene la parete nuda e spoglia, puoi vedere la sagoma che il mobile o l’orologio vi ha lasciato per lo scorrere del tempo, forse anch’io posso vedere il profilo della sua ombra canina tra le ombre della casa.

Se penso a lei, mi tornano in mente gli anni giovani della mia vita, anni freschi e sereni, che sono corsi via veloci, sorvegliati dalla sua discreta presenza. Non sfuggiva davvero nulla al suo occhio vigile, neppure quando dormiva. Sapeva tutto della casa e di noi e partecipava a ogni evento, lieto o infausto che fosse. Gioie e dolori, novità e partenze, matrimoni e funerali, lei aveva il suo posto.

Mi viene da sorridere se penso alle sue marachelle e soprattutto al suo modo di farsi perdonare, un modo molto speciale: assumeva un’aria afflitta e drammatica, da tragedia greca e mi guardava con quegli occhi tristi e pieni di pentimento, cercando di cogliere il più piccolo segno di tregua. Poi, cominciava ad avanzare, quasi strisciando, sulle zampe posteriori fino ad appoggiarmi in grembo il capo e in quella posizione mi guardava con certi occhi guaendo piano. A quel punto, mi era passata qualsiasi velleità punitiva e non mi veniva altra voglia che di accarezzarla sulla fronte, come le piaceva. E lei, sicura di essere stata perdonata, fuggiva via a razzo, a saltare sui divani come una bambina impertinente.

Una volta, ci fece molto preoccupare, perché da diversi giorni non riusciva a fare i suoi bisogni e temevamo un blocco intestinale. Decidemmo allora di portarla dal veterinario. Lo studio del veterinario era un posto che lei non amava. Forse sentiva l’odore della paura degli altri pazienti. Fatto sta che, appena capiva dove eravamo diretti, si impuntava sulle zampe anteriori come un mulo greco e non c’era verso di tirarla dentro, così tutte le volte dovevo prendermela in braccio e varcare la soglia dell’ambulatorio con una tempesta di pelo che mi ribolliva tra le braccia. Anche quella volta fece le bizze e dovetti faticare non poco per trascinarmela dietro, ma, appena arrivati, lei fece i suoi bisogni proprio davanti alla porta del veterinario. Credo che la paura del dottore le abbia fatto vincere la stitichezza. Ne fui molto sollevato, anche se dovei ripulire tutto per bene.

Dolce Camilla. Per anni dopo la sua morte ho continuato a sentire l’odore del suo pelo morbido e folto. Per anni ho sognato di accarezzarla. Cosa darei per vedere ancora una volta la sua sagoma comicamente abbondante e riascoltare l’intero campionario dei suoi versi. Ma quello che, di tutti i sensi, mi manca di più è il tatto, mi manca da morire non poterla accarezzare sulla fronte, proprio fra gli occhi, come le piaceva da impazzire, tanto che se non lo facevo io, infilava la testa sotto la mia mano e si accarezzava da sola. Mi manca non poterle tirare dolcemente le orecchie e far scorrere le dita della mano, come punte di rastrello sul pelo folto del suo dorso.

Qualche giorno dopo la sua morte mi venne a trovare. In sogno. Scodinzolava, ma aveva già gli occhi cerchiati da un alone nero. Mi diede un colpetto con il muso umido e freddo, proprio sulla mano, era il suo saluto, faceva così quando aveva voglia di giocare o di farsi accarezzare, e poi, scappò via. Forse una nuova cuccia, una ciotola piena e un altro padrone l’attendevano da qualche parte.     

(1)   L’odissea.

(2)   Cane e padrone.

(3)   Né qui né altrove.

(4)   Storia di un cane.

sabato 27 dicembre 2014

La luce o l'ombra?



Scrivo di me senza precauzioni, senza compromessi, senza risparmiarmi nulla. Scrivo di cose che fanno male. I miei racconti, i miei romanzi, le mie storie sono tragiche e amare. La vita non ha lieto fine. Per questo, dico, la scrittura, se è sincera, è devastante, è una forma d’introspezione psicologica che scava nelle profondità abissali dell’anima, dentro oscurità inimmaginabili. Ma, tanto è spietatamente devastante, quanto è straordinariamente catartica, salvifica, liberatoria. Per me, il foglio bianco e la matita sono lo psicologo e il suo lettino. Vi assicuro che due ore di scrittura sono meglio di una seduta di psicanalisi. Mi sento, ogni volta, leggero, sereno, quieto, come essermi tolto un peso. Ed è sempre stato così, fin da quando non ero che un adolescente che scoppiava di pus e testosterone.

Ma, non ho ancora detto tutto, non ho ancora scritto di cose che non ho il coraggio di narrare. Esse si nascondono nel buio dentro di me, rifuggendo qualsiasi tentativo d’indagine, qualunque sprazzo di luce e, come la luce è necessaria per impressionare una lastra fotografica, così ho bisogno di luce, di molta luce, per tingere i fogli in nero con quelle vicende. Ma dovrò farlo senza ipocrisia, ancora una volta senza precauzioni, senza compromessi, senza risparmiarmi nulla.

Forse, fondamentalmente, ho più paura di diventare grande che di essere mediocre. Da qualche parte, non ricordo più dove, ho letto che la nostra paura più profonda non è di essere inadeguati.

La nostra paura più profonda è di essere potenti oltre ogni limite.

E’ la nostra luce, non la nostra ombra, a spaventarci di più. Io devo ancora capire se ho una luce dentro e se questa luce, ammesso che ci sia, è più forte della mia ombra. Se non avrò paura e lascerò che la luce rischiari i miei abissi e mi faccia trovare la forza di raccontare anche quello che non si può raccontare, allora diventerò grande; se, come temo, troverò più comodo rifugiarmi fra le ombre, la mia essenza creativa, sia essa narrativa che musicale, si spegnerà poco a poco sulla pagina come su un ordinario letto di morte e le mie parole, ormai inutili, spente e fredde, giaceranno su una scrivania piena di altre cose banali, dozzinali e insignificanti.

La collezione di una vita.

Un approccio al manicheismo dei nostri tempi


 

Vogliono farci credere che il mondo sia diviso in due parti, che la vita si declini sempre e solo in due categorie: bianco – nero, buono – cattivo, giusto – sbagliato, bello – brutto, destra – sinistra, nord – sud. Non credo proprio. Io credo nei colori e non nella monotona sequenza del bianco e del nero, due colori tristi e anonimi, dei quali il primo respinge la luce e il secondo l’assorbe tutta e che, fusi insieme le sottraggono l’ancor più monotono grigio.

Allora, perché limitarci a vedere il mondo come attraverso un vecchio televisore in bianco e nero, quando l’universo è un’esplosione di colori, sfumature, tonalità, gradazioni, nuances, insomma milioni di milioni di possibili alternative?

E’ troppo semplicistico, infantile, oserei dire, classificare e ridurre la vita, il mondo e le persone in maniera così netta: o di qua, o di là, o con noi, o contro di noi. E questo vale in tutti i campi, in politica, nel pensiero comune, nello sport. Ad esempio, anche Facebook è molto manichea: o clicchiamo su “Mi piace”, oppure su “Non mi piace”, anche se si può sempre cambiare idea sbaffando “Non mi piace più”. E meno male, però manca un simbolo da cliccare per l’astensione, per evidenziare i distinguo, per articolare le diverse posizioni e attenuare la nettezza delle risposte. Si mi piace, ma…

Io credo che chi sta male senza catalogare e classificare, in fondo, abbia una profonda paura della molteplicità, della diversità, dell’alternativa e cerchi di rifugiarsi in più rassicuranti e predefinite categorie contrapposte. Queste persone che si rifugiano nel settarismo sono, in realtà pavide e insicure. Sono spaventate, temono il mondo, sono terrorizzate dalla vita. Ma io credo che la nostra paura più profonda non sia quella di essere inadeguati. La nostra paura più profonda è di essere potenti oltre ogni limite. E’ la nostra luce, non la nostra ombra, a spaventarci di più.

Ne conosco tanti di questi individui, n’è pieno il mondo di questi personaggi che, animati in cuor loro dalle migliori intenzioni, brucerebbero chi sta dall’altra parte: i neri, i cattivi, gli omosessuali, i meridionali. Appiccherebbero il fuoco al brutto e ripulirebbero il mondo dalle nequizie che, guarda caso, stanno sempre e solo dall’altra parte. E, seduti dalla parte della ragione c’è sempre un’immensa folla, invece, dalla parte del torto non c’è mai nessuno. Ma, delle migliori intenzioni, si sa, è lastricata la via per l’inferno ed essi ignorano che dentro la bellezza c’è sempre un po’ di bruttezza, che in fondo alla giustizia c’è sempre un pizzico d’ingiustizia e che anche nelle profondità oscure dei malvagi, degli empi e degli assassini può risplendere una minuscola goccia di bontà.

Non è possibile distinguere il grano dal loglio, non si può fare di tutta l’erba un fascio. Ad appiccare il fuoco si corre il rischio di bruciare tutto. E’ un grande pericolo applicare alla realtà i massimi sistemi, che non consentono deviazioni, che non tollerano eccezioni alla regola della politica, della religione, della morale. Ecco allora che il manicheismo diventa dogmatismo, settarismo e fanatismo, una brutta serie di –ismi, che sono decisamente pericolosi e da rifuggire.

domenica 21 dicembre 2014

Tra le braccia della Spagna




Perdido en el corazòn
de la grande Babylòn.

                                                                                                                      (Manu Chao)

 

Quello che fa più male

è ciò che non puoi avere.

(Antonio Scafa, filosofo amatoriale)
 

La Spagna mi accolse di notte, come una tenera amante, madre e puttana, fra le dune sabbiose delle Baleari e il Mediterraneo silenzioso. Davanti a me si apriva una nuova vita e la brezza marina mi alitava in viso il profumo dell’ignoto.
L’autobus arrancava faticosamente nelle strette calli della cittadina balneare e mi accorsi ben presto di non essere stato il solo ad avere avuto la balzana idea di dare sollievo alle peregrinazioni del cuore, tuffandomi in un viaggio così lontano dal mio stile.  
Sui sedili in fondo alla corriera, sedevano speranzosi, italiani dal cuore infranto.
 
 
  1. Un rifugio confortevole e conosciuto
 
La ragazza ballava al centro della pista, poi mi guardava e sorrideva, dimenando i fianchi al ritmo di una musica assordante. Le sue gambe sottili, sospese su tacchi ancor più sottili, si muovevano al pari di quelle di un trampoliere nella massa di corpi sudati. L’allegro caos della danza ci portò vicini.
Danzammo insieme. Io la prendevo per i fianchi, assecondando il ritmo della musica e lei abbandonava la testa sul mio petto, come per cogliere un momentaneo riposo. Ma, di tanto in tanto, senza preavviso, voltava le spalle e andava a ballare da sola, al centro della pista. Eppure tornava ogni volta sui suoi passi.
Le mie mani si facevano intraprendenti e le afferravano i fianchi con vigore, carezzandole il ventre e la schiena, come se conoscessi quel corpo alla perfezione e in un’altra vita lo avessi amato. Più osavo, più si arrendeva a me e la sua testa tornava ad abbandonarsi sul mio petto, come se ritrovasse un rifugio confortevole e conosciuto.
 
 
  1. Due bicchieri di gin lemon
 
Non dimenticherò mai quella notte che le dissi davanti a due bicchieri di gin lemon: “Sus ojos estàn como estrellas” (1), e lei rideva di gusto, di un riso pieno che le riempiva la bocca e le faceva brillare gli occhi, e diceva che gli uomini, che siano italiani che siano spagnoli, son tutti uguali, sempre pronti a stordire le donne con cascate di parole dolci, per poterle scopare senza sentimento, mentre il barista scuoteva la testa e pensava: “Tutti uguali questi italiani! Sempre pronti a fregarci le donne. Ma perché non se ne stanno a casa loro?” e nell’aria andava una musica latina, avvolgente e sensuale e c’era chi cantava: “La vida es pura pasiòn” (2).
Non dimenticherò mai quella notte che lei disse: “Vamos a bailar al Tito’s. Adios!” (3), mentre rideva di gusto, di un riso pieno che le riempiva la bocca e le faceva brillare gli occhi, e sparì per le strade del porto, e il barista scuoteva la testa e pensava: “Tutti uguali questi italiani! Sempre pronti a innamorarsi della prima femmina che gli si para davanti. Ma perché non se ne stanno a casa loro?” e nell’aria andava lo stesso ritmo latino, potente e delicato, avvolgente e sensuale.
 
(1) ”I tuoi occhi sono come stelle.”
(2) “La vita è pura passione”
(3) “Andiamo a ballare al Tito’s. Addio!”
 
 
3. La regina delle puttane
 
“Andiamo a fare l’amore!” disse la nigeriana cingendomi i fianchi sotto una palma. Io palpai quella scultura di ebano e avorio e chiesi: “Quanto?”.
“Tremila pesetas.”.
Andammo dietro l’albero. La presi per la vita e l’attirai a me. Sentivo forte il suo odore di donna e di polvere e sudore e del sole della strada.
“A proposito” feci “Domando sempre pagamento anticipato, quindi fuori i tremila”
Lei mi guardò sbigottita, i suoi grandi occhi neri s’accesero nella notte. Poi comprese.
“Tu disgrassiato!” disse e mi afferrò dolcemente per il collo, mentre un inaspettato sorriso rivelava i suoi nobili lineamenti.
Era bella. Avrebbe potuto essere una principessa in terra d’Africa, ma in quella notte di Spagna era solo la regina delle puttane.
 
 
              4. Nella casa a occhi chiusi
 
L’aria sapeva di corpi sudati, di profumo da donna in svendita al centro commerciale, dolciastro e nauseante come una bibita gassata e di accessori in latex. Avrei potuto scrivere una storia a occhi chiusi, lasciandomi guidare solo dagli odori e dai suoni che il respiro artificiale del condizionatore mi portava al naso e alle orecchie.
Sentivo attraverso la mano il velluto dei divani del privèe, il freddo bagnato dei bicchieri, il velluto di gambe di donna e ancora il velluto dei divani del privèe. Poi, la piacevole freschezza di un giovane corpo sconosciuto, labbra umide e calde sulla pelle, la trepidazione di una bocca in attesa e la soffice consistenza di seni sontuosi.
E il fruscio di letti disfatti nel buio di una stanza, il tintinnio del ghiaccio nei bicchieri e il lamento di una donna, come un canto.    
 
 
5. Fratelli e sorelle del Kossovo

 

Shefrah distendeva il corpo sinuoso e poggiava la testa sull’anca di Nydah. Nydah abbandonava il capo su un fianco di Shefrah. I capelli corvini delle sorelle kossovare si fondevano in una sola fluente chioma che ardeva come viva fiamma e il sole plasmava sulla sabbia l’ombra di una figura mitologica bicefala. Così unite, si crogiolavano al sole, languidamente distese sulla spiaggia del mare. Nessuno osava avvicinarsi a meno di cinque metri dalle ragazze e tutti sapevano perché. Tranne gli italiani.

Quando gli audaci militi dell’italica avanguardia estesero il loro territorio di conquista agli asciugamani occupati del Kossovo, conobbero anch’essi la verità e pensarono bene di chiedere l’intervento delle Nazioni Unite.

“Non possiamo uscire, non possiamo andare in discoteca, non possiamo parlare con gli estranei.”, disse Shefrah.

“Nostro fratello non vuole.”

 
 
6. Il dipinto appena servito
           
La paella bollente esalava vapori profumati dalla scodella di coccio smaltato. Il nero di seppia sovrastava il rosso pompeiano dei pomodori, e gamberi dai riflessi ramati e mitili di bistro erano esposti come in una natura morta. I crostacei sfumavano la loro lucentezza nel biancore del riso e la birra gelata Cuzcos spargeva bagliori giallo cadmio alla vivida luce del sole.
Poco lontano, Paco il cameriere ammirava soddisfatto il dipinto appena servito.
 
7. Un’azione, un gol
 
Il Real Madrid avanzava impetuoso, travolgendo la pur strenua difesa del Deportivo La Coruna. Alle azioni della squadra di casa mancava, però, il gol.
Le amiche spagnole giocavano a carte, prestando un occhio distratto alla televisione e, di tanto in tanto, al gioco. La loro attenzione era tutta per gli ospiti dell’albergo. Erano letteralmente rapite da volti stranieri, da sguardi inconsueti, da gesti insoliti. Il fidanzato inglese non si curava affatto di loro, mostrava grande interesse per la partita, non perdendosene un’azione e non gli importava alcunchè degli ospiti dell’albergo.
Le ragazze erano molto attratte dagli italiani. Con loro avevano instaurato un reciproco gioco di sguardi e sorrisi. Il loro interesse era contraccambiato e cresceva a ogni nuova occhiata, ma non aveva ancora raggiunto il livello che gli italiani speravano.
Ma, dopo tante azioni del Real, la prima e unica folata offensiva del Deportivo ebbe il dono della trasformazione in rete. Le ragazze esultarono.
Entrò in quel momento un giovane dal volto misterioso, si affacciò sulla porta e con un solo sguardo abbracciò l’intero salone. I suoi occhi azzurri scintillarono nella penombra e si soffermarono per un breve istante sulle due amiche. Poi uscì e tornò in strada.
Le ragazze si erano ammutolite sotto il peso del suo sguardo e arrossirono. Era forse l’uomo più bello che avesse mai calpestato la terra di Spagna? Esse si guardarono in volto alcuni istanti e decisero che si, lo era. Si alzarono dal tavolo da gioco, attraversarono la hall ticchettando e si affrettarono a raggiungerlo.
Non avevano degnato di una parola o di uno sguardo gli italiani, né tantomeno il fidanzato inglese.
La partita intanto era terminata. Egli spense il televisore e si avvicinò agli italiani.
“Un azione, un gol” disse loro e si avviarono insieme al bar a berci su.
     
 
              8. La danzatrice
 
La danzatrice sul cubo osservava un tedesco attempato con l’addome voluminoso, sdraiato comodamente sul lettino da spiaggia, guardava un gruppo di giovani che tracannava sangria, attingendola da una colonna di plastica trasparente alta più di un metro e notava la sbronza allegra di un crucco dagli occhi neri. Quindi il suo sguardo si soffermava su un paio di donne dai capelli corti che sghignazzavano sorseggiando grossi boccali di birra e sui fianchi ancora acerbi di certe ragazzine bionde che si dimenavano nel ritmo forsennato e pensava che da più di un’ora si trovava lassù, seminuda, esposta agli sguardi di tutti, ad agitarsi a suon di musica.
Allora, s’immaginò trasparente come l’aria e le parve che gli sguardi le trapassassero il corpo da parte a parte senza farle alcun male. Come avrebbe voluto liberarsi dalle catene della gravità che la tenevano ancorata a quel pulpito traballante. Allora, si concentrò ancora un poco e si sentì subito libera e leggera, senza peso.
Un tedesco alto e forte chiese alla cameriera di portargli dell’altra sangria, una donna di mezz’età, ma ancora in grado di attrarre sguardi maschili, si arrampicò su un alto sgabello e accavallò le gambe, mentre un’altra, più giovane, diede un bacio sulla bocca all’uomo che le stava accanto. Intanto la danzatrice si sentiva sempre più lieve e sempre più trasparente e non si rendeva conto di aver smesso di danzare. E rimase immobile sul cubo come una statua su un piedistallo.
Prima una mano, poi un’altra e un’altra ancora, la additarono e mille occhi si fissarono su di lei, a rimirare quell’insolito avvenimento. Ma la ballerina, con gli occhi sognanti e persi nel vuoto, non si era accorta di essere diventata, all’improvviso, oggetto di tanta attenzione. Perfino la musica si arrestò e un silenzio irreale calò sulle persone. Tutti guardavano a bocca aperta con il volto dipinto dallo stupore, alcuni boccheggiavano come pesci perché la sangria si era fermata loro in gola e articolavano espressioni gutturali e incomprensibili.
Nulla aveva più alcun senso, come il sole che tramontava e la folla ammutolita, e il cubo pareva un piedistallo abbandonato dalla statua che doveva sostenere. La danzatrice aveva spiccato il volo e planava ora sulla spiaggia, ora verso i bassi fondali vicino alla costa, dove indugiava sospesa nell’aria e, assumendo nel suo volo più destrezza ed equilibrio, si diresse, senza più timore, verso il mare aperto.
 
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venerdì 5 dicembre 2014

Amore part time




“Io non ho più piacere di stare con te”. Non ce l’ho più. Mi sono imposto, e ho smesso, di desiderarti, per evitare continui rifiuti, continue frustrazioni. Desiderarti non serve a niente. Quindi, non ti desidero più, perché so bene che desiderarti è inutile. Per me sei e resterai un grande mistero, proprio non ti capisco. Non comprendo la tua freddezza, il tuo continuo anteporre altri a me.

Io sono sempre l’ultimo della lista, quello che chiude la fila, che chiude la porta, che butta i rifiuti nel cestino, quello che, se avanza tempo, bene, altrimenti, va bene lo stesso. Io sono quello che non chiede più, perché conosce la perfetta inutilità della domanda. E dell’attesa.

Io sono quello che non ti cerca più, perché sa della profonda futilità della sua ricerca. E sono anche quello che si meraviglia della tua meraviglia, del tuo stupore a sentirsi dire le cose che ho appena detto, come fossero bizzarrie inesplicabili profferite da un essere venuto da mondi lontani e non semplici conseguenze del tuo atteggiamento.
Come non si può vivere a tempo, a termine, a part time, così l’amore non può attendere turni e scadenze, non può aspettare che la persona amata ci degni della sua attenzione. Così, come un fiore che, una volta, era stato bello e profumato, esso sfiorisce, invecchia e muore.